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| Anno 2003 | |
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L'arresto di Mikhail Khodorkovsky, magnate del petrolio e uomo più ricco della Russia che controllava la Yukos (quarta compagnia petrolifera del mondo per estensione di riserve), sta diventando uno degli avvenimenti più importanti e decisivi della vicenda contemporanea della Federazione. Al di là del tentativo di minimizzazione del vertice politico di Mosca, l'evento rappresenta il culmine di una lotta per il potere supremo che si sta svolgendo nella Federazione, una saga scespiriana che emula, con connotati moderni, tecnocratici e non cruenti (almeno per ora) le tradizionali faide autocratiche della Russia eterna. Forse perché l'unico modo di amministrare un paese vastissimo e multietnico come la Russia è quello del pungo di ferro, seppure aggiornato ai tempi. Ieri ad essere decisive erano le armate. Oggi sono i media, i grandi conglomerati economici e gli asset decisivi di ogni specifico Paese. Nel caso della Russia: il petrolio.
La battaglia riguarda due partiti non ideologici ma decisivi. Il primo è costituito dalla lobby degli oligarchi quarantenni che hanno creato immense fortune in pochi anni con metodi a dir poco spregiudicati (altrove definibili fuorilegge ma in Russia la legge al tempo latitava) sotto la protezione della Famiglia, ossia la cupola yeltziniana. Il secondo coincide con gli Siloviki, la consorteria degli ex funzionari del KGB e del municipio di San Pietroburgo capitananti da Putin, che furono cooptati dallo stesso Presidente Yeltzin dopo il bombardamento del Parlamento di Mosca del 1993. Questo ultimo traumatico evento, assai poco riecheggiato e tuttavia decisivo per quello che è accaduto dopo, segnò la definitiva frattura dell'allora presidente con la classe politica postcomunista del momento e probabilmente la fine di una evoluzione autenticamente democratica della nomenclatura del Cremlino. Come quasi sempre succede nella storia, i più solidali alleati di un momento di grande emergenza salvano la propria Res Publica per disputarsene le spoglie appena la coesistenza nella stanza dei bottoni diventa impossibile. Le vicende dei vari triumvirati dell'era di Cesare e seguenti rappresentano il più classico e imitato esempio. E' ormai acquisito che al tempo il Presidente Yeltzin arruolò il giovanissimo ex maggiore del KGB ed ex vicesindaco di San Pietroburgo come puntello di un potere che si stava spartendo le spoglie della Russia secondo le modalità di tutte le rivoluzioni, quale quella del Dopomuro è stata anche in questa parte di mondo. Putin era giovane, ambizioso, rappresentante autorevole ma non gerarchicamente significativo della organizzazione più efficiente e preparata che l'URSS avesse messo in piedi, e apparentemente malleabile. Designando un personaggio relativamente minore e poco carismatico come proprio delfino, alla condizione che avrebbe garantito che gli equilibri economici - lobbistici sarebbero rimasti inalterati, l'anziano presidente fece con una certa accortezza quanto era in suo potere per preservare i privilegi e il potere della sua cerchia. Nel 2000, quando Putin fu eletto presidente, fra le due fazioni venne formalmente raggiunto un accordo: gli oligarchi e i politici vicini alla Famiglia - fra i quali Voloshin, il capo dello staff di Putin che si è dimesso questa settimana, e Kasyanov, il primo ministro che forse lo seguirà a breve - erano salvaguardati finché fossero rimasti gli uni fuori della politica e gli altri fedeli al nuovo presidente. L'accordo è durato pochissimo. Quasi immediatamente due dei sei maggiori oligarchi (Boris Berzovsky e Vladimir Gusinsky, che controllavano media rumorosamente ostili al nuovo presidente) sono stati attaccati sul piano giudiziario con accuse facilmente dimostrabili, date le modalità con le quali le rispettive fortune erano state conseguite, e costretti all'esilio. Le rispettive testate sono state messe sotto il controllo del Cremlino. Khodorosvsky - il più abile, lungimirante e capace del gruppo, oltre che il più ricco - ha compreso che sarebbe stato il prossimo della lista e che la via giudiziaria alla sua defenestrazione era più che percorribile. Ha cercato di proteggersi per quanto ha potuto con misure tecniche di lavanderia amministrativa e una crescente internazionalizzazione del suo gruppo, aiutato in ciò anche dal successo crescente della Yukos (in buona parte merito suo e dei suoi manager ma dovuto soprattutto dell'alto prezzo del petrolio indotto dal deteriorarsi della situazione mondiale). Oltre a questo, il giovane tycoon ha apparentemente commesso quello che oggi sembra un fatale errore strategico: ha cercato un forte sostegno politico, finanziando tre gruppi diversi (fra i quali i post comunisti, che oggi