Anno 2003

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Caduti per la Pace e partecipazione popolare

Mario Bernardi, 25 novembre 2003

Quasi un milione di Italiani ha reso omaggio ai diciannove Caduti di Nassiriya in neanche ventiquattro ore; in cinquantamila hanno seguito i funerali; in tutto il Paese centinaia di migliaia di bandiere tricolori sono state esposte alle finestre; serrande di negozi abbassate, minuti di silenzio osservati nelle scuole, negli uffici, nelle fabbriche. Perfino la nostra rumorosa politica si è arrestata.

Questi fatti sono stati descritti e riportati da tutti i mass media, ma pochi hanno tentato di spiegare il perché di tanta partecipazione. Qualcuno (ad esempio Campetti, Il Manifesto) ha bollato il fenomeno come "partecipazione a un evento visto in tv", come bisogno della persona qualunque di essere parte di un momento di forte interesse collettivo solo per dire "io c'ero". Ma davvero l'anziana signora che è stata ore in fila a Piazza Venezia l'ha fatto solo per raccontare alla vicina di casa di essere stata là? Oppure la coda interminabile al Vittoriano, i pianti, i singhiozzi, i mazzi di fiori, i giovani dei centri sociali accanto ai carabinieri a piangere gli stessi morti sono indice di qualcosa di ben più profondo?

Forse la risposta alla grande partecipazione emotiva ai funerali delle nostre vittime richiede una esplorazione più vasta del nostro orizzonte sociale e mediatico. Dopo l'11 settembre si è scritto molto su come viene percepita la Guerra nella società dell'informazione, o dello spettacolo, per usare la celebre definizione di Guy Debord, in ogni caso una società profondamente mediatizzata. Tra tante posizioni due sono quelle che sembrano essersi imposte, per non dire contrapposte: quella del sociologo-filosofo francese Jean Baudrillard e quella della scrittrice-pensatrice americana Susan Sontag.

Baudrillard, già autore de "La Guerre du Golfe n'a pas eu lieu", Galilée, 1991 (ed. it. con scritti di Carlo Formenti e Mario Perniola, "Guerra virtuale e guerra reale. Riflessioni sul conflitto del Golfo", Mimesis, 1991), ha scritto due mesi dopo l'11 settembre il saggio "L'esprit du terrorisme", in cui mette a fuoco l'aspetto mediatico-percettivo della catastrofe di New York e del nuovo terrorismo internazionale. Per il pensatore francese due sono gli elementi forti dell'azione terroristica: il valore simbolico-immaginativo, conseguenza dell'altissima mediatizzazione di ogni aspetto di queste azioni, e la morte, evento reale e incomprensibile per eccellenza. La prospettiva psico-linguistica di Baudrillard è complessa e prende le mosse da una critica radicale alla società capitalistico mediatica e al suo prodotto principale: il virtuale.

Senza entrare nel dettaglio della polemica contro il virtuale, visto in fondo come l'oppiaceo delle masse depoliticizzate secondo la dottrina marxista, si può osservare come gli atti terroristici siano considerati come il tentativo di distruggere, attraverso uno spettacolo di iper-reale crudeltà, l'orizzonte simbolico-mediatico della nostra civiltà. In pratica lo spirito del terrorismo è uno spirito profondamente simbolico-mediatico, che utilizza l'irriducibilità della morte, la sua singolarità e la molteplicità dei media per "scardinare" le basi stesse dell'Occidente, spostando il conflitto dal piano dello scontro di forze a quello dell'annientamento, del sacrificio, della morte.

La Guerra è quindi per Baudrillard qualcosa che si combatte innanzitutto a livello simbolico. Non così pensa la Sontag, la quale nel suo ultimo libro "Regarding the pain of others" (Di fronte al dolore degli altri, Mondadori), accusa i nostri media di essere strumenti di censura del nostro dolore e dei nostri morti. L'analisi della pensatrice americana è molto accurata e ripercorre la storia dei reportage di guerra e la loro capacità - con la loro crudezza - di toccare il cuore delle persone e di suscitare sentimenti di disapprovazione verso il conflitto armato.

Proprio il potere delle immagini - e della fotografia in particolare - è oggetto di censura nei conflitti dell'era dell'informazione in tempo reale: l'esperienza della guerra del Vietnam, in cui i reportage furono esclusivamente utilizzati come strumenti di critica, ha reso ancora più consapevoli i governi del potere delle immagini di Guerra. Dalla Guerra del Golfo in poi l'Autorità si è garantita il controllo sui media mostrando immagini che potessero in ogni modo aumentare il consenso e ridurre al minimo la critica alle azioni belliche.

