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| Anno 2003 | |
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La tragedia dei clandestini cresce di pari passo con una serie ininterrotta di assurdità che si accavallano senza interruzione sui media a tutte le ore del giorno e della notte, scaturite da una logorrea inarrestabile dei meno competenti. Quelli che lo sono (gli addetti ai lavori) tacciono o lasciano parlare l'uomo sulla scena d'azione, il tenente di vascello o il maresciallo Rocca della situazione. Si capisce l'imbarazzo e il cruciale ruolo PR dei Marescialli Rocca d'Italia ma chi tace acconsente e qualche sprazzo di semplice buon senso attenuerebbe lo scoramento che prova chiunque sia anche solo un po' familiare col tema, oltre a rendere edotta la preoccupata - e tutt'altro che imbecille - pubblica opinione italiana dei reali termini del problema.
Un esempio per tutti: chi deve fare che cosa. La nomenclatura del Paese è inesorabilmente arrivata alla conclusione che si tratta di un problema europeo e che siamo stati abbandonati a noi stessi: "La questione è tracimata… non è più al nostro livello… non ce la facciamo da soli…". Peccato che non esista ancora una giurisdizione territoriale e marittima UE che possa fornire un contesto giustificativo a queste asserzioni, e neanche che ci siamo vicini. Sarà l'ultimo passo della costruzione comunitaria quando - e se - avverrà. Fra qualche decennio, certamente non a breve. La sovranità effettiva appartiene alle Nazioni, è ancora saldamente in loro mano. Tutto il resto sono coordinamenti e accordi, compresa la moneta (che infatti prevede una possibile reversibilità). Il controllo dello spazio esistenziale dei popoli è ancora una piena ed esclusiva responsabilità dei loro governi. L'Europa è in realtà un condominio, dove i vari padroni di casa conservano l'essenza dei loro diritti. La UE può auspicare, coordinare, promuovere, invitare le Nazioni a collegarsi - e gestire i pianerottoli e il portiere - ma si tratta, ad eccezione di questi ultimi, di modalità operative, non di un "Jus". L'Unione non può assumersi responsabilità che non le spettano e che nessuna nazione europea - neanche la nostra, se si passasse dalle chiacchere ai fatti - è oggi disposta a trasferire o delegare. Il controllo del territorio - anche marittimo - non è assolutamente fra questi. Sul tema specifico dell'immigrazione ogni Paese UE ha poi le sue gatte da pelare. I mediterranei stanno come noi, alcuni peggio (la Spagna, forse la Grecia). Quelli nordici hanno gli Extracom in casa a milioni e sono pieni di problemi. Se non pattugliano il canale di Sicilia devono presidiare Schengen, le Balnieu e le Ruhr abbandonate dagli autoctoni. La Germania ha 7 milioni di ospiti, la Francia 5. Noi 1.5. Che credibilità avrebbe in tali condizioni un SOS della nostra Guardia Costiera (che peraltro si guarda bene dal lanciarlo)? Potremmo avere come risposta "OK, mandiamo a Lampedusa la De Gaulle. Potete trasferire in cambio, s'il vous plait, la vostra divisione di carabinieri Pastrengo a Marsiglia?" Oppure: "Vi riprendete la Corsica?" Mettiamoci bene in testa poi che tutta la materia è governata da leggi internazionali che non danno ad alcuno la minima potestà di polizia in alto mare, salvo che per la repressione della tratta degli schiavi, della pirateria e l'inibizione delle emissioni radioelettriche non autorizzate. Si tratta di residui un po' datati di un passato remoto (anche il terzo, data la diffusione della TV satellitare), che però pochissimi hanno interesse a modificare, perché ciò significherebbe dare alle potenze marittime il monopolio degli oceani. La US Navy riceverebbe in omaggio l'81% del pianeta. E nessuno lo vuole, a parte gli ammiragli americani. Considerare gli scafisti alla stregua di moderni trafficanti di schiavi è forse accettabile sul piano simbolico ed emotivo, meno su quello giuridico. I trasportati sono consenzienti, pagano per il servizio. Si potrebbero assimilare i telefoni cellulari certamente presenti a bordo come emittenti radiolettriche, ma andrebbe bene la prima volta. Alla seconda non ne verrebbe trovato uno. La legislazione internazionale lega le mani. Per quanto sia sgradevole ammetterlo, non c'è altro da fare che quello che si sta facendo, peraltro con grandissimo impegno (e notevoli rischi personali per gli equipaggi e i Comandanti, vedi gli episodi delle corvette Sibilla e del Chimera) da parte di un dispositivo aeronavale