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| Anno 2003 | |
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Il 30 novembre sono stati ripresi in Kenya i colloqui tra il Governo di Khartoum e i ribelli del Sudan People's Liberation Army (SPLA) per porre fine alla guerra civile nel territorio sudanese in atto con fasi alterne dal 1955, già prima della dichiarazione d'indipendenza del Paese africano dall'Inghilterra. Il risultato è opera della mediazione statunitense con la quale il Segretario di Stato Colin L. Powell, in cambio di un accordo di pace, ha promesso il finanziamento di 200 milioni di dollari e la fine delle sanzioni diplomatiche che gravano sul Paese dal 1997.
La guerra civile in Sudan trae origine dalle rivalità etniche delle popolazioni del nord, nazionaliste, arabe e islamiche con quelle del sud, nere, cristiano-animiste e organizzate in strutture tribali e trova validi motivi di continuità nelle differenze economiche e territoriali delle due etnie: l'area settentrionale, ubicata nella fascia sahariana, è desertica e scarsamente produttiva mentre quella meridionale, situata tra il Sahel e l'equatore, è fertile e offre ampie possibilità lavorative di natura agricolo-pastorale, peraltro incrementate da concrete prospettive di sfruttamento del sottosuolo a seguito della recente scoperta di estesi giacimenti di petrolio. La prima fase del conflitto si colloca nel periodo 1955-1972 e inizia con l'ammutinamento di una guarnigione dell'Esercito di stanza nel sud del Paese che, accorpando altre fazioni ribelli, forma il Southern Sudan Liberation Movement (SSLM) capeggiato da Joseph Lagu e genera una guerra secessionista contro il Governo di Khartoum. La lotta termina nel 1972 con la firma di un trattato di pace tra il Lagu e il Presidente sudanese Gaafar Nimeiry, il quale concede alle regioni meridionali un ampio grado di autonomia legislativa e finanziaria. Dopo un periodo di transizione sostanzialmente pacifico, nel 1983 riprende una nuova fase del conflitto quando Nimeiry, per contrastare le crescenti tensioni con la Libia, impone la legge marziale nel Paese, riduce l'autonomia precedentemente concessa alle regioni del sud, alle cui popolazioni tenta anche di estendere la legge coranica (shariah). Alcune divisioni dell'Esercito dislocate nelle regioni meridionali si ribellano e una di esse, agli ordini di John Garang, diventa la matrice dello SPLA che, senza soluzione di continuità, conduce contro le forze governative una guerra civile endemica e tuttora in corso. Il conflitto si concentra soprattutto nel sud dove provoca oltre due milioni di vittime, costringendo circa quattro milioni e mezzo di abitanti ad abbandonare le case per cercare rifugio nei campi profughi, anche fuori dei confini nazionali specie in Uganda e in Kenya. Nello stesso tempo l'esodo della popolazione e lo svolgimento delle operazioni militari limitano fortemente e talvolta bloccano lo sviluppo economico dell'intera regione. Durante tutto il conflitto entrambe le fazioni in lotta si rendono colpevoli di gravissime violazioni dei diritti umani: lo SPLA è accusato di avere arruolato molti bambini costringendoli a militare nei propri ranghi con la forza e di avere gestito gli aiuti umanitari in maniera monopolistica, negandoli in diverse circostanze alla popolazione e aggravando il problema frequente della carestia, mentre il regime di Khartoum è accusato di avere deportato al nord come schiavi un gran numero di persone e di avere ordinato alle forze governative, in particolare all'aviazione, di condurre azioni contro obiettivi civili, anche con l'utilizzo di armi "non convenzionali" come i gas letali, provocando stragi indiscriminate. La rivalità fra nord e sud subisce un peggioramento per la cruenta repressione effettuata da Omar Hassan al-Bashir divenuto Presidente della Repubblica nel 1989, a seguito del colpo di stato militare sostenuto dal Fronte islamico nazionale, fortemente avverso alle popolazioni cristiane delle regioni meridionali. Nello stesso periodo il Sudan diventa uno dei centri di riferimento per il fondamentalismo islamico, concede asilo politico a molti integralisti, fra i quali Osama Bin Laden, ed è anche accusato di fornire sostegno al terrorismo internazionale. In tale contesto nel 1998 gli Stati Uniti chiudono la propria ambasciata di Khartoum e inviano forze aere a bombardare uno stabilimento nei pressi della Capitale sospettato di produrre armi chimiche. Negli ultimi anni tuttavia i dissidi etnico-religiosi sono transitati in second'ordine rispetto al controllo delle risorse produttive, specie quelle petrolifere, che peraltro nel 2000 hanno acquisito ulteriore importanza per la scoperta di altri consistenti giacimenti. Se le cospicue ricchezze del sud hanno costituito nel passato un fortissimo richiamo per la classe dirigente del Paese, oggi sono diventate il vero motivo della guerra civile. Il Presidente della Repubblica Omar Hassan al-Bashir, riconosciuta l'impossibilità di risolvere il conflitto con le armi, si dichiara disponibile al dialogo con i ribelli, pervenendo già dall'aprile del 1998 a una tregua con le forze di opposizione; nello stesso tempo avvia una serie di iniziative diplomatiche volte a superare l'isolamento a cui era stato relegato il Sudan dalla comunità internazionale, ottenendo il sostegno non solo di vari Stati arabi e africani, ma anche quello di diversi Paesi europei, attratti dalle ingenti risorse petrolifere del Paese. Le trattative sono coordinate dall'Inter-Governmental Authority for Developement (IGAD), formata da diverse Nazioni confinanti e dagli Stati Uniti, il cui intervento è stato determinante per raggiungere un'intesa di massima fra le due fazioni: la concessione di una ragionevole autonomia alle regioni meridionali da parte del Governo di Khartoum, unitamente all'autodeterminazione e all'utilizzo di una percentuale delle risorse produttive locali. I colloqui appena iniziati sono spiragli significativi per la pacificazione interna e possono diventare le premesse per una concreta stabilità nel territorio, che di certo consentirà al Sudan di evolversi dall'attuale condizione di sottosviluppo e di gestire più razionalmente l'economia nazionale. Il petrolio costituisce il 70% delle esportazioni e concorre a bilanciare gli altri settori produttivi, ma il Paese ha anche un forte indebitamento dovuto alle spese militari, che incidono per il 180% del PIL e che, oltre ad assorbire gli introiti della maggiore risorsa sudanese, impediscono anche di stanziare fondi in investimenti di natura sociale. |