Anno 2004

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Breve storia della Cavalleria italiana [6/11]

Franco Apicella, 4 aprile 2004

Il programma di potenziamento del neocostituito esercito italiano coinvolge anche la cavalleria; nel maggio 1863 viene formato un nuovo squadrone in tutti i reggimenti lancieri, tranne Montebello. Questi reparti confluiscono nel mese di ottobre a formare i depositi dei Lancieri di Foggia e dei Cavalleggeri di Caserta, trasformati in reggimenti rispettivamente a Vercelli e Aversa nel gennaio dell'anno successivo.

In questo periodo anche la casa regnante conferma il suo legame privilegiato con l'Arma; il principe ereditario Umberto comanda nel 1862 i Lancieri di Aosta mentre Amedeo duca di Aosta comanda i Lancieri di Novara dal 1865 al 1866. La cavalleria italiana, formatasi amalgamando quella dell'armata sarda con unità ed elementi provenienti dagli altri stati e dai corpi volontari, si presenta alla 3^ guerra di indipendenza con effettivi disciplinati e motivati. Poco curati sono tuttavia l'istruzione dei Quadri e l'addestramento in campagna di cavalli e cavalieri.

Il piano generale della guerra prevede I, II e III corpo d'armata schierati fronte a est sulla linea del Mincio e IV corpo d'armata schierato a nord di Bologna pronto a passare il Po. Ciascun corpo dispone di una brigata di cavalleria su tre reggimenti; solo quella del II è su due. Una divisione di cavalleria di linea - due brigate su due reggimenti ciascuna - è a disposizione delle forze che attaccano da est. Comandante in capo è Vittorio Emanuele, capo di stato maggiore il generale Alfonso La Marmora da cui dipende anche il IV corpo d'armata comandato dal generale Enrico Cialdini. All'esercito si unisce anche il contingente di volontari agli ordini di Garibaldi cui è affidata la conquista del Trentino.

Di fatto le forze sono suddivise in due armate, quella del Mincio e quella del Po e i generali La Marmora e Cialdini "erano d'opinione diversa, propendendo quegli per l'attacco da ovest e questi per quello da sud. Pure, senz'altro che un semplice colloquio tra quei due generali, fu fissato all'ingrosso che i primi tre corpi richiamassero l'attenzione dell'arciduca verso il Mincio e il IV passasse il basso Po per impadronirsi di Rovigo e dei passi del basso Adige; dopo di che l'esercito avrebbe fatto massa nel Veneto, su Padova e Vicenza, alle spalle di Verona. Così avremmo girato il Quadrilatero. Ma come l'armata di sinistra (i primi tre corpi sotto il comando diretto del re e del general La Marmora) dovesse comportarsi per raggiunger l'intento voluto fu lasciato in nube."

Questa è la situazione, come la descrive il Corsi, il 20 giugno 1866 quando l'Italia, alleatasi con la Prussia, dichiara guerra all'impero austroungarico. All'alba del 23 giugno il Mincio viene passato e le prime pattuglie di cavalleria iniziano le loro ricognizioni. Il giorno successivo è quello della battaglia di Custoza, diventata sinonimo di bruciante sconfitta. Eppure, come sempre nelle occasioni più difficili, anche questa volta la cavalleria sa dimostrare il suo valore.

L'armata del Mincio tenta di forzare il Quadrilatero da ovest ma viene respinta in una serie di combattimenti svolti in varie località. I reggimenti Nizza, Piemonte, Savoia e Genova, inquadrati nella divisione di cavalleria, combattono a Villafranca. Nella stessa località si distinguono i Cavalleggeri di Alessandria meritando la Medaglia d'Argento al Valor Militare allo Stendardo, oltre a numerose ricompense individuali, tra cui la Medaglia d'Oro al Valor Militare per il colonnello Strada, comandante di reggimento.

I Lancieri di Aosta combattono a Monte Vento e meritano la Medaglia d'Oro al Valor Militare allo Stendardo, unica concessa ad un reggimento di cavalleria nelle guerre di indipendenza. A Oliosi combattono le Guide al cui Stendardo viene concessa la Medaglia d'Argento al Valor Militare. Nella maggior parte dei casi sono azioni decisive volte a proteggere altre unità. Lo storiografo tedesco von Bernhardi, che nel 1866 era coadiutore principale dell'ambasciatore di Prussia a Firenze, scriverà nel 1897: "E' un fatto che nella pianura tra Villafranca e Verona la cavalleria italiana sostenne gloriosamente l'urto di quella austriaca, tanto più numerosa, anzi essa alla fine prevalse."

L'esito della battaglia di Custoza appare ancora più funesto perché grandi erano le aspettative riposte in questa azione contro il Quadrilatero. Seguono giornate di comprensibile difficoltà, non superiori tuttavia a quelle dell'avversario che sul suo secondo fronte, in Germania, è sconfitto a Sadowa il 3 luglio. Diventa così possibile, modificando i piani iniziali, aggirare il Quadrilatero da sud-est, forzando prima il Po e poi l'Adige per procedere speditamente verso il Veneto e il Friuli.

