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| Anno 2003 | |
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Gli attacchi terroristici delle ultime settimane e mesi hanno posto il mondo di fronte a una evidenza sulla quale ormai concordano tutte le persone responsabili, da Bush al Cardinale Ruini. Questo a prescindere dalle varie contorsioni dialettiche che mascherano miopie e minimizzazioni iniziali. Siamo di fronte ad un terrorismo di guerra, o più precisamente ad una vera e propria guerra, combattuta con armi non tradizionali che diventeranno sempre più ordinarie, come spesso è successo nella storia. Definirla "asimmetrica" può essere corretto ma anche fuorviante, perché induce un senso di squilibrio fra i contendenti che in realtà non esiste o è vicendevole: i terroristi utilizzano mezzi di offesa orrendi che non possono essere reciprocati dagli Stati, allo stesso modo che questi ultimi hanno armamenti pesanti e poteri dei quali i primi sono sprovvisti. Almeno finché non riusciranno a mettere le mani su armi di distruzione di massa. A quel punto, come minimo, la dissimetria si ridurrà.
La guerra in atto interessa ambiti regionali, mondiali, globali e di civiltà. Ognuna delle tipologie descrive una parte della realtà senza circoscriverla completamente. Con una certa precisione possono essere individuati veri e propri teatri d'operazione o fronti principali che definiscono i vari contesti conflittuali. Proviamo a ricapitolarli. Iraq: si può considerare l'area di battaglia primaria fra Al Qaeda e fiancheggiatori (la definizione non descrive compiutamente la situazione mesopotamica ma serve a sintetizzare) e il Grande e Piccoli Satana, intendendo con essi il nemico principale del terrorismo: gli Stati Uniti d'America e i suoi alleati in ordine di coinvolgimento, dal Regno Unito a scalare. Afghanistan: contesto storico e iniziatico; in esso avviene una mescolanza del tema basilare del quale ci stiamo occupando, con attori e tematiche extraterroristiche (mosaico etnico, geopolitica del Subcontinente, nucleare, droga…); tale mescolanza è piuttosto comune anche altrove, seppur in diversa misura. Arabia Saudita: centro dell'eresia religiosa e della massima profanazione della sacralità dell'Islam; allo stesso tempo esemplificazione della vulnerabilità dei Satana, ossia la giugulare petrolifera. Turchia: cuore dell'eresia laica e del più accentuato gradiente di secolarizzazione di una società musulmana; emblema del fallimento possibile della rinascita islamica, secondo l'interpretazione di Bin Laden e compagni. Paesi musulmani moderati: focolai potenziali della stessa rinascita o del suo fallimento, a seconda di quanto potranno essere destabilizzati o seguire l'esempio della Turchia. Paesi occidentali: obbiettivi relativamente secondari, a parte il Grande Satana - che però è stato adeguatamente punito - perché non destabilizzabili e non adeguatamente simbolici; sono per il momento risparmiati, anche perché non deve essere così facile ormai organizzarvi le operazioni alla Baghdad e Istanbul; le vaste comunità musulmane che vi risiedono potrebbero essere meno permeabili alla propaganda fondamentalista - e più infiltrate dalle polizie locali - di quanto si creda; addirittura la loro contiguità con l'Occidente potrebbe renderli restii a colpirlo per una causa che dovrebbe apparire anche ad essi inadeguata (è un auspicio, più che un autentico convincimento, ma i fatti per ora sembrano esprimersi in tal senso). Aree terze con presenze di comunità "crociate" e sioniste: soprattutto località turistiche (Kenia, Mombasa. Bali-equivalenti…); suppliscono alle impervietà del para precedente; la facilità di colpire prevale sul significato strategico delle azioni. Oltre a questi campi di battaglia specifici di Al Qaeda è da considerare anche il padre di tutti gli scenari terroristici e cioè Israele e Palestina; non è attribuibile all'attivismo di Bin Laden e dei suoi seguaci, ma è certamente collegato ad esso come genesi, strategia generale, scambi di esperienza e materiali, ambizioni complessive. Le ultime battute della guerra in atto - soprattutto l'attentato di Nassiriya e il duplice devastante attacco a Istambul - sembrano mirare a una specie di intensificazione parossistica delle varie campagne, in vista di una spallata finale agli occidentali e ai vari eretici fiancheggiatori. In realtà molti osservatori hanno messo in luce che si