Anno 2004

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Iraq, il Giappone compra sicurezza e cerca petrolio

Franco Apicella, 04 febbraio 2004

Il governo giapponese avrebbe appaltato alle tribù locali la sicurezza dei suoi militari schierati in Iraq nella città di Samawah tra Najaf e Nasiriyah. L'operazione secondo Stratfor e altre agenzie sarebbe stata concordata per 10 miliardi di yen, pari a circa 95 milioni di dollari, nel corso di un incontro avvenuto il 3 dicembre 2003 a Tokio tra il primo ministro giapponese Koizumi e Abdul Ameer al-Rikaabi, leader della tribù più influente nell'area di Samawah.

Il ricorso all'outsourcing anche in campo militare è ormai del tutto normale, specialmente nelle operazioni di supporto alla pace. Se dovesse suscitare perplessità il fatto che questa modalità sia stata applicata in un settore delicato come quello della sicurezza, basti ricordare i precedenti del contingente italiano in Libano, la cui protezione era affidata anche ai rapporti privilegiati, ma soprattutto alimentati in valuta, con le principali fazioni in lotta. Pecunia non olet, tanto per chi la riceve quanto per chi la elargisce.

Il primo ministro Koizumi ha tutti i motivi per preoccuparsi della sicurezza dei suoi militari. E' la prima missione che le forze di autodifesa (Self Defense Force), così ancora si chiamano, svolgono fuori dal territorio nazionale e la decisione è stata avversata in patria e all'estero da quanti la interpretano come una forzatura o addirittura una violazione della costituzione. Se qualcosa dovesse andare male le recriminazioni travolgerebbero il premier e il suo programma politico militare, mirato a reinserire il Giappone in una posizione internazionale basata non esclusivamente sull'apparato economico produttivo.

L'attenzione posta alla valenza politica della missione è confermata anche dalle giustificazioni addotte per il ricorso all'insolito outsourcing. Secondo fonti non ufficiali giapponesi, nel definire l'entità del contingente ci sarebbe stato un contrasto tra i militari - che reputavano necessari 700 uomini - e i politici che non volevano autorizzarne più di 500. L'accordo finale su 600 unità avrebbe portato a impiegare il maggior numero di uomini possibile in compiti umanitari e di ricostruzione, affidando la sicurezza quasi completamente a risorse locali.

Il nuovo ruolo internazionale del Giappone non è tuttavia l'unico movente per una iniziativa tanto rischiosa per il premier che l'ha proposta e sostenuta. Pur con i comprensibili dissensi la decisione è passata perché un esito positivo della missione dei militari del Sol Levante potrebbe dare accesso a nuovi rifornimenti energetici di cui l'industria giapponese ha assoluto bisogno. Sarà sicuramente una coincidenza, ma negli stessi giorni in cui arrivavano in Iraq i soldati giapponesi si trattava la questione della privatizzazione dell'industria petrolifera irachena fino a oggi di proprietà dello Stato.

Gli USA mantengono un atteggiamento molto prudente, focalizzando l'attenzione sulla esigenza di incrementare la produzione e rendere sicura la distribuzione. Genieri dell'esercito USA e la compagnia privata britannica Erinys International Ltd - altro esempio di outsourcing - addestrano guardie irachene per proteggere dai sabotaggi l'oleodotto che da Kirkuk porta il greggio al porto di Ceyhan sul Mediterraneo nel sud della Turchia. Le autorità irachene non appaiono propense alla privatizzazione, pur auspicando investimenti di capitali stranieri. A complicare le cose c'è anche la notizia pubblicata dal giornale indipendente di Bagdad al-Mada secondo cui, in cambio del supporto fornito a Saddam all'epoca del suo regime, quarantasei tra personalità e organizzazioni varie in tutto il mondo avrebbero ricevuto in cambio milioni di barili di petrolio.

Tutto questo sembra non impensierire i militari giapponesi che svolgono il loro compito nell'area assegnata o più probabilmente scelta. Dal momento che ciò avviene in una cornice di sicurezza garantita da accordi con le tribù della zona, ne trae beneficio anche la popolazione, visto che i 95 milioni di dollari in gioco, ormai di pubblico dominio, non potranno del tutto sparire nelle tasche dei maggiorenti. Inoltre, la capacità di entrare in affari - oltre che in contatto - con le realtà locali giocherà certamente a favore dei giapponesi quando si potrà parlare con prospettive più concrete di sfruttamento delle risorse petrolifere.

A ben guardare si potrebbe trovare un antefatto di questa prima missione fuori dai confini nazionali della Self Defense Force. Già negli anni Ottanta l'Iraq costituiva una della maggiori fonti di importazione di greggio per il Giappone e proprio allo scoppio della crisi del 1990-1991 Tokio stava negoziando l'accesso al ricco giacimento di al Gharraf che si trova a circa 70 chilometri a est di Samawah. Anche in questo caso non ci sono elementi per distinguere tra intenzionalità e coincidenza.

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