piangono la caduta del maggiore plutocrate del loro Paese: così va il mondo…) e lasciando trasparire una intenzione determinata a "entrare in campo" e sfidare lo stesso Putin nella corsa presidenziale del 2008. Questo, a detta di quasi tutti gli osservatori più autorevoli, è stato il catalizzatore degli eventi recenti, assieme forse all'intenzione di Khodorkovsky di vendere il 40% della Yukos all'Exxon e alla Chervon Texaco in cambio di partecipazioni in queste due società. La mossa lo avrebbe trasformato in un grande capitalista internazionale - forse il secondo dopo Bill Gates - e in un bersaglio troppo grosso persino per l'inquilino del Cremlino. La circostanza poi di essere ebreo a metà - per parte di padre - in un Paese che ha fatto dell'antisemitismo una bandiera (ad eccezione delle prime fasi della rivoluzione bolscevica) e il fatto di aver fatto fortuna in un modo che gli ha garantito l'ostilità perenne della massa impoverita e rancorosa dei suoi concittadini hanno completato il quadro. Putin ha approfittato delle circostanze favorevoli e della vicinanza delle elezioni per la Duma e per la Presidenza per sbarazzarsi di un formidabile avversario e capitalizzare sull'evento attraverso la probabile crescita di consensi che la manovra avrebbe determinato nella massa dei votanti. La maggioranza degli osservatori concorda sul fatto che la separazioni dei poteri è in Russia ancora una chimera e che non accade nulla di importante sotto il profilo giudiziario che il Cremlino non voglia o non abbia avallato. Non è difficile crederlo: le tradizioni sono importanti dovunque e la Russia non ha mai conosciuto un braccio giudiziario indipendente dall'esecutivo. Quando poi un'azione giudiziaria ha le caratteristiche di quella che ha portato Khodorovsky nella sua attuale galera siberiana (dopo un assalto militare al suo aereo da parte di forze speciali mascherate in una sperduta parte di mondo, lontano da qualsiasi pubblicità e testimonianza, in un momento che più favorevole non poteva essere al suo massimo nemico) è arduo credere che non si tratti del "business as usual" del potere russo di sempre. Anche se su questo aspetto si farà maggiore chiarezza in futuro, è indubbio che in questo momento Putin o le circostanze o entrambi hanno rivoluzionato l'assetto dei poteri in Russia e che le conseguenze non saranno limitate solo a quel Paese. Dopo un primo momento di sbigottimento cominciano a delinearsi le prime reazioni ponderate. In linea di massima gli Stati Uniti sono rimasti interdetti dall'evento, che colpisce i loro interessi economici e ideologici e dimostra la non praticabilità dei metodi liberal-capitalistici in terra russa, evidenziando al contempo l'instabilità intrinseca di un Paese essenziale per le loro strategie. L'autorevole senatore repubblicano John Mc Cain, sfidante di Bush alle passate primarie del GOP, ha detto che si tratta di "…un colpo contro le forze del capitalismo e della democrazia di mercato in Russia che fa venire i brividi (creeping)". Il guru neocon Richard Perle ha esortato il Presidente Bush a non invitare Putin al prossimo summit primaverile del G8 a King Island, in Georgia. Anche William Safire, il maggiore columnist dell'IHT, ha riecheggiato simili toni. La Casa Bianca dal canto suo ha espresso "A lot of new concern" a livello di funzionari anonimi, respingendo il parallelo Enron-Yukos che Putin ha fatto - non senza un certa logica - per spiegare la necessità di moralizzare tutti i sistemi economici. D'altra parte il rapporto che gli USA hanno con la Russia ha tali valenze geopolitiche (testate nucleari, NMD, Corea del Nord, centrali atomiche all'Iran, Iraq…) che il rispetto dei formalismi giuridici può interessare molto meno l'Amministrazione del mondo degli affari e della politica. L'importante per la Casa Bianca e il Pentagono è che la mano che gestisce il deterrente nucleare e l'influenza dei russi nel mondo sia ferma. E quella di Putin apparentemente lo è. L'Europa sembra piuttosto fredda, al di là dell'appassionata difesa dell'Amico Vladimir da parte del suo presidente pro-tempore. Sia Solana che Patten hanno espresso riserve. Prodi non è arrivato a tanto ma certamente non ha emulato Berlusconi. Gorbaciov invece lo ha fatto, dichiarando che non crede vi sia la mano del presidente dietro la Procura russa, e che egli "…ha il supporto del suo popolo e questa è la sua più importante risorsa". La maggioranza dei commentatori e degli esperti non minimizza la durezza dello scontro, non si illude sulla purezza dei suoi connotati e ammette che Putin è per ora in vantaggio ma tutti danno la battaglia tutt'altro che finita e avvertono che Khodorkovsky è un osso molto duro e potrebbe riservare sorpres: come il Presidente è profondamente convinto di quello che fa e ritiene di farlo per il bene della Russia. |