Anno 2004

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Zapatero e il protagonismo spagnolo

Franco Apicella, 22 aprile 2004

La fretta di condividere, molto meno di criticare, la decisione del ritiro unilaterale e immediato del contingente spagnolo dall'Iraq ha fatto passare in secondo piano i motivi che l'hanno determinata. E' possibile che il primo ministro Zapatero si sia trovato di fronte a una situazione per la quale non era preparato e abbia reagito mantenendosi coerente con quell'atteggiamento di protagonismo caratteristico da alcuni anni a questa parte della politica estera spagnola.

La promessa fatta in campagna elettorale, relativamente a cuor leggero viste le proiezioni che davano favorito il delfino di Aznar, è diventata un debito da onorare dopo il risultato imprevisto scaturito dalla tragedia degli attentati di Madrid. La tanto invocata risoluzione dell'ONU con relativa svolta entro la data taumaturgica del 30 giugno erano come una spada di Damocle per Zapatero. Un effettivo cambiamento di situazione avrebbe infatti reso meno giustificabile il suo ritiro unilaterale.

Certamente il premier spagnolo stava cercando con cautela di preparare il terreno per un ripensamento, ma forse nutriva la speranza che la svolta non avvenisse, così da potere tenere fede alla sua promessa elettorale. E' rimasto invece spiazzato dal deteriorarsi della situazione in Iraq con la crisi degli ostaggi - non solo quelli italiani - ma soprattutto dall'incontro tra Bush e Blair che ridava corpo all'ipotesi di un effettivo impegno dell'ONU.

Se avesse ancora aspettato si sarebbe trovato senza giustificazioni sostenibili; meglio dunque il ritiro immediato, quasi una impennata di orgoglio con cui Zapatero spera di continuare su un versante diametralmente opposto quella linea di attivismo sulla scena internazionale partita con Solana già dai tempi in cui era segretario generale della NATO e proseguita da Aznar, primo degli alleati di Bush nell'Europa continentale. La Spagna di Zapatero vuole essere punto di riferimento nella vecchia Europa rinverdita dalla ventata progressista che parte di Madrid.

Il vero pericolo di questa situazione sta nel fatto che l'occidente, soprattutto l'Europa, diventa sempre più autoreferenziale e dimostra scarsa apertura e lungimiranza. La scelta pro o contro Zapatero, che in definitiva si trasforma in contro o pro gli USA, sembra essere diventata di gran lunga più importante delle conclusioni che potrà trarre il vero antagonista in questa partita, il mondo islamico. E' invece una manna per al Qaeda e affini il fatto che l'occidente dia l'impressione di non avere altra scelta tra il convertire i terroristi con i paternostri di crociana memoria e il combatterli coi cannoni.

C'è poi un'altra ipotesi, tanto inquietante da sperare che sia irreale. E' naturale che la partita, o se si preferisce la campagna, dell'Iraq stia andando avanti all'ombra delle elezioni presidenziali USA. La decisione di Zapatero mette sicuramente in crisi gli equilibri politici molto al di là del suo significato militare e potrebbe risultare fra qualche mese una utile giustificazione retrospettiva per un disimpegno degli USA dall'Iraq, più in generale per un ripensamento della politica per il Medio Oriente allargato disegnata dall'attuale amministrazione americana.

Chiunque sia il prossimo inquilino della Casa Bianca, Zapatero gli avrà fornito qualche carta in più per giustificare l'eventuale decisione di abbandonare la partita. Intanto però il resto del mondo cammina per la sua strada, come dimostra di saper fare bene Putin. In tutt'altre faccende affaccendato - economia e petrolio in primis - si limita a rilanciare attraverso il premier italiano Berlusconi che gli fa visita una tiepida quanto ovvia proposta di nuova risoluzione ONU. La sindrome Zapatero, se si dimostrerà strumentale alle elezioni USA e a quello che verrà dopo, lascerà il mondo com'era prima che Bush dichiarasse guerra al terrorismo.

Ci si dovrà quindi aspettare che il terrorismo esaurisca nel tempo e per cause naturali il suo ciclo operativo ma senza scomparire mai del tutto. Gli stati canaglia nel frattempo cammineranno lentamente nel divenire della storia e saranno costretti solo dalla povertà delle loro popolazioni a trovare equilibri diversi. Qualcun altro - Russia, Cina e India - continuerà a pensare quasi esclusivamente alla produzione di ricchezza dopo avere sperimentato in proprio, i primi due, che l'utopia comunista è naufragata nella povertà. Al mondo occidentale rimarrà ben poco spazio se non saprà fare altro che ripiegarsi su sé stesso; all'Europa soprattutto rimarrà il rimorso di avere trascinato nell'impotenza anche gli USA.

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