Anno 2003

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Iraq, le Forze Armate italiane e il Crollo di Nasiriyah

Andrea Tani, 17 novembre 2003

Lo schianto di Nasiriyah ha messo tragicamente fine a quella specie di età dell'innocenza (o della mistificazione, a seconda dei punti di vista) nella quale le Forze Armate italiane hanno vissuto negli ultimi venti anni. Più precisamente dal 1982, quando iniziò, con il Libano, la serie dei loro interventi fuori area a prevalente, se non esclusivo, carattere umanitario. La fortunosa e fortunata esperienza di Italcon del generale Angioni (il Condor di Oriana Fallaci) ha costituito una pietra miliare sulla quale si sono forgiati i nuovi militari del Dopomuro, molto diversi dallo stereotipo tradizionale del guerriero italico al quale tutto sommato era appartenuto anche l'appannato soldato democristiano della Guerra fredda.

Antiquato e ancorato esclusivamente alla Soglia di Gorizia ma formato da capi che avevano fatto una guerra e ne conoscevano le concretezze, quest'ultimo era rimasto comunque un "operatore della guerra" - come si direbbe oggi - senza confusioni e fraintendimenti. Questi sono iniziati invece con l'insperato successo della missione che riuscì a fare una dignitosa figura nelle condizioni orrende della carneficina libanese, schivando sia Sabra e Shatila sia i camion bomba che massacrarono i contingenti francese e americano. Tornò in Patria con un solo morto (un marò del battaglione San Marco) e un certo rispetto da parte di ambienti militari esteri arroganti e orgogliosi che avevano conosciuto il soldato italiano solo nella storia scritta dai vincitori e nelle storielle da caserma. Con il senno di poi - di un poi che arriva a queste tristi giornate - si può dire che l'esperienza fu in qualche modo foriera di equivoci che non hanno portato bene alle Forze Armate.

Senza più il nemico canonico che avevano sempre avuto dall'inizio della loro esistenza e in assenza di uno scopo definito, esse approfittarono del dignitoso esito del Libano per riconvertirsi gradualmente nel corso dei decenni successivi a un ruolo pressocché esclusivo di "operatrici di pace". In questo ruolo hanno creduto con sempre maggiore convinzione (anche perché il contesto politico-culturale del Paese si prestava mirabilmente ad assecondarlo) e hanno continuato a farlo sempre con una uniformità di indirizzo del tutto indipendente dal colore politico del momento.

Che sia prima nato l'uovo o la gallina - ossia siano state le Forze Armate a vedere nel nuovo ruolo un eccellente veicolo di riconoscimento e legittimazione o la classe dirigente a spingerle in tale direzione - non ha molta importanza. E' un fatto che raramente nella storia d'Italia si è verificata una simile concordia fra l'opinione pubblica, l'intellighenzia politico-culturale, le classi di governo e la corporazione militare, come nell'assunzione della pace a riferimento basilare della militarità nazionale. Analogamente a quello che avevano man mano rappresentato nella vicenda storica dell'Italia il Risorgimento, l'Unità Nazionale, Trento e Trieste, l'impero, il posto al sole, la riconquista della Patria invasa dall'uno e dall'altro, la salvaguardia del Mondo Libero…

Il prodotto delle Forze Armate ha quindi man mano trasmigrato dalle tradizionali tipologie storiche (affermazione della potenza nazionale, difesa della Patria, salvaguardia delle democrazia o produzione di sicurezza, a seconda delle varie epoche) a una quasi esclusiva assistenza ai derelitti e ai bisognosi, generalmente out of area in situazioni preferibilmente postbelliche di peace keeping. L'enforcing era lasciato volentieri ad altri. Così facendo le Forze Armate si sono trasformate in agenzie di assistenza internazionale, mettendosi in competizione con le ONG ancor prima che queste fossero costituite. Le hanno anzi vicariate quando non esistevano, assumendone una specie di patrocinio morale appena hanno cominciato a operare. Il metro di riferimento dell'efficienza e l'efficacia dello strumento militare è diventato la generosità e non più la capacità di vincere conflitti assicurando la sicurezza nella quale la stessa generosità si poteva esplicare.

Si è così profondamente snaturata la natura della professione militare e - quel che è peggio - il ruolo e la funzione dello strumento bellico nazionale. Chiunque abbia assistito alle recenti celebrazioni del 4 novembre e abbia riflettuto su quello che è stato detto anche ai massimi livelli istituzionali - con questa incredibile enfasi su un nuovo esercito radicalmente diverso e quindi migliore di quello che aveva fatto il Piave, Vittorio Veneto, El Alamein, Lero, la Campagna d'Italia e la Guerra fredda - non può non aver compreso quanto profonda sia stata la metamorfosi storica che le Forze Armate hanno subito.

