Anno 2003

Cerca in PdD


Iraq, appalti con gaffe e cattura di Saddam

Andrea Tani, 15 dicembre 2003

Il Saddam Hussein dei suoi momenti migliori, prima della ignominiosa resa, non sarebbe potuto essere più efficace. Osama bin Laden ha talmente apprezzato, da inserire l'argomento nella scaletta del suo prossimo radio-sermone, come esempio particolarmente riuscito di disinformatija indotta nel campo avverso, da seguire e imitare da parte di ogni buon combattente dell'Islam. Parliamo dell'incredibile lista dei buoni e dei cattivi per agli appalti iracheni che il Sottosegretario alla Difesa americano Paul Wolfowitz - certamente un combattente circonciso ma tutt'altro che islamico - ha avuto il coraggio di rendere pubblica per iscritto mettendoci sotto anche la sua firma. Per inciso, perché la sua e non quella di Rumsfeld? Possibile che siano così estese e potenzialmente perniciose le deleghe al Pentagono, il quale gestisce il puzzle iracheno nella sua totalità?

Raramente si è assistito, nelle recenti vicende babilonesi, a un passo così platealmente falso come l'autogol che il leader dei falchi più estremi ha inflitto con il suo proclama alla propria nazionale. Autogol immediatamente replicato dal sostegno immediato che il capitano della squadra, il presidente Bush, ha offerto al suo incauto terzino, corredando il tutto, a proposito delle conseguenze legali che la grida potrà scatenare nel mondo, di un humor texano che ha conosciuto tonalità migliori. Le critiche a entrambi gli interventi sono state talmente universali - anche da parte di Robert Kagan, il massimo ideologo dei NeoCon, l'autore di "Power and Paradise" - da far sorgere più di un interrogativo sui veri motivi di tutta l'operazione.

Il New York Times del 12 dicembre ha titolato con molta efficacia "A deliberate débacle", sostenendo la tesi che si tratti di una lotta di potere interna fra falchi repubblicani, talmente feroce da indurre a sospendere cautele e il semplice buon senso. La salva di siluri partiti in direzione di Powell - che la settimana scorsa si è fatto chiedere dalla NATO se gli USA avrebbero niente in contrario ad essere aiutati nel ginepraio iracheno - nonché di Baker, testé nominato rappresentante personale del Presidente per la rinegoziazione (con i cattivi di cui sopra) del debito iracheno, è degna di un redivivo Von Prien, l'affondatore della corazzata Royal Oak nella fortezza di Scapa Flow, ossia il massimo Rambo dei sommergibilisti di tutti i tempi.

Il New York Times conclude preconizzando il fallimento del substrato ideologico che fa da sfondo a tutta l'operazione. Ossia, senza giri di parole, la disfatta della Dottrina Bush. La grande stampa internazionale segue più o meno da presso, salvo il Wall Street Journal che si produce in una arrampicata sugli specchi degna di una medaglia d'oro olimpica del free climbing (se ci fosse): la lista dei Paesi ammessi alle gare - sostiene - non riflette una censura per i mancanti, ma un premio per quelli che ci sono, per i loro sacrifici in questa guerra. Come a dire che le sentenze di condanna in un processo non riguardano tanto i condannati, servono soprattutto per mettere in evidenza l'onestà degli assolti.

Soprassedendo alle dietrologie per mancanza di certezze e carità di patria, proviamo a focalizzare gli esatti termini del problema da una prospettiva diversa da quella dei più. Questi ultimi - media, analisti e politici - hanno messo soprattutto in evidenza la componente di autolesionismo insita nel documento di Wolfowitz. Proviamo a indagare invece sulle sbavature e le fuorvianze eventuali. Non c'è che l'imbarazzo della scelta.

La lista di proscrizione riguarda i Prime Contractor. Nessun limitazione per i fornitori, anche importanti, come la tedesca Siemens che sta installando, sotto commessa industriale americana, il sistema telefonico mobile per l'Iraq. Non solo. I grandi Prime contractor multinazionali possiedono società in ogni Paese, soprattutto in USA. Nessuno dei soliti noti non sarebbe in grado, se volesse, di partecipare alle gare irachene con la sua partecipata americana, inglese, spagnola o di qualsiasi altro dei 63 promossi (tanti sono). Quindi si tratta di un divieto così facilmente eludibile da indurre a chiedersi perché sia stato posto. Per offendere gratuitamente le Capitali nazionali non gradite, oppure il Dipartimento di Stato che ha a che fare con esse?

