Anno 2003

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La Battaglia di Baghdad è dura ma si può vincere

Andrea Tani, 3 novembre 2003

In Iraq stiamo assistendo con sei mesi di ritardo alla Battaglia di Baghdad. Saddam Hussein - o chi per lui - sta giocando le sue carte militari con molta abilità. Invece di uno scontro aperto in piena guerra o della paventata battaglia nei centri abitati, che avrebbe comunque evidenziato i combattenti (americani da una parte, Guardia Repubblicana dall'altra, entrambi in uniforme; civili al coperto) e permesso alla superiorità statunitense di prevalere, assorbendo nel calore della battaglia le ingenti perdite collaterali che ne sarebbero derivate, il Rais ha scelto il tempo e il modo che gli sono più congeniali. Da vecchio guerrigliero e grande esperto di complotti ha trasformato le sue debolezze in forza e messo bene in evidenza le labilità degli Stati Uniti: prima di tutte l'impossibilità a usare appieno l'enorme superiorità di fuoco di cui dispongono, nonché imporre e sopportare quei lutti che allora sarebbero passati quasi inosservati.

Quanto ci sia stato di voluto o di casuale in tutto ciò non è dato di sapere: il fatto certo è che oggi la guerriglia irachena ha strappato l'iniziativa militare all'occupante americano e sta conducendo la partita secondo le proprie regole. Localizzata soprattutto nel Triangolo Sunnita che comprende anche Baghdad e un buon quarto della popolazione irachena - quella più ostile - essa sembrerebbe costituita da tre componenti: gli ex quadri irriducibili del Baath, generalmente appartenenti a un nucleo duro di Sunniti originari della zona; i terroristi islamici venuti da fuori; la marmaglia dei fuorilegge e sbandati assoldati con gli ingenti mezzi finanziari accumulati o trafugati con previdenza dalla cerchia del dittatore. Si tratta di un totale complessivo di effettivi che non dovrebbe superare le diecimila unità, anche se il Central Command è il primo a confessare di brancolare nel buio per quanto riguarda i numeri.

L'arsenale militare del quale i guerriglieri possono disporre è costituito da un numero enorme di armi convenzionali portatili e pesanti, compresi missili spalleggiabili antiaerei (che costringono gli alleati a tenere ancora chiuso l'aeroporto di Baghdad, con un grande scorno di immagine), lanciarazzi katiuscia (uno dei quali è stato utilizzato nell'attentato al quale è scampato per un soffio il vicesegretario alla Difesa americano Wolfowitz), mortai, mine di ogni tipo, bazooka, lanciagranate, mitragliatrici, eccetera. Il Corriere della Sera del 29 ottobre parla di un milione di tonnellate di armi, altre testate di un milione di armi: tantissime comunque. L'esercito iracheno era uno dei più equipaggiati del Medio Oriente e anche le briciole sono cospicue.

A modo loro Saddam Hussein e i suoi residui luogotenenti hanno inconsapevolmente operato nel centro nevralgico del Paese quella concentrazione "napoleonica" delle forze disponibili che è conditio sine qua non - secondo gli insegnamenti del grande Corso - per la vittoria decisiva. Questa concentrazione ha come obbiettivo gli occupanti americani, non tanto in quanto tali ma come emanazione di una potenza presunta irresoluta e incapace di sostenere a lungo una pressione sufficientemente forte e brutale, ma soprattutto i collaboratori iracheni e internazionali che stanno cercando di ricostruire il Paese. Sui primi la guerriglia agisce cercando di evocare la sindrome del Tet, di Beirut e di Mogadiscio, non senza qualche speranza di successo a giudicare dall'evoluzione dei sondaggi di opinione in patria e dall'aggressività dell'opposizione democratica all'Amministrazione Bush.

Sui secondi preme cercando di convincere che l'avvenire dell'Iraq è "Back to The Future", ovvero "Cambiare per non cambiare nulla". Ossia un avvenire legato ai consueti stilemi politico culturali della regione, magistralmente interpretati da Saddam Hussein, del quale si può dire tutto ma non che non conosca - o conoscesse - la psicologia dei suoi connazionali. Sui terzi (gli internazionali buonisti) la pressione è in qualche modo simile alla precedente, ossia volta a convincerli che il futuro del Paese non appartiene agli angloamericani o agli iracheni a loro vicini ma ai consueti metodi dittatoriali e brutali di questa terra. Quanto prima lo realizzano meglio è per loro e per le prospettive future di una loro azione nel Paese. Nel frattempo è garantito che non saranno liberi di operare a favore della potenza occupante e pagheranno col loro sangue l'equivoco.