La Sontag si sofferma in particolare sul fatto che mentre si mostrano e si ostentano gli aspetti spettacolari e tecnologici della Guerra, ad esempio il cielo illuminato dai razzi et similia, vengono comunque diffuse immagini delle sofferenze e dei morti del nemico; la sofferenza dei propri soldati è invece oggetto di censura.

Ecco che si delineano due diverse posizioni su come viene percepita la Guerra nel XXI secolo: da un lato il terrorismo che tenta con la sua iper-realtà e iper-crudeltà di distruggere il nostro mondo mediatizzato e virtuale, dall'altro una censura attenta e dissimulata volta a prevenire sentimenti di ostilità alla guerra, conseguenza di una rappresentazione troppo cruda del dolore dei nostri soldati.

Ma di fronte alla partecipazione "fisica" di milioni di persone al dolore per la morte dei nostri soldati in missione di Pace come ci si deve porre? Qualcuno dall'America ci ha anche fatto sapere che le immagini che gli arrivano in questi giorni dall'Italia ricordano la partecipazione al dolore per le vittime dell'11 settembre e che vice versa anche oltreoceano l'evento che ci ha colpiti è stato vissuto con grande emozione.

Si può paragonare tanta commozione e partecipazione alle omologhe manifestazioni per i funerali di Lady Diana, di Gianni Agnelli, o di Alberto Sordi, come pure è stato fatto? Oppure c'è, in fondo, anche nella nostra società virtuale avvezza a sentimenti satinati e ad emozioni plastificate, ancora un sentire autentico? "I nostri ragazzi" - come quasi tutti li hanno chiamati - andati in Iraq in missione di Pace (e questo è stato sicuramente un elemento fondamentale) e morti a causa di un attentato hanno commosso davvero il Paese, o è stata solo l'ennesima occasione di 'evento' mediatico, di partecipazione impartecipe, di schizofrenia collettiva?

Secondo le tesi sopra esposte, la commozione generale sarebbe l'effetto desiderato dal terrorismo che si ciba appunto della sua eco mediatico-simbolica più che dei danni che fisicamente produce, oppure sarebbe la conferma del potere che ha la rappresentazione del nostro dolore, in barba al sovraffollamento mediatico dei nostri canali di informazione e a quanto predicato dai teorici dell'anestetismo postmoderno. Ma forse c'è qualcosa di più.

Ciò che ha particolarmente colpito infatti è che tutti, ma proprio tutti gli italiani, al di là del loro colore politico e delle loro posizioni ideologiche abbiano reso omaggio ai caduti secondo un sobrio cerimoniale patriottico-militare. Chi ha parlato di Eroi, chi di Soldati, di Patrioti, di Lavoratori o semplicemente e affettuosamente di Ragazzi; insomma chiunque fosse là, giustificando la propria presenza per un motivo o per un altro, alla fine, è possibile che sia stato mosso da un solo e medesimo sentimento.

Torna alla mente l'Iliade: Achille che piange Ettore, dopo averlo ucciso e fatto sfregio del suo corpo, insieme con il vecchio padre Priamo. Quella stessa Pietà verso i morti non è stata forse la sola protagonista di questi giorni? Pietà, una parola imbarazzante, tanto che persino la nostra politica, che si ciba esclusivamente di polemiche, calunnie, accuse, ha dovuto tacere davanti a una seppur così ghiotta occasione. La Pietà che ha fatto esporre alle finestre di centinaia di migliaia di italiani l'oggetto sacro, totemico, riservato ai mondiali di calcio: il tricolore. La Pietà, sentimento greco e romano, ma anche sentimento profondamente cristiano, e non solo occidentale ma anche buddhista, orientale.

Un sentimento amplificato dalla natura "pacifista" della missione in Iraq, dalla stima e dall'affetto che gli Italiani hanno nei confronti dell'Arma dei Carabinieri e dal modo brutale della loro uccisione. Un sentimento che ci rassicura, poi riduce lo strapotere dei media perché la gente non era sazia di stare a guardare in tv ma è dovuta andare, ha dovuto vedere le bare con i propri occhi, deporre fiori con le proprie mani, in somma esserci realmente e autenticamente. In fondo in un'epoca travolta da sentimenti fasulli spacciati da soap opera e talk show ciò che è invece autentico acquista ancora più valore.

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