I fondi per le gare sono americani, stabiliti dal Congresso di Washington. Verranno spesi in una zona di occupazione militare, debitamente autorizzata dall'ONU con due risoluzioni. La medesima zona è soggetta a una legislazione eccezionale di emergenza riconosciuta in campo internazionale. Le regole del WTO sono in questo caso assolutamente "Out", fuori luogo e fuori posto, sostanzialmente e legalmente. Anche senza tirare fuori la non appartenenza dell'Iraq al suddetto WTO, particolare del tutto ignorato anche se non banale.

La pretesa di qualcuno (eurocrati di Bruxelles e socialdemocratici di Berlino) di appellarsi alle corti che regolano i contenziosi internazionali ordinari in materia è altrettanto inverosimile di quanto è bombastica la direttiva di Wolfowitz. In sostanza, è innegabile che la potenza occupante in Iraq può spendere i suoi soldi come vuole. Mettere in luce una simile ovvietà vuol dire enfatizzare politicamente una evidenza, caricandola di valenze che le sono tecnicamente estranee. Di nuovo, perché?

Come accennato, gli USA hanno bisogno della comunità internazionale per venire fuori dalle paludi mesopotamiche senza dover mobilitare gran parte del loro esercito o trasformare le riserve in coscritti virtuali. Potrebbero farlo, ma perderebbero la presa sul resto del mondo. E qualcuno ne approfitterebbe subito. Oltre a Powell, alla NATO c'è stato anche Rumsfeld la settimana scorsa, abbastanza col cappello in mano, conoscendo il personaggio e la sua ruvidezza. Se Baker non avrà successo nella rinegoziazione del debito, che interessa soprattutto due supercattivi (Francia e Russia) il default sull'Iraq condizionerà tutte le transazioni finanziarie che un prossimo governo nazionale di Baghdad dovesse impostare.

Moody, Standard and Poor e gli altri avvoltoi della certificazione internazionale non potranno alzare i pessimi voti dell'Iraq dagli attuali nadir, pena la perdita di credibilità del sistema di certificazione internazionale. E senza qualche A---, o equivalenti, la Federal Reserve non potrà sostenere Baghdad all'infinito, con tutte le antipatiche inadempienze del sistema economico americano da gestire nel frattempo. Sarebbe interessante sentire l'opinione di Wolfowitz in merito.

La Russia, la Cina, l'India, Germania e il Canada hanno ognuna per ragioni diverse una importante funzione di supporto del ruolo planetario degli Stati Uniti. La prima ha reso possibile il riposizionamento del dispositivo strategico del Pentagono lì dove è (e sarà) sempre più necessario per tutelare gli interessi globali dell'Iperpotenza: ossia a ridosso della Cina e nel bel mezzo del forziere petrolifero del pianeta. In aggiunta Putin e compagni rappresentano l'assicurazione per l'emergenza energetica peggiore, il collasso dell'Arabia Saudita prima che i pozzi iracheni siano a regime. Sull'abbuono degli otto miliardi del debito iracheno vantato da Mosca abbiamo già accennato.

La seconda (la Cina) tiene nelle sue mani la riduzione dell'abissale deficit della bilancia dei pagamenti USA e la ripresa del dollaro, attraverso la rivalutazione dello yuan e l'apertura del mercato cinese all'export americano. La dirigenza di Washington lo sa tanto bene da essersi prodotta in uno dei più clamorosi voltafaccia della recente storia americana, con il severo ammonimento di Bush al presidente di Taiwan di non dar corso a un referendum piuttosto innocuo, ancorché velatamente anti-RPC, che potrebbe aprire la strada a una dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di Taipei.

Bush è quello stesso George W. che aveva esordito il suo mandato chiamando la Cina "competitore" strategico anziché partner (come era stato definito al tempo di Clinton) e mandandogli attorno gli aerei intelligence della US Navy. L'episodio dell'atterraggio forzato sull'isola di Hainan di un E-P3C da ricognizione elettronica aveva rappresentato una inevitabile conseguenza di questa rinnovata aggressività, altrimenti definibile "provocazione". Al tempo lo disse solo Bertinotti, ma non era lontano dalla realtà.