L'articolazione iniziale delle forze viene rimaneggiata e si costituiscono sei brigate di cavalleria su due reggimenti ciascuna che operano con il corpo di spedizione al comando del generale Cialdini incaricato dell'inseguimento delle forze austroungariche verso est. La divisione di cavalleria e una brigata leggera composta da Novara e Guide rimane invece con il corpo di osservazione, al comando del re col generale La Marmora, con il compito di assediare le fortezze che ancora resistono nel Veneto, tra cui Verona.

I reggimenti di cavalleria, idonei a precedere con celerità il corpo di spedizione, vengono lanciati verso est e il fatto d'arme più significativo avviene a Versa, nel Friuli, presso il ponte sul fiume Torre il 26 luglio, a un mese dalla sconfitta di Custoza. I Lancieri di Firenze caricano e disperdono le fanterie avversarie che minacciano un battaglione di bersaglieri a presidio del ponte. Allo Stendardo viene concessa la Medaglia di Bronzo al Valor Militare e numerose sono le ricompense individuali.

Negli stessi giorni si tratta la tregua e anche il contingente di volontari che sta avanzando in Trentino è costretto a fermarsi. E' in questa occasione che Garibaldi pronuncia, dopo la battaglia di Bezzecca, la famosa parola "Obbedisco". L'armistizio lascia parte del Friuli ed il Trentino all'Austria. Solo il 16 ottobre le truppe italiane, tra cui il reggimento Lancieri di Milano, entrano in Verona e dopo due giorni viene firmata l'annessione del Veneto al Regno d'Italia.

Nell'ottobre 1866 vengono sciolte la divisione e le brigate di cavalleria, ma rimangono i reggimenti che nel frattempo dal 1860 al 1870 sono stati impegnati anche nel sud dell'Italia nella repressione del brigantaggio. In questo impiego non istituzionale le unità di cavalleria si fanno apprezzare per la capacità di prodigarsi a favore delle popolazioni civili, anticipando il modo di operare dei reparti oggi impegnati nelle missioni per il mantenimento della pace.

Alla presa di Roma nel 1870 la cavalleria partecipa con cinque reggimenti: Savoia, Novara, Aosta, Milano e Lodi. Le operazioni militari sono di modesta portata, anche se costano all'Arma due Caduti, un sergente di Novara e un cavalleggero di Lodi. L'anno successivo con la riforma Ricotti, dal nome del generale ministro della guerra dal 1871 al 1876, i reggimenti diventano tutti "di Cavalleria" e al nome viene aggiunto un numero, lo stesso rimasto fino a oggi. Per celebrare la proclamazione della nuova capitale viene costituito nel 1871 il 20° Reggimento di Cavalleria Roma. La riforma dispone anche il versamento all'armeria reale di Torino degli Stendardi. Il pretesto operativo è l'impiego frazionato in piccoli nuclei per compiti di esplorazione che precluderebbe la possibilità di dispiegare lo Stendardo alla testa dell'intero reggimento.

Nel 1883 si costituiscono due nuovi reggimenti: Padova e Catania; altri due nel 1887: Umberto e Vicenza. Comincia nel 1885, con la partenza da Napoli di un plotone del reggimento Caserta, la partecipazione della cavalleria alle imprese coloniali. Verranno di volta in volta inviati traendoli da vari reggimenti piccoli nuclei che nei corpi di spedizione costituiscono reparti di formazione anche con il contributo di personale indigeno. Sono protagonisti di episodi di valore italiani e indigeni, cui vengono attribuite le meritate ricompense senza distinzione.

Quando nel 1897 Le Figaro pubblica alcune lettere del principe Enrico d'Orléans offensive per i soldati italiani che hanno combattuto l'anno precedente nella battaglia di Adua, il conte di Torino, Vittorio Emanuele di Savoia Aosta, tenente colonnello nel Reggimento di Cavalleria Roma, sfida a duello il principe ferendolo gravemente. Nulla hanno a che vedere col valore dei soldati italiani le "imprudenze ed istigazioni del Crispi" e la "arrischiatezza del Baratieri" che secondo Benedetto Croce hanno determinato la disfatta.

L'evento più significativo che chiude questo secolo per la cavalleria è però il ritorno degli Stendardi ai reggimenti. Il 17 dicembre 1896 all'armeria reale, dove erano stati custoditi per 25 anni, gli Stendardi vengono riconsegnati ai colonnelli comandanti. Le considerazioni di ordine operativo per cui si torna all'impiego unitario dei reggimenti hanno questa volta determinato un provvedimento di grande e positivo effetto morale per tutta l'Arma. Subito dopo vengono riprese anche le tradizionali denominazioni legate alla specialità: cavalleria, lancieri, cavalleggeri.

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