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| Anno 2003 | |
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Il summit europeo di questa fine di settimana ha prodotto, oltre a tante delusioni, un risultato minuscolo ma significativo: l'avvio di una dimensione operativa della difesa europea comune. Una piccola cellula di pianificazione militare europea - 30 effettivi, per cominciare - sarà costituita a SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe) il braccio militare della NATO situato a Mons, in Belgio, il quale conta 2500-3000 elementi.
Simmetricamente, un ufficio di collegamento NATO sarà stabilito presso lo Stato Maggiore dell'Unione Europea, messo in piedi recentemente a Bruxelles, che dal prossimo aprile sarà agli ordini dell'attuale Capo di SM della Difesa italiano, Generale Mosca Moschini. Entrambe le decisioni seguono una precedente iniziativa dei Ministri della Difesa europei del 17 novembre con la quale si è deciso, su mandato dei Capi di Stato e di Governo (Tessalonica, giugno 2003), di istituire l'Agenzia europea degli Armamenti che equipaggerà le future forze armate comuni, se mai ci si arriverà. Il significato globale di queste mosse è variamente interpretabile. Per alcuni si tratta di una montagna che ha partorito un topone di ragguardevoli dimensioni - l'Agenzia europea - e una formica, la cellula di pianificazione situata a SHAPE. Si tratta degli euro-entusiasti o piuttosto, trattandosi di un argomento estremamente delicato, degli euro-utopisti. Inizialmente il loro obiettivo era una vera e propria struttura integrata europea di pianificazione militare, in grado di elaborare i requisiti operativi e tecnici indispensabili a una UE in solidificazione strategica, concretizzandoli nel più breve tempo possibile nelle opportune realizzazioni tecnologiche. Tale struttura avrebbe successivamente inglobato anche il complesso delle unità operative dei Paesi membri (o almeno di quelli disponibili a cooperare in modo "rafforzato", secondo il gergo comunitario), realizzando in sostanza l'equivalente militare della costruzione monetaria e finanziaria già operante con l'Euro e la Banca di Francoforte. L'Europa della spada avrebbe quindi seguito l'Europa della moneta, in attesa di realizzare quella della feluca, con l'obiettivo di materializzare l'infrastruttura tecnocratica indispensabile al successivo passaggio: l'unificazione del potere esecutivo di massimo livello. Le cronache di questi giorni dimostrano quanto questo approccio fosse ottimistico. A parte le consuete difficoltà euro-europee di armonizzazione delle esigenze delle Nazioni, nel caso specifico il 16° convitato (di pietra) dell'Unione, ossia gli Stati Uniti d'America, risultava indisponibile ad assecondare il processo che sottintendeva all'intera operazione. Ossia la riconquista di un'autentica autonomia strategica tout azimut da parte del Vecchio Continente. Al di là della liceità o dell'opportunità di ambedue gli atteggiamenti, è un fatto che nessuna potenza egemone di qualsiasi epoca ha lasciato crescere volentieri quella che avrebbe potuto togliergli lo scettro dalle mani. Quando è successo, è stato per debolezza, distrazione, rassegnazione o deficit di previsione. Nessuna di queste carenze possono essere ascritte alla Superpotenza planetaria di oggi, che è piuttosto presente a se stessa, per usare un eufemismo. Essa si può permettere di dichiarare apertamente nei suoi documenti strategici di maggior respiro che il principale obbiettivo del governo americano è quello di preservare l'attuale ordine internazionale e le relative gerarchie, ostacolando le aggregazioni di potenza che possono metterlo in discussione. In modo soft, se possibile, hard quando è necessario. Non è specificato, ma si può desumere dalla prassi. Creare un struttura militare europea completamente indipendente dalla NATO, come da sempre propugnavano i francesi - molto meno i tedeschi, anzi quasi per niente - avrebbe significato dare corpo alle ansie americane e dichiarare esplicitamente che l'Europa voleva riprendere la sua completa libertà di azione, svincolandola dal soffocante abbraccio di una figlia un po' troppo cresciuta. Il semplice ipotizzare un Quartier Generale europeo a