Anno 2004

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Breve storia della Cavalleria italiana [3/11]

Franco Apicella, 14 marzo 2004

L'instaurazione della repubblica nel 1792 porta la Francia alla guerra contro le tutte potenze europee. Il regno sardo-piemontese è coinvolto con l'invasione della Savoia e del Nizzardo dove operano a difesa dei confini anche i reggimenti di cavalleria, penalizzati dall'ambiente naturale non idoneo e da un impiego troppo frazionato. A partire dalla fine dello stesso anno i francesi effettuano diversi tentativi di sbarco in Sardegna, validamente contrastati dai Dragoni di Sardegna con il rinforzo di milizie a cavallo locali. Pur secondari, questi episodi meritano di essere ricordati perché tra le forze da sbarco c'è un ancora sconosciuto capitano Bonaparte.

Le operazioni continuano nel 1793 nel mese di agosto con il Piemonte che lancia contrattacchi locali per rioccupare la Savoia. Tra le azioni si segnala il singolare colpo di mano di una compagnia di circa cento Dragoni di Piemonte i quali, portando sulle groppe dei propri cavalli altrettanti granatieri e artiglieri, riescono nottetempo a impadronirsi di una batteria francese di due cannoni. A ottobre un corpo austriaco giunge in rinforzo in Piemonte, ma tra i comandanti non si realizza la necessaria identità di vedute cosicché le operazioni si trascinano con fasi alterne fino al 1796, allorquando Napoleone all'età di 27 anni viene nominato comandante dell'armata francese in Italia.

Il 17 aprile 1796 i francesi sono diretti verso Torino - che Napoleone vede come prima capitale europea da conquistare - e attaccano le fanterie sardo-piemontesi nella zona di Mondovì. I piemontesi resistono per oltre quattro giorni finché Napoleone ordina al generale Stengel, comandante la 1^ divisione di cavalleria, di inseguire le unità che ormai si stanno ritirando. Stengel si attarda in una ricognizione e Napoleone gli invia il colonnello Gioacchino Murat con l'ordine di affrettare il suo intervento. Il 21 aprile, a difesa del ripiegamento del grosso dell'esercito piemontese, due battaglioni di fanteria leggera piemontesi hanno il tempo di schierarsi a quadrato. In loro favore intervengono due squadroni dei Dragoni di Sua Maestà agli ordini del comandante di reggimento, colonnello d'Oncieu de Chaffardon, che guida personalmente la carica.

La cavalleria francese viene respinta e nell'azione cade prigioniero e colpito a morte lo stesso Stengel. Le perdite dei Dragoni di Sua Maestà sono minime a conferma della perizia con cui l'azione è stata condotta. Vittorio Amedeo III concede allo Stendardo del Reggimento due Medaglie d'Oro al Valor Militare, ritenendo che "una sola non sia sufficiente a premiare tanto valore". La ricompensa rimane un fatto unico nella storia della cavalleria e la data del combattimento, scelta come ricorrenza per la festa di Corpo, è la più antica tra quelle celebrate ancora oggi dai reggimenti di cavalleria. Il fatto d'arme è ricordato come il "Bricchetto", dal nome di un piccolo colle nelle vicinanze di Mondovì.

Nei giorni seguenti i Dragoni di Sua Maestà, con quelli di Piemonte e della Regina, continuano a proteggere il ripiegamento, ma ormai le sorti della campagna sono segnate e il 27 aprile viene firmato l'armistizio di Cherasco. La Francia si riappropria della Savoia e del Nizzardo e occupa il Piemonte. Nel 1796 sono sciolti i reggimenti Aosta Cavalleria e Dragoni del Chiablese. Nello stesso anno muore Vittorio Amedeo III cui succede Carlo Emanuele IV che abdicherà nel 1802 a favore del fratello Vittorio Emanuele I. Questi si ritirerà in Sardegna dove rimane al suo servizio il reggimento Dragoni Leggieri di Sardegna.

Tutti i restanti reggimenti nel 1798 sono sciolti dal giuramento di fedeltà al re e passano al servizio della repubblica piemontese, designati solo numericamente come Reggimento di Cavalleria, dal 1° al 6°; nel gennaio 1799, ridotti a quattro col nome unico Reggimento Dragoni Piemontesi, vengono allontanati dal Piemonte. Inquadrati nel Corpo di Cavalleria Piemontese partecipano nell'aprile dello stesso anno alla campagna contro gli austriaci prima in Veneto, combattendo a San Massimo di Verona e altre località sull'Adige, successivamente ritirandosi in Emilia e Lombardia.

I reggimenti sono sciolti alla fine della campagna tra maggio e giugno; molti dei loro effettivi, dopo l'annessione alla Francia nel 1801, contribuiscono a formare altre unità inquadrate nell'armata napoleonica ma comandate da italiani che si fanno onore in tutta Europa e in particolare nella campagna di Russia. Tra le numerose testimonianze c'è quella di un aiutante di campo di Napoleone, il conte Philippe de Ségur, che nelle sue memorie ricorda il valore di questi soldati.

Con la caduta di Napoleone nel 1814 Vittorio Emanuele I rientra in possesso del regno e torna in Piemonte dove vengono ricostituiti gli stessi sei reggimenti sciolti dal giuramento di fedeltà nel 1798. Per carenza di cavalli di taglia idonea cambiano specialità i Dragoni di Piemonte, che diventano Cavalleggeri, mentre i reggimenti Dragoni di S.M. e Cavalleggeri di S.M. vengono ridenominati Dragoni del Re e Cavalleggeri del Re. Rimane inoltre il Reggimento Cavalleggeri di Sardegna che negli anni precedenti aveva continuato a svolgere il suo compito nell'isola col nome di Dragoni Leggieri.

Nei reggimenti inizialmente non vengono accettati gli ufficiali che hanno servito sotto Napoleone e così pure per la truppa, abolita la coscrizione obbligatoria, si vorrebbe far tornare alle armi i soldati che avevano servito con il re. La scarsa adesione obbliga però a incorporare anche i veterani delle campagne napoleoniche, non senza qualche incomprensione con i vecchi ufficiali animati da intransigente fedeltà alla corona.

La situazione è ben delineata in un passo delle Memorie di Massimo d'Azeglio, ammesso nel 1814 col grado di sottotenente in Piemonte Reale: "I superiori, uomini d'altro tempo, avevano scordato tutto, noi giovani non s'era ancora imparato nulla ed i nostri inferiori, sottufficiali e soldati, usciti quasi tutti dalla prima scuola del mondo ed avendo il mestiere sulla punta delle dita, ridevano di noi sotto i baffi in nostra presenza e alla scoperta in nostra assenza."

Col tempo si dovranno accettare, pur con diminuzione di grado, anche taluni Ufficiali che avevano militato nell'armata napoleonica, ma l'ambiente più tradizionalista guarda con sospetto alla loro diversa estrazione. Le conseguenze nefaste di questa mancata integrazione non tardano a manifestarsi.

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