Anno 2004

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NATO, il nuovo segretario generale ha le idee chiare

Franco Apicella, 7 febbraio 2004

I ministri della Difesa della NATO non hanno dovuto attendere la riunione informale del 6 febbraio a Monaco di Baviera per conoscere le intenzioni del nuovo segretario generale dell'Alleanza. Jaap de Hoop Scheffer, insediatosi i 5 gennaio scorso (cfr.), ha scelto di tenere un discorso programmatico il 29 gennaio alla National Defense University di Washington durante la sua prima visita negli USA.

Il tema più delicato, sviluppato nella seconda parte dell'intervento, è quello del legame transatlantico; forse sarebbe meglio volgere il termine al plurale, viste le differenze anche notevoli tra le posizioni dei diversi paesi europei. Scheffer tuttavia vede le cose sotto una diversa angolazione e sembra individuare il problema negli USA piuttosto che nell'Europa. Parla di due miti da sfatare: una Europa che sia in grado di rivaleggiare con gli USA e l'illusione che gli USA possano agire da soli nei problemi della sicurezza.

In realtà il primo è un mito in cui credono solo pochi euro-ottimisti mentre il secondo, più che una illusione, è una percezione ben radicata nell'amministrazione USA e probabilmente in buona parte del popolo americano. E' pur vero che il dopo Iraq dimostra la necessità di un coinvolgimento internazionale, non fosse altro che per l'esigenza di forze da impiegare in compiti di sicurezza. Ma il fatto centrale, il rovesciamento del regime di Saddam sulla cui opportunità oggi tutti si dicono concordi, è stato frutto di una decisione sostanzialmente unilaterale.

Sheffer ha scelto proprio gli USA per esercitare quel ruolo informale di contrappeso europeo negli equilibri politici dell'Alleanza e lo ha fatto con un occhio di riguardo alle posizioni della vecchia Europa. Il rassicurante linguaggio della diplomazia non fa nulla per nascondere le più significative correzioni alla rotta che aveva indicato fino alla conclusione del suo mandato il precedente segretario Lord Robertson.

L'Afganistan è visto come "prima e immediata priorità" da cui dipende la credibilità stessa della NATO. Scheffer cita in questo senso il suo predecessore, ma nelle sue parole c'è più enfasi e soprattutto la determinazione a far assumere all'Alleanza un ruolo portante. Tuttavia il problema concreto del contributo di truppe per poter rendere efficace il ruolo della missione NATO, al momento ancora denominata ISAF, viene solo sfiorato: "II will make sure NATO's member states are well aware of the military assets needed to carry out their commitments" (Mi accerterò che gli Stati membri siano ben consapevoli degli strumenti militari necessari per tenere fede ai loro impegni).

La seconda priorità è l'Iraq, ma in maniera molto sfumata. Dice in sostanza Scheffer che sono gli alleati a dover decidere un maggiore coinvolgimento della NATO e che il compito del segretario generale è solo quello di assicurarsi che tutto sia pronto nel caso venisse presa una decisione di questo genere. Una notevole differenza rispetto al 1999, quando la NATO attraverso i suoi comandi militari trattava in maniera diretta e autonoma con la Serbia.

Un altro argomento è la capacità ed efficacia delle forze NATO. Scheffer riconosce la carenza di forze effettivamente impiegabili; non avrebbe potuto fare diversamente dopo le brucianti dichiarazioni di Lord Robertson e del segretario alla Difesa USA Rumsfeld al precedente vertice NATO di Colorado Springs l'8 ottobre 2003 (cfr.) quando parlarono di "paper armies" (eserciti sulla carta). Il segretario generale tuttavia puntualizza e, accanto all'impegno sostenuto dagli USA, sottolinea l'elevato numero di effettivi che Canada, Germania e Francia impiegano in operazioni all'estero. Per la Francia parla di "30.000 soldati schierati, inclusi alcuni in missioni NATO", come per dire che la vecchia Europa sta facendo la sua parte e non merita rimbrotti.

A proposito di NATO Response Force (NRF), Scheffer è ancora più chiaro: non dovrà essere solo uno strumento militare di rapido ed efficace intervento, ma è necessario che consenta a tutti gli alleati di impegnarsi in operazioni anche a elevata intensità, senza che ci sia "alcuna distinzione tra chi fa il lavoro sporco e chi rassetta le stoviglie" (no division of labour between those who do the dirty work and those who do the dishes).

La tecnologia - prosegue Scheffer - non deve creare divisioni e anche per questa ragione non si può permettere che gli USA "siano costretti ad agire da soli" solo per ragioni tecniche. Questo è il motivo per cui la NATO deve potenziare le sue capacità militari che non andranno usate, per un criterio di malintesa flessibilità, come un "tool-box" (cassetta degli atttrezzi) da cui semplicemente attingere le risorse di volta in volta disponibili, ma come "il più efficace e affidabile strumento di cooperazione transatlantica in materia di sicurezza".

Scheffer, pur scelto per la successione a Lord Robertson con il gradimento degli USA, sta interpretando in maniera decisa il ruolo di contrappeso europeo e ha scelto di esporre la sua linea proprio nella sede più qualificata, a leggere tra le righe del suo discorso. Lo ha fatto in maniera chiara ma senza quelle venature di grandeur che trasparivano dalle parole pronunciate il 16 gennaio scorso dal ministro della Difesa francese, signora Alliot-Marie, al Center for Strategic & International Studies (CSIS) di Washington DC (cfr.).

E' significativo il fatto che nel discorso di Scheffer ci siano solo accenni all'Unione Europea, i cui rapporti con la NATO avevano costituito per Lord Robertson uno dei maggiori problemi nella parte finale del suo mandato. Tuttavia la posizione assunta dall'attuale segretario generale indirettamente rilancia la palla proprio all'Europa, vecchia o nuova che sia, la quale dovrà dimostrare di saper sostenere nell'Alleanza quel ruolo di riequilibrio con gli USA che le è stato ritagliato.

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