Anno 2004

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NATO, Italia e missioni fuori area

Franco Apicella, 17 febbraio 2004

Tra la sua visita nel Regno Unito del 12 febbraio e il suo intervento del giorno successivo alla riunione del NAC (Consiglio Nord Atlantico) con il Comitato Politico e di Sicurezza dell'Unione Europea il segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer nel tour delle previste visite protocollari ha trovato anche il tempo per un viaggio in Italia dove ha incontrato la mattina del 13 febbraio le massime autorità, dal capo dello Stato al ministro della Difesa. Nel Regno Unito Scheffer ha tenuto presso l'Istituto Internazionale di Studi Strategici (IISS) di Londra un discorso messo tempestivamente on line sul sito dell'Alleanza; per la visita in Italia, solo un comunicato stampa diffuso attraverso una newsletter.

L'agenda del segretario generale è particolarmente fitta in questo periodo, dunque una visita lampo non deve meravigliare. La politica militare italiana dal canto suo sembra al momento alle prese quasi esclusivamente col dibattito parlamentare sul finanziamento delle missioni all'estero, ridotto per alcuni partiti della sinistra a palestra di funambolismo oltretutto inutile visti i numeri. Anche i media hanno dato notizia in maniera parsimoniosa della visita di Scheffer e lo hanno fatto perché nell'occasione in ministro Martino ha promesso un maggiore impegno italiano in Afghanistan.

Alla conferenza sulla sicurezza di Monaco il 7 febbraio Scheffer aveva già annunciato che, dopo l'avvicendamento al vertice di ISAF a Kabul tra il generale tedesco Götz F.E. Gliemeroth e il canadese Rick Hillier avvenuto poi il 9 febbraio, per il prossimo turno sarà impiegato Eurocorps, il comando europeo su base franco-tedesca. A Londra il segretario generale, quasi in risposta al monito che era stato lanciato dal suo predecessore sul pericolo delle inutili duplicazioni, ha detto che il problema della comunità euro-atlantica non è la presenza di un numero eccessivo di organizzazioni per la sicurezza; al contrario, "c'è in giro molto lavoro da fare" e dunque è necessario un forte pilastro europeo.

Altri passaggi sia nel discorso di Berlino sia in quello di Londra, in cui l'accordo Berlin plus per il coordinamento tra le iniziative militari della UE e della NATO viene citato come "so called" (cosiddetto), lasciano chiaramente intendere che Scheffer intende imprimere all'Alleanza un deciso colpo di timone in direzione dell'Europa. Restano per ora esclusi dall'impiego in operazioni quei comandi di corpo d'armata "rapid deployable" che alcune nazioni hanno reso disponibili alla NATO con notevole dispendio di risorse. Quello italiano di Solbiate Olona inoltre ha già ottenuto da più di un anno la certificazione della piena capacità operativa.

Il fatto non è una novità in assoluto, visto che anche per i Balcani in diverse occasioni si è preferito ricorrere a soluzioni ad hoc con laboriose alchimie di contributi piuttosto che a comandi già esistenti. Il 7 febbraio a Monaco Scheffer aveva ripetuto una frase che evidentemente gli sta a cuore: "no division of labour between those who do the fighting and those who do the dishes" (nessuna divisione di compiti tra chi combatte e chi rassetta le stoviglie"). A questo punto però l'Alleanza dovrebbe porre attenzione a non creare un'altra discriminazione, quella dei comandi in perenne lista di attesa.

La sensazione è che l'Italia stia correndo il rischio di una marginalizzazione. Il ministro Martino ha dato la disponibilità a farsi carico di un Provincial Reconstruction Team (PRT) in Afganistan con un impegno da 100 a 300/400 uomini a seconda della provincia più o meno tranquilla - questo l'aggettivo usato - che sarà assegnata. Senza alcuna contropartita in responsabilità di comando l'Italia darà quindi un ulteriore contributo di truppe. E' forse il caso di ricordare che lo stesso ministro Martino il 22 agosto scorso, quando annunciò il ritiro dall'operazione Enduring Freedom in Afganistan e la durata a termine (un anno) dell'operazione Antica Babilonia in Iraq, parlò di un "problema di sostenibilità" nella alimentazione dei contingenti impegnati in missione.

In questa situazione non è secondario il fatto che gli uomini possano essere 100 o 400 in funzione di una zona di operazioni assegnata piuttosto che scelta. Oltretutto, parlare di numeri anziché di complessi di forze (gruppo tattico o task force) può essere rispondente a esigenze mediatiche di immediata comprensione e a logiche finanziarie di quantificazione della spesa, ma non è affatto corretto in termini di pianificazione e approntamento. Sarebbe il caso di fare un piccolo sforzo e aiutare anche il cittadino medio a uscire dal pressappochismo in cui lo relega la scarsa cultura militare di chi dovrebbe informarlo.

Nella NATO eurocentrica di Scheffer si vuole forse che l'Italia sconti i suoi recenti trascorsi filoamericani. Spiace comunque dover constatare che anche in questo nuovo corso della politica dell'Alleanza le forze armate italiane continuino a essere considerate solo come tool box (cassetta degli attrezzi da cui prelevare quanto serve), idea che proprio il segretario generale nel suo discorso a Washington il 29 gennaio scorso ha detto di volere respingere. Ancora di più spiace che il mondo politico italiano non riesca a entrare nell'arena della sicurezza internazionale con autorevolezza pari almeno all'impegno dei contingenti schierati nei teatri operativi.

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