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| Anno 2003 | |
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La NATO sta conoscendo un periodo di grande e inaspettata vitalità. Dopo aver risolto virtualmente il marasma balcanico eliminando la principale fonte di instabilità nell'area (l'egemonismo suprematista dei Serbi), l'Alleanza sta ampliando il suo ruolo in Afghanistan, dove i suoi reparti stanno fornendo un contributo decisivo alla messa in sicurezza di Kabul e dai mesi prossimi anche delle province esterne alla Capitale. Un'intesa in tal senso è stata raggiunta alla riunione plenaria dei ministri degli esteri Atlantici del 4 dicembre scorso. Nella stessa riunione si è per la prima volta discusso di un eventuale intervento NATO in Iraq su proposta spagnola e polacca, ovviamente appoggiata - o più probabilmente ispirata - dagli Stati Uniti.
L'ovviamente dà la misura di quanta acqua sia passata sotto i ponti dell'alleanza euro-americana da quando gli americani rifiutarono bruscamente - e incautamente - l'aiuto europeo alle prime fasi della guerra al terrorismo, offerto con molta generosità e nessun calcolo politico dagli alleati della stessa NATO. Oggi gli stessi americani quasi non credono ai loro occhi, dopo tante polemiche con i vecchi europei, nel constatare il virtuale unanimismo dell'assemblea Atlantica nell'impegnarsi in un'impresa militare così complessa e irta di pericoli come quella della repressione dell'insurrezione fondamentalista e neo-baathista in Iraq. Il termine insurrezione non è dello scrivente ma corrisponde alla terminologia ufficiale del Central Command statunitense, che definisce "insurgents" i guerriglieri iracheni a prescindere dalla loro estrazione politica e confessionale. Evidentemente gli europei e i canadesi - come gli australiani, i coreani e i giapponesi - hanno compreso che la lotta in corso in Iraq riguarda un passaggio decisivo dell'aggressione che l'Islam fondamentalista e integralista sta portando all'Occidente e agli Stati moderati musulmani a prescindere dal come e perché la stessa lotta è cominciata. Il ritrovamento in Iraq di fosse comuni di proporzioni gigantesche - si parla di tre o quattrocentomila uccisi dal regime - sta facendo passare in secondo piano la diatriba un po' speciosa sulle armi di distruzione di massa che comunque il medesimo regime di Saddam possedeva e impiegava ogni qual volta riteneva conveniente. L'ONU lo ha riconosciuto chiaramente nelle sue risoluzioni, anche in quelle precedenti a Iraqi Freedom. Questa percezione euro-canadese deve essere stata rafforzata dalla constatazione che l'ondata di attentati che hanno investito diversi Paesi islamici (dal Marocco all'Arabia Saudita alla Turchia) sono obiettivamente ascrivibili allo stesso fenomeno aggressivo: rappresentano due facce della stessa medaglia. La guerra dichiarata al terrorismo e ai suoi sostenitori dall'Amministrazione e dal Congresso statunitensi due anni or sono si sta rivelando diversa da quella figura retorica che gli europei intesero al tempo. E' un conflitto vero e proprio, condotto secondo le armi e le modalità che la nostra epoca consente. Ha una copertura globale e interculturale. Il professor Huntington, autore del celeberrimo "Guerra fra Civiltà," viene citato sempre più spesso e con sempre minore ironia. Le sua anticipazione non è più evocata solo per scongiurarla o metterla alla berlina come il prodotto di un Dottor Stranamore redivivo. E' stata l'intuizione fortunata di un studioso di grande valore che aveva compreso meglio di altri il senso delle epoche che sarebbero venute. Del resto anche Herman Khan (un celebre futurologo degli anni '60) aveva previsto che la fine del millennio sarebbe stata caratterizzata da conflitti confessionali che potevano sfociare in guerre aperte. Forse non avrebbe mai immaginato che una di queste si sarebbe palesata con la Pearl Harbour che abbiamo visto a New York e Washington ma si sa che la realtà molto spesso supera qualsiasi fantasia. La NATO in Iraq, quindi. I tempi non sono ancora definiti. Si parla della prossima estate, dopo il summit dell'Alleanza di Istambul, con una progressiva presa a carico del settore e delle responsabilità della divisione polacca - già esausta, pare - che coprono attualmente il quadrante di Garbala-Najaf fra la zona di Baghdad sotto diretto controllo USA, e quella di Bassora affidata ai britannici con presenza italiana. Già oggi del resto la stessa divisione riceve sostegno e aiuto tecnico, logistico e di comando e controllo dalla NATO, mentre ben diciotto dei futuri ventisei membri della NATO (quando l'allargamento deciso a Praga verrà