L'India, un altro escluso (definirla "cattivo" sarebbe veramente troppo) è un alleato di primaria importanza per gli Stati Uniti. "Alleato", non partner. E' un pilastro della triangolare anti fondamentalista Washington - Gerusalemme - New Delhi, la guardia giurata delle rotte asiatiche per il Golfo, il guardiano del peggiore incubo islamico (il Pakistan fanatico e nucleare) nonché una riserva inesauribile di manpower "outsourced" per le tecnologie informatiche e il futuro serbatoio di cervelli matematici della Comunità dei Popoli di Lingua Inglese. Tiene sotto controllo, da sola, quasi trecento milioni di islamici, fra i suoi e quelli pakistani, un buon trenta per cento del totale complessivo. E' l'Alma Mater della seconda diaspora del mondo dopo quella cinese.

E come se non bastasse, se c'è un popolo che ha un'eccelsa opinione di sé e si offende facilmente per un nonnulla è quello indiano. Nessuna società del subcontinente era minimamente in predicato per un importante lavoro in Iraq come Prime. In compenso le fanterie sikh sono corteggiatissime dal Pentagono che farebbe carte false per sparpagliarle fra il Triangolo sunnita e Bassora. In un colpo solo, il grande Paul W. ha fatto incavolare tutti gli indiani come un solo uomo, riuscendo in quello che neanche Gandhi era stato capace di fare: allineare gli islamici indiani, che già detestavano gli yankee, agli indiani indù che li disprezzavano solo, come tutti gli outsider al Subcontinente. In cambio di: nulla.

In quanto alla Germania, il cuore dell'Europa, si tratta solo dell'host nation delle più importanti basi logistiche americane nell'emisfero orientale, della maggiore potenza europea, di quella che sta frenando le pulsioni indipendentiste dei francesi sulla difesa europea fino ad aver annacquato del tutto qualsiasi velleità di autonomia del Vecchio Continente per i prossimi trenta anni, del maggiore contributore della NATO dopo gli stessi USA, e di un forte e fidato alleato di quasi sessanta anni, che sta cavando le castagne dal fuoco afgano per lo Zio Sam. Nonché del maggior partner commerciale e mentore della Russia neo-zarista, oltre che protagonista di una recente diatriba sull'Iraq che ha messo molto in difficoltà Washington all'ONU e altrove. Dalla quale diatriba Berlino sta faticosamente venendo fuori con una serie di progressivi distinguo dal Parigi che più opportuni per gli Stati Uniti non sarebbero potuti essere. E scusate se è poco.

Il Canada, infine. Un pezzo degli Stati Uniti, praticamente, che ha donato 180 milioni di dollari alla ricostruzione irachena e ha fatto tutte le guerre moderne al suo fianco, ad eccezione di quella irachena. Particolare, quest'ultimo, che invece di essere inteso in senso positivo, ossia come la marginale eccezione di un grande e ininterrotta solidarietà, ha fatto gridare allo scandalo da parte della falconeria alla Wolfowitz, determinando una bocciatura veramente incredibile. Tanto è vero che lo stesso Bush è corso ai ripari, promettendo di emendare il suo vicino settentrionale. Ma solo dopo che il primo ministro Chretien, con il quale scorreva pessimo sangue, avesse lasciato l'incarico. Cosa che è avvenuta due giorni fa.

Qui ci fermiamo, smarriti di fronte a tanta perseverante stolidità. C'è augurarsi, "dietrologizzando" un po', che le vere ragioni che hanno determinato questa vicenda siano state magari sordide, spregiudicate, ciniche, ma razionali, fondate su motivi reali e da qualcuno condivisibili, non sulla completa perdita di orientamento di una bussola impazzita come appaiono. I fatti della politica e della Storia non sono quasi mai quelli che sembrano. Questa volta l'auspicio è che non ci trovi dinanzi alla solitaria eccezione. Da non replicare nel fondamentale passaggio che gli americani hanno ora dinanzi, ossia la gestione del Padre di tutti i Tiranni Codardi, Saddam Hussein, che potrà agevolare molto il felice esito dell'impresa irachena o - improbabile ma non impossibile - determinarne un ulteriore aggravamento.

Se un infelice governo della cattività - alla Wolfowitz, tanto per intendersi - facesse di Saddam un martire di fronte alle masse islamiche e/o dovesse ripetersi in arabo l'abile show che Milosevich sta tenendo davanti al tribunale internazionale dell'Aja, la cattura del tiranno potrebbe finire per non rappresentare quella svolta decisiva che tutti abbiamo preconizzato appena sentita la notizia. Anzi…

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM