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| Anno 2003 | |
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Un brillante articolo di Ian Williams apparso sulla rivista americana Foreign Policy in Focus del 18 dicembre mette in discussione la solidità e la consistenza della relazione speciale fra Stati Uniti e Gran Bretagna che ha costituito la pietra angolare della politica britannica dai primi anni della seconda guerra mondiale in poi. L'occasione per una demolizione così iconoclasta di uno dei Mantra della cultura anglosassone viene dalla recente visita del presidente Bush a Londra, nella quale il legame è stato celebrato ad ogni piè sospinto, con l'obbiettivo contingente di giustificare la guerra irachena.
Williams sostiene che la relazione è "speciale" soprattutto perché è asimmetrica e unilaterale e soddisfa le necessità del più forte. Gli esempi citati sono molti e assai significativi: dallo spietato trattamento al quale il Tesoro americano sottopose l'Inghilterra durante la seconda guerra mondiale, lasciandola virtualmente in bancarotta alla fine della stessa, alla ineguale gestione delle competenze nucleari da parte dei due governi, con un Churchill che consegnò agli Stati Uniti tutte le capacità del suo Paese per il Progetto Manhattan e fu ripagato qualche anno dopo (non lui, ma il suo successore Attlee) dal diniego americano a reciprocare. La Gran Bretagna si fece la Bomba da sola (come la Francia) a differenza - l'autore afferma con una punta di cattiveria non si sa quanto gratuita - di Israele. Più tardi Londra fu costretta a mendicare i vettori con i quali dare significato al proprio deterrente strategico. Ottenne i missili Polaris prima e i Poseidon dopo in cambio di cospicue concessioni su basi e infrastrutture britanniche un po' in tutto il mondo, in primis sulla propria Isola, la famosa "portaerei inaffondabile" ancorata al largo dell'Europa. I bombardieri e i missili nucleari americani furono dislocati sin dall'esordio della guerra fredda nel Regno Unito. Il loro impiego potenziale non fu mai soggetto ad alcuna restrizione da parte della Host Nation. Oggi è diventata pratica consueta ma per la Gran Bretagna imperiale di allora si trattò di un boccone molto amaro da inghiottire. Come scrive l'autore, fu chiaro sin dall'inizio che gli USA avrebbero potuto scatenare una guerra nucleare anche in base a una loro insindacabile valutazione nazionale. Il risultato per gli inglesi sarebbe stato di fare l'equipaggio della portaerei inaffondabile "dead in the radioactive water" (gioco di parole pressoché intraducibile ma di chiaro significato). Anche in altri settori meno apocalittici Washington non fece sconti. In primis nella famosa spedizione anglo-francese contro l'Egitto nasseriano nel 1956, che fu bloccata dalle poco credibili intimidazioni sovietiche ma soprattutto dalla minaccia del tutto verosimile del Tesoro americano di abbandonare al proprio destino la sterlina e con essa la convalescente e anemica economia britannica. Più in generale tutta la decolonizzazione europea fu determinata dalle pressioni americane che resero impossibile una resistenza efficace. Gli americani utilizzarono lo spauracchio dei movimenti di liberazione nazionali appoggiati dai sovietici per sloggiare gli europei dalle loro zone di influenza e sostituirsi a essi in condominio con i nemici bolscevichi. L'inimicizia era reale ma conosceva qualche pausa nel comune interesse. La Gran Bretagna reciprocò solo nella guerra del Vietnam, in occasione della quale rifiutò pervicacemente di intervenire al fianco degli americani, come invece fecero due suoi ex Dominions, l'Australia e - erano altri tempi - la pacifista Nuova Zelanda. Altra modesta rivalsa fu il continuativo sostengo all'ONU della causa palestinese - e qui ci avviciniamo ai giorni nostri - che affondava le sue radici nella tradizionale antipatia fra sionisti e albionici. Negli anni più recenti anche questo residuo di autonomia sta venendo meno e quasi sempre la Gran Bretagna usa il suo diritto di veto esattamente come gli Stati Uniti, quando al Palazzo di Vetro sono minacciati gli interessi di Israele. E' proprio al rapporto di quest'ultimo paese con Washington che occorrerebbe guardare se si vuol trovare una vera relazione speciale - osserva beffardamente l'autore - considerando in particolare il modo con il quale i governi di Gerusalemme trattano le controparti americane appena queste osano tentare un qualche pressing su di loro a proposito di coloni, insediamenti, forniture militari alla Cina, esecuzioni mirate o muri di qualsivoglia spessore. Come ricompensa della loro sottomessa mansuetudine gli israeliani ricevono miliardi di dollari di aiuti, forniture militari praticamente gratis, trasferimenti di tecnologia sensibile, veti all'ONU su richiesta, sostegno incondizionato a qualsiasi guerra Tsahal decida di muovere, nonché un discreto supporto tecnico per le armi strategiche, senza neanche dovere ospitare sul suo territorio un solo deltaplano americano che non sia voluto. O fugacissimo. L'autore non omette ovviamente di