Anno 2004

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La nuova mappa del petrolio disegnata da Putin

Franco Apicella, 16 aprile 2004

Quando l'Occidente si sarà risvegliato dall'incubo Iraq - per il terrorismo ci vuole più tempo - scoprirà che la Russia ha ridisegnato la sua mappa del petrolio. Intorno ai giacimenti della piattaforma del Caspio ruotano interessi diversi; non ultimo quello degli USA che, con la campagna in Afganistan lanciata dopo l'11 settembre 2001, hanno consolidato presenza e influenza nelle repubbliche ex sovietiche.

Esercitare una qualsiasi forma di controllo sui giacimenti tuttavia non basta perché il petrolio che conta è quello che arriva a destinazione, non semplicemente quello che viene estratto. La collocazione dei giacimenti intorno al mar Caspio, lontani da qualsiasi sbocco su coste aperte, rende fondamentale l'importanza della rete di distribuzione che entra in sistema con altri giacimenti interni al territorio russo, in particolare in Siberia.

Se ne è avuta una conferma indiretta con lo pseudo golpe dello scorso novembre in Georgia. La vera materia del contendere su cui si focalizza l'attenzione della Russia è l'oleodotto della British Petroleum che da Baku sul mar Caspio attraverso Tbilisi ed Erzurum arriva a Ceyhan sulla sponda mediterranea sud orientale della Turchia. Lo scorso 7 aprile il vice ministro per l'industria e l'energia Viktor Khristenko ha dichiarato alla Tass che la Russia è contraria all'idea di collegarsi all'oleodotto per Ceyhan, dirottando il flusso da quello che da Baku va a Novorossisk sul mar Nero.

L'idea è quella di evitare il Mediterraneo - il vice ministro cita espressamente la congestione del Bosforo - eccentrico rispetto ai grandi consumatori continentali europei e per di più soggetto alle continue fibrillazioni del Medio Oriente. La propensione per l'Europa continentale - o se si vuole, la vecchia Europa - è confermata anche dal recente stato di grazia dei rapporti della Russia con l'Unione Europea. Tutto fa pensare che la dipendenza energetica da Mosca sia destinata a crescere.

Khristenko ha citato espressamente tre direzioni strategiche come obiettivo da conseguire entro il 2020: il Baltico e la penisola di Kola verso nord, il Pacifico verso est. Per il Baltico la previsione è di portare entro un anno e mezzo la capacità di trasporto da 42 a 60 milioni di tonnellate annue. Per la direzione est la capacità arriverebbe fino a 80 milioni di tonnellate. Le tre direzioni assorbirebbero complessivamente la capacità di estrazione propria della Russia.

Da est premono sia la Cina sia il Giappone per indurre la Russia a scegliere un diverso terminale, conveniente all'una o all'altra, per l'oleodotto che parte dai giacimenti di Taishent nella regione di Irkutsk. Il progetto Yukos prevede il porto di Daqin comodo per la Cina; il progetto Transneft prevede invece il porto di Nakhodka più favorevole al Giappone.

Il portavoce del ministro degli esteri cinese ha fatto eco l'8 aprile alle dichiarazioni di Khristenko, esprimendo la speranza di un rapido avvio del progetto per l'oleodotto verso la Cina. Ha affermato di non essere certo che l'argomento possa essere trattato dal ministro Li Zhaoxing nella sua prossima visita a Mosca prevista per il 21-22 aprile. Intanto però l'indomani si sono avviate le trattative per una fornitura di elettricità da parte della Russia alla Cina di 5 miliardi di kilowatt annui, un terzo dei quali prodotti dagli impianti di Bureya a solo 300 chilometri dalla più vicina sottostazione cinese nella provincia di Heilongjiang.

Non è un mistero che petrolio e gas siano la voce più cospicua negli scambi commerciali che consentono alla Russia una previsione di crescita del 7% del PIL nel 2004. La Banca Mondiale ha messo in guardia in un suo recente rapporto contro i rischi di una eccessiva dipendenza da questo tipo di esportazioni valutate intorno al 55% del totale. La cosa però non sembra preoccupare più di tanto Putin, visto che si continua a parlare, anche se con prudenza da parte di Mosca, dell'ingresso della Russia nella Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO).

USA ed Europa sviluppano economie sempre più immateriali e consumi sempre più dipendenti da fonti di energia incerte (petrolio del golfo Persico) o in molti casi ricusate (nucleare). La Russia sembra percorrere altre strade, forse meno moderne, ma sicuramente di grande efficacia perché rispondono a esigenze planetarie, valide nelle economie emergenti come quella cinese e altrettanto valide, anche se per motivi diversi, nelle economie avanzate della vecchia Europa. Forse anche per questo Putin guarda con distacco la crisi irachena e protesta solo quanto inevitabilmente necessario contro l'allargamento della NATO.

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