La strage di Nasiriyah ha bruscamente riportato tutti alla realtà su questo e altri temi. E' stato ribadito drammaticamente che gli eserciti - regolari o irregolari - sono formati da soldati armati da uno Stato o da una fazione per gestire a proprio favore la naturale e ineliminabile propensione dell'uomo alla sopraffazione e alla violenza sia aggredendo i nemici sia proteggendo i propri o altrui concittadini dalle loro conseguenze. Infami assassini islamici hanno portato questa banale ovvietà alle estreme conseguenze senza regole e senza quartiere. Lo shock emotivo che il Paese ha subito è stato enorme. Il suo rientro nella Storia non poteva essere più traumatico.

Tutta la manipolazione di questi anni è apparsa nella sua inconsistenza, a partire dall'emblematica vicenda del Libano dalla quale siamo partiti. In primis, il dettaglio costantemente ignorato dalle cronache e dalla leggenda, ma assai significativo all'indomani di Nasiriyah, che non era stata la bontà italica a evitare a Italcon i destino dei Marines e della Legione Straniera. Vi avevano concorso l'insignificanza geopolitica del Paese del quale era emanazione, la particolare sagacia della stazione SISMI di Beirut (sul cui libro paga si trovavano tutti i capi della guerriglia palestinese) e il filoarabismo parossistico dei governanti del tempo, senza dimenticare la professionalità del generale Angioni che aveva adottato, mutuandoli dalle sue esperienze ranger americane, i famosi zigzag obbligati per entrare nella base italiana. I terroristi del tempo poi colpivano obiettivi definiti, non erano le schegge impazzite e nichiliste di oggi e attaccavano i loro nemici non l'intero genere umano. Il terrorismo era ancora laico, relativamente razionale.

Oggi la situazione è ben diversa. L'Iraq non è un Libano diviso fra due fazioni che accettano l'intervento di mediatori ma un Paese occupato contro la sua volontà nel quale il contingente italiano è percepito dai suoi abitanti come filoamericano, come del resto il governo che ne ha ordinato l'invio a Nasiriyah, con l'aggiunta - in questo caso - di una contiguità con Israele che allora non sussisteva. Il SISMI sembra che brancoli nel buio, a quanto riferiscono gli organi di stampa, come la CIA del resto. I generali Angioni del momento dal canto loro si preoccupano innanzitutto di non essere percepiti come un fastidio dagli iracheni ma come un aiuto, dato che la missione è umanitaria e la sua filosofia è di tenere aperto il rapporto con loro. Le massicce strutture in cemento armato che avrebbero forse ridotto le conseguenze dell'attentato, simili a quelle che circondano tutte le basi angloamericane (con spazi di sicurezza, zig zag, strade deviate, sensori, lanciagranate nei corpi di guardia…) potevano essere interpretate come barriere psicologiche per la cooperazione. I poveri iracheni si sarebbero innervositi.

Era dal 1982 che una base militare di un esercito serio non veniva violata da un veicolo esplosivo in un attentato suicida. Le predisposizioni che lo rendono impossibile sono diffuse e conosciute: bastava adottarle. Se non fosse tragico, sarebbe solo assurdamente incomprensibile, come lo sono i commenti dei VIP governativi accorsi a Nassiria i giorni dopo l'attacco, che concordano sulla necessità di "cambiare strategia e rafforzare le difese". Ma cosa aspettavano dopo l'aggressione all'ONU, la strage alla moschea di Najaf del 29 agosto e la serie ininterrotta di bombardamenti e attentati dall'inizio di ottobre in tutto l'Iraq, culminata con l'attacco alla Croce Rossa del 27 ottobre? Si poteva veramente immaginare che gente che attacca la Croce Rossa esiti di fronte a un carabiniere sorridente che accarezza un bambino solo perché è rispettoso delle usanze locali? E che dire delle passate dichiarazioni tranquillizzanti del Ministro della Difesa (che peraltro voleva ribattezzare il suo dicastero "della Pace") comparse sulla stampa e riprese tutte insieme in una beffarda sequenza sui giornali di questi giorni?

Tutta la vicenda, fino al tragico giorno del crollo, era ammantata da una combinazione di inconsapevole anelito al martirio e ottimismo incosciente che lascia sgomenti. Del senno di poi sono piene le fosse, ma insomma è difficile trovare ragioni plausibili o attenuanti per una catastrofe così annunciata. E di fronte a tutto ciò nessuna autocritica, nessuna rimozione, nessuna dimissione. Solo fatalità e connesso eroismo. Rassegnazione e lacrime. La vittoria ha molti padri e la sconfitta è orfana. Lo è come i figli dei poveri padri di famiglia che abbiamo visto sui giornali e in televisione, gran parte dei quali si trovavano nel posto orrendo dove sono caduti oltre che per aiutare gente che li ha contraccambiati nel modo che sappiamo, anche per assicurare ai propri cari un futuro di decenza, non consentito dalla meschina riconoscenza ordinaria del proprio Paese.

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