completato) hanno propri reparti schierati in Iraq. A parte il Regno Unito, questi vanno dai quasi tremila italiani ai cinquantacinque soldati estoni. Questi reparti impiegano armi standardizzate NATO o in procinto di diventarlo, comunicano tra loro con protocolli TLC comuni, si scambiano munizioni e POL (carburanti e lubrificanti) normalizzati dagli STANAG decisi a Bruxelles e operano con manuali tattici quasi identici. Il grande pubblico lo ignora ma la NATO è un'organizzazione di un'efficienza e uno spessore incomparabilmente superiori a quella degli altri acronimi ai quali viene distrattamente associata (ONU, OSCE, Unione Europea). Quest'ultima legifera a normalizza a tutto spiano e ha certamente un'immensa influenza nella vita dei Paesi europei che ne fanno parte ma non ha una struttura operativa e un'efficienza comparabile a quella della NATO. Con tutto il rispetto per il Parlamento di Strasburgo, la Commissione di Bruxelles, la Banca Centrale di Francoforte e la Banca Europea degli Investimenti del Lussemburgo, queste istituzioni non possiedono la stessa omogeneità operativa e l'esperienza cinquantennale delle strutture militari della NATO che regnano su milioni di militari rigidamente gerarchizzati, i quali obbediscono alle direttive e non le interpretano secondo le varie sensibilità. Gli interessi delle due organizzazioni sono altrettanto incomparabili, questa volta in senso inverso. La UE comprende l'universo mondo della vita sociale e istituzionale dei quattrocento e passa milioni di cittadini europei. La NATO si preoccupa soltanto dell'aspetto militare della comunità euro-americana e solo in uno specifico scacchiere geografico: l'Europa ieri, l'euromediterraneo allargato oggi, con qualche propaggine africana ancora indefinita. Ma proprio questa limitazione del suo ambito professionale, coniugata con la solidità delle sue strutture operative, consente all'Alleanza Atlantica un'operatività assolutamente superiore a quella della sua controparte europea. Prova ne sia che nessuna Forza Armata della NATO - a parte quelle americane - perviene nel suo ambito nazionale a una efficienza e una potenzialità comparabili a quelle che raggiunge nel contesto interalleato. Questo funge da Force Multiplier del medesimo organismo militare sia per la competizione internazionale che induce sia per l'effetto di mutua fertilizzazione professionale che produce nei comandi e nei reparti. Senza contare che la NATO dispone in proprio di alcune risorse pregiate di tipo logistico e operativo che aumentano ulteriormente la valenza dei reparti integrati sotto la sua gestione, come la flotta dei velivoli AWACS di allarme lontano, la difesa aerea integrata, il sistema delle infrastrutture aviatorie e navali, il pooling del naviglio mercantile da precettare, alcuni sommergibili nucleari dotati di armamento strategico e altro. Tutto questo per dire che non è casuale il dossier di successi dell'Alleanza sul campo - dalla vittoria incruenta ma non senza sforzo nella guerra Fredda, alla Bosnia, al Kossovo, a Kabul. Come non è irragionevole ritenere che lo stesso successo potrebbe arridere a un intervento Atlantico in Iraq. Non solo la NATO non difetta di ottime fanterie europee per il controllo del territorio (delle quali scarseggia invece lo US Army, molto più dotato nelle proiezioni avveniristiche tipo Net War Centric, che però serve a vincere le guerre ma non le insurrezioni e tantomeno i dopoguerra) ma la qualità umana delle stesse fanterie è generalmente ben superiore a quella corrispondente dell'Esercito americano. La professione del guerriero nel supposto Impero egemonista del nuovo millennio non è fra le più richieste e questo la dice lunga sulla fondatezza delle supposizioni. Gli ufficiali sono in genere di notevole qualità, molto ben preparati anche sotto l'aspetto intellettuale e umanistico. I militari di truppa sono competenti e disciplinati combattenti ma finito il combattimento rivelano tutte le loro lacune che derivano dal fatto che ad arruolarsi sono essenzialmente gli strati meno acculturati e abbienti e più in cerca di una legittimazione sociale. Non per tutti gli eserciti volontari avviene la stessa cosa. Nel Regno Unito - per esempio - non è così, e neanche in Francia e in Spagna. In tutti questi Paesi gli eserciti nazionali hanno una antichissima e nobile tradizione e godono di un conseguente prestigio. Negli Stati Uniti il prestigio è lo stesso, ma la durezza della vita militare e le scarse prospettive economiche non attraggono. L'apporto in Iraq dei futuri contingenti europei e giapponesi si potrebbe quindi rivelare particolarmente prezioso, se non determinante. |