potrebbe trattare di una specie di impazzimento metastatico del movimento terroristico. Esso esplode in tutte le direzioni senza una strategia complessiva, forse per la scomparsa di una direzione strategica globale. Sul Foglio del 21 novembre, ad esempio, viene riportato il parere di un autorevole esperto americano sul terrorismo, Michael Radu, che sintetizza bene questa percezione: "Al Qaeda continua nella sua strategia suicida. Si fa più nemici di quanti ne possa affrontare". Infatti, le conseguenza più immediate e percepibili dell'offensiva in atto sono ben diverse da quanto gli ispiratori originari si auguravano. Gli attentati trasformano tiepidi fiancheggiatori degli angloamericani in alleati attivi e propulsivi che mobilitano le loro cospicue risorse militari e di sicurezza in una lotta senza quartiere al terrorismo. Analogamente i critici sono costretti a cambiare campo e a dare un sostegno sempre più importante alla coalizione occidentale. La leggenda di un Iraq giardino di delizie, profuse da un tirannico ma tutto sommato accorto Saddam Hussein, trasformato dalla rapacità del texano George W. in un inferno libanese si è svelata in tutta la sua inconsistenza. Con un certo ottimismo si può riconoscere al Pentagono la fortunosa lungimiranza di avere architettato una trappola per attirare il grosso delle forze combattenti di Al Qaeda in Iraq alla mercé dell'enorme potenza di fuoco dell'US Army. E' difficile essere certi che questa fosse l'intenzione originaria di Rumsfeld ma potrebbe veramente finire così. Alla stessa maniera sta finendo la crisi di immagine e di rappresentatività della leadership angloamericana che un mese fa sembrava sull'orlo di una crisi di nervi, almeno per la componente britannica del team, non del tutto meritevole di occupare il medesimo appartamento dove i suoi predecessori avevano dato prova di ben altro sangue freddo. La celebrazione della fraternità anglosassone di Londra ha visto un Bush vero protagonista dell'evento. Il Presidente ha dato prova di grande spessore oratorio e di un carisma del tutto insospettabile, aiutato in ciò - nel momento cruciale della performance - dai boati che provenivano dalla Turchia, come un grande interprete lirico lo è dai timpani dell'orchestra. Mai tempismo è apparso altrettanto perfetto. E mai manifestazioni e critiche sono apparse più irresponsabili di quelle che hanno tenuto occupata la polizia londinese nello stesso momento. E' da considerare poi che se gli attacchi suicidi, protagonisti pressoché esclusivi dell'offensiva in atto, sono rovinosi e quasi impossibili da prevenire, essi consentono di arricchire l'intelligence antiterroristica di elementi sempre più cruciali. I resti degli attentatori rilevati sui luoghi dei misfatti consentono di acquisire informazioni corpose sulla genesi e le modalità dei singoli eventi. Gli investigatori riescono spesso a collegare i vari componenti dei puzzle in affreschi coerenti. Vengono man mano evidenziati e compromessi gli ambienti di origine e di reclutamento, le scuole coraniche di indottrinamento, i contesti operativi di Al Qaeda che li armano e li dirigono. Possono essere precisati collegamenti, confermate ipotesi di linkage, escluse o sanzionate piste di ogni genere. Tutto ciò può essere effettuato in tempo reale, connettendo i vari ambienti investigativi con i più moderni sistemi telematici. Fino ad arrivare all'integrazione in atto nei teatri più caldi fra tali metodi di indagine con le contromisure militari. Il Central Command ha impiegato in Iraq per la prima volta nei giorni scorsi due missili terra-terra da una tonnellata e mezzo di ultima generazione contro nuclei di terroristi che si preparavano a compiere un'azione. Lo stesso dicasi per aviazione a artiglieria di grosso calibro. Gli Stati possono essere fortissimi, quando vengono messi in grado dalle circostanze o dai nemici di utilizzare al meglio le loro capacità. E' difficile spiegare tutto ciò all'opinione pubblica, sempre più giustamente preoccupata. Ogni attentato porta coloro che contrastano il fenomeno su scala globale più vicini alla eliminazione di questo incubo. O almeno alla sua riduzione a dimensioni più maneggevoli. E' sperabile che ciò avvenga prima che la vera peste - ossia la paventata saldatura del terrorismo con le armi di distruzione di massa - si materializzi. In questo senso si potrebbe veramente trattare di una corsa contro il tempo. |