E' evidente che questa strategia, seppure ambiziosa e lontana dal realizzarsi, ha una sua plausibilità. Gli Iracheni del Triangolo la ritengono verosimile, tant'è che non collaborano con lo zoppicante intelligence "umano" (Humint) del Central Command presente nell'area e accolgono nel loro ambito i guerriglieri facendoli sparire nel nulla pochi minuti dopo che gli attentati si sono svolti. Materializzando così il classico "mare" maoista nel quale i pesci della guerriglia nuotano indisturbati. Può essere anche un effetto delle minacce che vengono certamente profferite per sostenere gli esitanti, ma Baghdad ha cinque milioni di abitanti e resta difficile credere che poche migliaia di irriducibili possano intimidire a tal punto una folla inurbata di simili proporzioni.

Più verosimilmente, i più stanno a guardare cercando di capire come andrà a finire una lotta fra un male conosciuto e un altro sconosciuto, anzi alieno, che non parla la sua lingua ed è latore di valori del tutto incomprensibili. L'estraneità provata dai GI verso il mondo che li circonda, della quale i media americani traboccano, è evidentemente reciproca. E' bene non dimenticarsi che i bombardamenti americani della scorsa primavera hanno provocato molte migliaia di morti civili che si aggiungono a quelli del '91 e alle privazioni dell'embargo, attribuite dalla coscienza popolare irachena più alla malvagità degli yankee che a quella del Padre Padrone.

Non ha molta importanza in tale situazione che il Paese si stia effettivamente risollevando dalle macerie e che i progressi siano giornalieri, come viene continuamente messo in luce dalla autorità americane. La sicurezza è assolutamente prioritaria fra tutti i valori di una comunità, in Iraq come altrove. Se non viene assicurata o ristabilita, nessun altro progresso sarà possibile. Il problema è di nuovo tornato sul piano militare, anche se non convenzionale e certamente non particolarmente adatto alla virtualizzazione dei combattimenti nella quale gli americani eccellono. In questo caso la tecnologia non è decisiva, anche se aiuta. E' determinante la conoscenza e il controllo dell'ambiente fisico e sociale nel quale operare, per i quali l'attuale dispositivo militare americano appare scarsamente configurato. Serve molta più intelligence sul terreno, come anche il Presidente Bush e i capi militari USA hanno ammesso, e una cooperazione molto maggiore delle forze irachene, le quali sono in grado di fronteggiare le specificità locali e i micro contrasti di civiltà in modo molto più efficace dei GI. Rimane il problema della loro lealtà, che non è cosa da poco.

L'ipotesi di un decisivo concorso internazionale sul piano militare ha subito una battuta d'arresto dopo i recenti attentati che cominciano a interessare anche i contingenti alleati. Le speranze sorte in seguito all'approvazione della risoluzione 1551 all'ONU sembrano essere svanite, almeno per il momento. Portoghesi, Bengalesi, Pakistani, Indiani e più recentemente anche i Turchi, chi per una ragione chi per l'altra nicchiano e si chiama fuori. Quando e se la situazione migliorerà - e non ci sarà forse bisogno di un aiuto militare internazionale - i candidati risorgeranno. In sintesi, gli americani se la devono cavare da soli. I Britannici e gli altri alleati sono dislocati nelle zone a minor rischio e di fatto sono soltanto comparse nella rappresentazione principale. Da soli gli Americani, ma sempre meno man mano che i reparti iracheni che vengono addestrati a ritmo sempre più serrato entreranno in linea. Questa è la mossa decisiva. Se avrà successo in tempi compatibili con le esigenze della campagna elettorale americana, la partita sarà vinta e prevarrà la logica del progresso e del benessere. Altrimenti tutti gli scenari sono possibili.

Un elemento a favore dell'ottimismo è rappresentato altrove dall'approvazione da parte della Camera dei Rappresentanti americana della richiesta di finanziamento del presidente Bush di 87 miliardi di dollari per la ricostruzione irachena e le operazioni militari. Parimenti favorevole per l'Amministrazione è il positivo andamento dell'economia interna che mostra vigorosi segni di ripresa dopo un triennio più che deprimente e scalognato. Se si consoliderà, ciò significa - a detta dei ben informati - una rielezione molto probabile per George W. Considerato che nella sua suprema magistratura egli non ha mai dato cenni di cedimento - tachicardico o meno - alla tensione del periodo e continua a esercitare una leadership di guerra ferma e sicura, a differenza di certi suoi alleati e collaboratori insospettabili, questo può significare che la determinazione americana diventerà talmente consistente ed equipaggiata in mezzi e capacità operative che anche un ticket Bin Laden - Saddam Hussein non avrà speranze.

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