Tervuren, nella bella foresta di Soignes che circonda Bruxelles, a solo poche decine di chilometri da Evere dove è situato il QG politico-militare della NATO, era sentito come un affronto esplicito e inaccettabile dal Pentagono. Come deve essere sembrata la pretesa del "no taxation without representation" dei coloni americani alla Corona britannica. Anch'essi all'inizio volevano un rapporto più equilibrato con il loro sovrano. Si sa alla fine come è andata a finire. Le vicende post 11 settembre e forse la constatazione che la dirigenza americana si trova da allora sottoposta a una fortissima tensione che non le consente eccessive comprensioni per le altrui istanze liberatorie - facilmente equivocabili, peraltro - hanno indotto gli europei a un approccio più prudente. La recentissima decisione di optare per un profilo rasoterrra, accettando l'offerta della NATO di ospitare a SHAPE l'iniziale coagulo delle velleità operative europee, ha consentito di uscire dall'empasse nella quale le iniziative (soprattutto francesi) degli ultimi due anni avevano sempre più cacciato l'Europa militare. Non a caso le quattordici pagine approvate a Bruxelles sono state preparate da Solana, un ex Segretario della NATO, oggi "Mister PESC" europeo. I sospetti americani sulla macchinazione di Tervuren sono stati quasi completamente neutralizzati. "Qualsiasi cosa gli europei abbiano in mente - devono avere pensato - a SHAPE noi lo sapremo in tempo reale". Tervuren sarebbe stata cosa ben diversa. Se non altro la medesima conoscenza sarebbe stata più complicata, onerosa e imbarazzante, in caso di infortuni informativi. Un ruolo decisivo in questa manovra è stato ricoperto dai britannici. E' stata completamente accettata la loro interpretazione della difesa europea integrata come uno dei due pilastri di una comunità transatlantica costruita su obiettivi e modalità comuni. Questa interpretazione spiega anche come mai l'altra importante iniziativa dell'Europa militare (l'Agenzia degli Armamenti) sia passata liscia e non abbia incontrato alcuna resistenza a Washington e dintorni. Gli americani hanno tutto l'interesse che il procurement europeo per la difesa si razionalizzi. In tal modo anche sulla riva orientale dell'Atlantico possono essere lanciati ambiziosi programmi di armamenti, interoperabili con quelli statunitensi, che permettano - se necessario - una stretta cooperazione dei dispositivi militari alleati nei vari scenari "hot" in giro per il mondo. La scelta di non attivare tale cooperazione diventerebbe così solo politica - di opportunità - e non tecnica, di necessità, perché gli europei sono troppo arretrati e non stanno al passo dei loro soci. Ma sopratutto le grandi industrie americane, che sono più efficienti e competitive della galassia di imprese europee, avranno nel procurement comune europeo un interlocutore di taglia adeguata per apprezzare i loro cataloghi. Gli esempi più recenti dell'aggressiva politica di penetrazione dell'industria americana in Europa dimostrano quanto questa strategia sia vincente, dal cruciale Joint Strike Fighter, che sta massacrando la capacità del Vecchio Continente di continuare a fare aerei da combattimento, ai velivoli da trasporto C-17 e C-130J che verrebbero fare la stessa cosa per quelli da trasporto, ai Maritime Patrol, alla missilistica, all'antiterrorismo, alla National Missile Defence, eccetera. Il Pentagono, dal canto suo, ha interesse che rimanga in vita una industria europea di un certo spessore e valore che sia in grado all'occorrenza di calmierare quella d'oltroceano nelle grandi gare di equipaggiamento delle Forze Armate americane. Il Segretario Rumsfeld ha dichiarato più volte che non vuole consegnarsi mani e piedi alla mercé di pochi colossi industriali del suo Paese e alla loro inevitabile onnipotenza monopolistica. Il recente caso della Boeing e della Halliburton sono sintomatici di questa insofferenza. In sostanza, una sana anche se contenuta industria europea della difesa - e soprattutto un efficiente Ufficio Acquisti che appaghi le necessità di Forze Armate ambiziose e non soddisfatte dalle limitate capacità della suddetta - sono perfettamente in linea con le esigenze del complesso militare industriale degli Stati Uniti. |