menzionare la contemporaneità (Kyoto, vicenda irachena, Guantanamo, controversie sull'acciaio…) anche se non lo fa in termini critici ma semplicemente rassegnati, stante la situazione descritta. La sua conclusione è che la Gran Bretagna dovrebbe uscire dal suo stato di minorità, che non trova giustificazione nella situazione strategica del momento, e riprendere la sua libertà di manovra politica, pur mantenendo l'amicizia e l'alleanza dei cugini d'oltre Atlantico, così come fanno l'Irlanda, Giamaica, il Cile o la Nuova Zelanda (peraltro tutti Paesi minori e ininfluenti, diciamo noi). Cessare insomma di fungere da old mistress (vecchia amante) sempre pronta e disponibile. Un segnale in tal senso potrebbe essere rappresentato dalla decisione britannica di appoggiare la pianificazione militare congiunta in sede UE, raggiunta la scorsa settimana e celebrata come l'unico successo significativo del summit di Bruxelles. Questo punto fa vacillare - a nostro modesto avviso - l'impalcatura della brillante e per molti versi condivisibile critica moderata della presunta sottomissione britannica agli americani. Infatti, la configurazione che ha assunto la cellula di pianificazione europea a SHAPE è proprio quella para-molecolare dell'elemento costitutivo dei tessuti biologici: un granello di proteine affogato nel solido tessuto connettivo della NATO, che rappresenta il braccio secolare del multilateralismo statunitense (dell'America dalla faccia migliore, se si preferisce). Quali che siano state le intenzioni dei continentali, l'embrione di difesa comune che è venuto fuori corrisponde in realtà a un rimando di qualche lustro delle velleità europee verso una difesa realmente indipendente e svincolata dagli Stati Uniti; un equivalente poco meno decisivo della bocciatura della CED da parte del Parlamento francese negli anni '50. Questo è il risultato verso il quale Blair tendeva e che ora può portare a casa. Come anche quello di guidare un Paese che è contemporaneamente il miglior amico della Iperpotenza dominante, il suo consueto compagno d'arme, l'unico in grado di poterla realmente condizionare (quando le cose gli vanno bene, quando vanno male non ci vuole molto), e ancora - nonostante tutto - uno dei pilastri dell'Unione Europea, autorevole e ascoltato a Bruxelles come a Strasburgo, anche se vi parla a mezza voce e in modo un po' ambiguo. Terreno di caccia riservato a Londra è poi il Commonwealth dei sessanta Paesi anglofoni sparsi nei cinque continenti, un consesso poco rammentato ma di sempre maggiore importanza concreta nel mondo di oggi, con l'aumentata valenza strategica del dialogo interculturale che esso sottintende. La Gran Bretagna è infine l'Alma Mater della civiltà dominante nell'intero universo mondo, la filiera del protocollo linguistico universale con il quale i terrestri fra duecento o duemila anni si rivolgeranno agli altri abitanti della galassia mentre oggi vi fanno le transazioni finanziarie, in gran parte proprio a Londra. La cultura anglosassone non è solo un fatto linguistico ma anche un modulo universalmente imitato di un certo modo di vivere e di pensare, di operare politicamente, di affrontare la vita in tutta la sua complessità cercando di non barare. La democrazia è di origine britannica e così il liberalismo economico e la lotta alla tirannia ma anche la stampa moderna, il self control e lo sport (o almeno la parte migliore di esso) l'educazione alla competizione leale e il dominio sulla sofferenza e le passioni. Waterloo fu vinta sui campi di Eton - come disse il Duca di Ferro - e anche il singolare record che ha il Regno Unito nel mondo, quello di totalizzare la minore percentuale relativa di deceduti per cause violente (omicidi, suicidi e incidenti di ogni genere: il tasso di morti sulla strada è eguale a metà di quello dei Paesi continentali) è probabilmente frutto di un contesto socio-culturale particolarmente maturo e responsabile. Si tratta di fattori al contorno ma tutt'altro che marginali. In sostanza quindi è possibile che la Gran Bretagna stia sviluppando nella relazione speciale che tiene con gli "altri" (gli USA, l'Europa, gli innumerevoli ex possedimenti, i force multiplier immateriali della contemporaneità) un approccio molto saggio e consapevole che la pone in una posizione di assoluto rilievo fra le grandi potenze, anche perché si accompagna all'assoluta rilevanza militare delle sue forze armate, le più efficienti e credibili dell'Occidente dopo quelle americane. Con un PIL pressoché equivalente a quello italiano, un territorio esiguo e una potenza industriale molto inferiore a quella di Giappone, Germania, Cina e Francia, la Gran Bretagna finisce per rappresentare la seconda realtà politico-diplomatica mondiale. Tutto lascia supporre che questa situazione continuerà ancora per un pezzo, almeno finché i giganti in solidificazione non faranno corrispondere ai loro numeri un peso specifico spendibile sui tavoli dei contenziosi effettivi. A quel punto si può essere certi che sul ponte di comando dei più importanti fra loro ci saranno sempre degli inglesi. |