Anno 2004

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Terrorismo, verso procedure lineari occidentali

Franco Apicella, 24 marzo 2004

La regia unica - se esiste - del terrorismo di matrice islamica non avrebbe potuto immaginare una copertina migliore di quella di Economist in cui ci si chiede chi, dopo Aznar, sarà il prossimo a cadere tra Bush, Blair e Howard. Va osservato per inciso che, nonostante tutte le attenzioni rivolte nel passato anche recente a Berlusconi, questa volta il premier italiano è stato snobbato. I risultati delle elezioni spagnole stanno infervorando quanti vorrebbero che l'Europa avesse maggiore peso in una non meglio identificata svolta in Iraq e nella lotta contro il terrorismo. Quello che conta però sono i rapporti di causa - effetto che legano i recenti avvenimenti, dagli attentati di Madrid in poi.

Il suicidio politico di Aznar per assurdo potrebbe essere stato voluto dallo stesso premier, qualora si fosse convinto che il ciclo del suo partito era avviato alla conclusione. Ma ciò è irrilevante dal momento che gli attentati hanno determinato l'esito delle elezioni e il terrorismo è entrato da protagonista nella sfera politica superando i suoi tradizionali punti di forza, irrazionalità e imprevedibilità, col risultato del tutto innovativo di gestire il passaggio politico cruciale di uno stato europeo. E' ovvio che la chiave di lettura per il popolo della pace e anti - Bush sia completamente diversa, ma occorre prendere atto che il terrorismo ha subito una ulteriore mutazione genetica.

Un altro rapporto di causa - effetto è quello che lega l'esplosione di violenza in Kosovo con lo stato di salute della NATO e quest'ultima con l'ipotesi di intervento in Iraq. Il passaggio di responsabilità dalla attuale coalizione all'Alleanza rappresenta l'unica concreta possibilità per salvare da un lato la centralità USA e accontentare dall'altro quanti reclamano una gestione multilaterale della crisi irachena.

In piena ripresa negli ultimi mesi della gestione di Lord Robertson e alla ricerca di una più marcata connotazione europea con il nuovo segretario generale Scheffer, la NATO è accreditata da molti come istituzione capace di imprimere quella svolta che risolverebbe anche sul piano politico il problema iracheno. Il ricomparire di certi fantasmi in Kosovo potrebbe rimettere tutto in discussione.

La gestione della crisi del Kosovo è stato il risultato migliore conseguito dopo la fine della guerra fredda dalla NATO come soggetto politico prima ancora che militare. Se ora, a cinque anni di distanza, la costruzione dovesse crollare come peraltro alcuni osservatori meno ottimisti già da tempo prevedevano, l'affidabilità politica dell'Alleanza verrebbe messa in discussione e con essa la sua capacità di gestire il ginepraio ancora più fitto dell'Iraq.

Impossibile dimostrare che frange dell'etnia albanese in Kosovo siano state manovrate dal terrorismo islamico per portare questo attacco indiretto alla NATO; resta però l'eventualità che i piani dell'Alleanza per l'Iraq siano congelati. Altrettanto impossibile dimostrare che il deterioramento della situazione in Afganistan con l'attentato al ministro dell'aviazione civile e del turismo occupi un posto preciso nel disegno di destabilizzazione globale; ma la coincidenza vuole che anche in Afganistan il ruolo della NATO fosse in crescendo.

A questi scenari pieni di incertezze si contrappone la schiacciante vittoria elettorale di Putin. Il popolo russo atavicamente sente il bisogno di uno zar, e forse non è il solo, ma è molto più probabile che a far ottenere il consenso a Putin siano state le certezze con cui si è presentato ai suoi elettori. In ogni caso la Russia continua a essere un pianeta a sé stante e la casa comune dall'Atlantico agli Urali rimane un sogno, mentre l'Unione Europea appare sempre più come un condominio litigioso in cui tanti soggetti, come Economist, gettano benzina sul fuoco.

Forse è lo smarrimento dell'Europa la dimensione politica in cui intende entrare il terrorismo, con il primo passo compiuto nella gestione delle elezioni spagnole. Se poi ci dovesse essere un qualsiasi nesso tra le violenze in Kosovo, l'attentato in Afganistan e l'ipotesi di intervento NATO in Iraq, ci si troverebbe decisamente in una nuova fase. Al momento si può solo constatare che gli operatori del terrore, pur approdati al pianeta della politica, continuano a muoversi alla ricerca di quelli che in gergo aeronautico erano definiti come targets of opportunity, obiettivi occasionali ma remunerativi.

Ma se lo sbilanciamento verso la sfera politica dovesse consolidarsi, l'asimmetria del conflitto diminuirebbe in maniera sensibile, il terrorismo inizierebbe ad adottare comportamenti lineari e l'occidente, trovandosi a giocare su un terreno più familiare, avrebbe nonostante le apparenze concrete possibilità di prevalere in tempi più ristretti di quelli oggi ipotizzabili.

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