![]() |
| Anno 2003 | |
|
|
Il 12 novembre alle 08.40 ora locale due automezzi carichi con esplosivo guidati da terroristi suicidi sono penetrati e subito dopo esplosi all'interno della zona occupata dal comando della MSU (Multinational Specialized Unit), schierata in Iraq nell'ambito dell'operazione Antica Babilonia, provocando la morte di dodici carabinieri, quattro militari della brigata Sassari, due civili italiani e nove irakeni (tra questi, quattro bambini) e il ferimento di oltre cento persone.
E' l'attentato più pesante inferto alle Forze Armate italiane in impiego operativo all'estero dalla fine della seconda Guerra mondiale, dopo il massacro a Kindu nel 1961 dei tredici aviatori dell'Aeronautica Militare e dopo che l'Esercito e la Marina Militare, a cominciare dal Libano nel 1982, hanno inviato propri contingenti nelle missioni di pace fuori dal territorio nazionale. In Libano il contingente italiano, che operava a fianco dei contingenti d'altri Paesi quali gli Stati Uniti d'America, la Francia e l'Inghilterra, non subì alcun attentato, ma si trovò pericolosamente vicino ai due attacchi suicidi che coinvolsero i marines americani e i paracadutisti francesi il 23 ottobre 1983, sferrati alle ore 06.20 a tre minuti di distanza l'uno dall'altro. In quella circostanza, nella quale si volle colpire la Forza multinazionale di pace operante per contribuire al ristabilimento della sovranità del Governo libanese, gli Italiani non furono colpiti, sicuramente perché avevano mantenuto un atteggiamento neutrale nei riguardi delle fazioni in lotta e presumibilmente perché il personale medico si era molto adoperato verso la popolazione in interventi d'assistenza sanitaria sia presso l'ospedale da campo sia all'interno del campo palestinese di Chatila. Da allora è iniziata quella fama "umanitaria" che ha accompagnato ogni operazione militare italiana all'estero e che si è protratta anche nell'attuale missione in Iraq, ma con risultati completamente opposti: a Nasiriyah è prevalsa l'offesa, che non ha tenuto in considerazione né l'atteggiamento neutrale dei nostri soldati né la veste umanitaria del loro operato. Nonostante la consapevolezza ormai diffusa tra gli iracheni sulle finalità della presenza italiana in Iraq, volta non all'occupazione militare del territorio ma alla ricostruzione concreta del Paese, una precisa volontà omicida ha portato a compimento un'azione vile contro le forze italiane: non solo perché l'attentato è stato condotto da elementi clandestini che si autoproclamano soldati della Guerra santa, ma soprattutto perché chi agisce con le armi senza considerare il coinvolgimento nelle proprie azioni di persone inermi, in particolare di bambini, non è un soldato è solo un criminale. La missione suicida è certamente un episodio pianificato nell'ambito di una strategia destabilizzante che si oppone alla rinascita in senso occidentale dell'Iraq, la cui attuale situazione interna, ancora nella fase iniziale d'assestamento, favorisce il proliferare dell'eversione armata; essa sembra appartenere a un disegno tipico dell'integralismo islamico: colmare il vuoto di potere generato dalla caduta del regime di Saddam Hussein, con l'imposizione della propria egemonia e con il rifiuto di qualsiasi collaborazione esterna, in particolare quella fornita dai Paesi occidentali, in quanto di diversa ideologia. L'attentato alle forze italiane s'identifica anche come un atto terroristico perpetrato contro l'Italia, non all'interno dei propri confini perché di difficile attuazione, ma contro i suoi rappresentanti in Iraq i quali, non disponendo di tutto il supporto di sicurezza in atto sul territorio nazionale, sono maggiormente esposti alle offese terroristiche. Dopo quanto accaduto corre l'obbligo di riconoscere che il compito di tutti i contingenti italiani impegnati nelle missioni fuori area è diventato molto più arduo e che, per essere svolto con l'elevata professionalità finora dimostrata, è necessario: da una parte, adottare qualsiasi provvedimento volto a tutelare più concretamente la loro sicurezza in operazioni; dall'altra, procedere lungo la via indicata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: "Non daremo tregua ai responsabili di questo orrendo attentato". |