concepito per altri compiti e altre missioni. Il problema potrà essere tamponato con il famoso accordo fra Stati di cui si parla, sponsorizzato dalla UE, che viene presentato come una panacea. Può esserlo in un contesto europeo come è quello balcanico, dopo che gli Stati dai quali provengono gli emigrati si siano svuotati di tutti gli indesiderabili e abbiano ricevuto l'adeguata mercede. Il caso albanese è un esempio canonico. Ma è difficile che possa essere una panacea quando dietro a ogni negoziatore c'è l'intera Africa che preme. Quanto poi a negoziare un eventuale accordo, c'è uno stato umbratile come la Libia, la cui dirigenza ha fatto del ricatto e tradimento le sue massime specializzazioni geopolitiche, che ospita oggi due milioni di stranieri, molti con il passaporto della Jamairija concesso da Gheddafi a tutti gli africani islamici; si può immaginare le difficoltà e l'attendibilità di un eventuale trattato. E' un problema senza Happy End, anzi senza soluzione in vista. Richiede sangue freddo, senso delle prospettive, cultura e coscienza della realtà dei fatti; questo solo per contenere il fenomeno, per evitare una catastrofe. Ma i guai sono certi. Non ci illudiamo con le nostre stesse illusioni. Fra cinquant'anni l'Italia sarà un Paese abbondantemente multiculturale, un'altra cosa rispetto a oggi e non necessariamente migliore, come molti sembrano credere in modo un po' acritico Quando esseri umani si sottopongono alle privazioni e ai rischi che sappiamo per attraversare d'estate 4-5000 km di Sahara per poi giocarsi tutto in una roulette russa navale, sugli esiti della quale dovrebbero sapere tutto (i media del mondo ne parlano in abbondanza) vuol dire che c'è un grosso equivoco (in realtà i poveretti ignorano gran parte della realtà) oppure che la loro percezione dell'Occidente è così straordinaria da travalicare il semplice rapporto costo/beneficio/rischi. Nessuna situazione di degrado e di sottosviluppo può giustificare una sfida così estrema. Una minaccia immanente di distruzione lo può (gli armeni nel 1920, gli ebrei nel '40-'45, gli indocinesi degli anni '70) ma non solo la fame o la miseria di persone che comunque riescono a rastrellare 1500 o addirittura 5000 dollari per il viaggio. Un'enormità, per gli standard di vita somali o sudanesi. Forse non si rendono conto o minimizzano per quel diffuso infantilismo culturale che fa loro sopportare i guai a volte con il sorriso e che li porta a morire di freddo nelle burrasche autunnali del Mediterraneo indossando semplici shorts. Non si tratta di una considerazione razzista. Il loro calvario è così macroscopico e inesorabile che c'è da chiedersi dove siano finiti i meccanismi di conservazione della specie. Un po' come per l'AIDS, sotto controllo un po' dappertutto e dilagante in Africa sub-sahariana. Il clandestini arabi o asiatici sono più accorti: non subiscono il massacro di questi poveretti che vi si fanno condurre con una mansuetudine veramente disarmante. Forse su questo punto si potrebbe e si dovrebbe fare qualcosa: una campagna di informazione condotta tramite le ONG, l'ONU, i Paesi d'origine, i grandi media satellitari, che rendesse bene edotti gli aspiranti emigranti clandestini sul cosa li attende. Accompagnata naturalmente dalle più energiche e convincenti pressioni sui Paesi di origine e di lancio, Somalia e Libia in testa (ambedue ex colonie italiane: un caso?). Subentrano poi le difficoltà per convincere le lobby e i governi europei ad anteporre la decenza agli affari possibili con la Jamairia de-embargata dall'ONU, il nuovo Eldorado dell'export europeo. Sotto questo aspetto la freddezza americana è molto più onesta, condivisibile e politicamente corretta dell'assalto alla diligenza (anzi alla tenda) del Colonnello Gheddafi che i maggiorenti europei hanno lanciato dopo l'abbattimento delle sanzioni ONU - anche se Bruxelles non ha ancora formalmente dato il via libera. E' singolare che nessuno lo abbia rilevato, anzi l'atteggiamento di Washington viene considerato sotto sotto un riflesso condizionato post reaganiano. Forse qualcuno si sta ricredendo. Il nostro Paese in particolare ha tanti e tali interessi nell'ex Quarta Sponda che gli riesce difficile coniugare le prospettive dell'export con la coerenza umanitaria. Questo punto, ancorché molto sorvolato dai media evidentemente costretti a farlo, non fa che incrementare ulteriormente la complessiva difficoltà di gestire il problema dei clandestini. |