Anno 2004

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Gli USA verso il disimpegno militare in Iraq

Franco Apicella, 19 maggio 2004

Il segretario di stato Colin Powell ha dichiarato al recente vertice del G8 che le truppe USA sarebbero pronte a ritirarsi se il governo iracheno lo chiedesse; due giorni dopo ha affermato che gli USA accetteranno qualunque governo verrà scelto a Bagdad. Se non è un falso sillogismo, questo significa che gli USA si stanno avviando al disimpegno militare dall'Iraq.

Risultava evidente fino dall'inizio che la campagna irachena, incentrata sul rovesciamento del regime di Saddam, era solo un evento collaterale della guerra al terrorismo. Il vero obiettivo di Iraqi Freedom era infatti la stabilizzazione del cosiddetto Medio Oriente allargato, da costruire partendo proprio da Bagdad. Si arrivava a ipotizzare un effetto domino che avrebbe avuto ripercussioni positive anche sul conflitto israelo-palestinese. Tutto questo non è accaduto e ora diventa indispensabile trovare una nuova strategia, ripartendo dagli errori commessi e dagli eventi che non si sono verificati secondo le previsioni.

Intanto è possibile che, avvicinandosi la data del 30 giugno, l'ONU si renda sempre più visibile e accetti nella sostanza quel ruolo definito di volta in volta centrale o vitale. Per ora, più il caos si diffonde, meglio si potrà contare su una situazione di partenza che giustificherà a posteriori qualsiasi eventuale fallimento. Non che i fallimenti facciano paura alle Nazioni Unite; tanto meno le missioni senza termine e senza risultati. Ne sono un esempio UMNOGIP e UNIFIL (la missione degli osservatori alla frontiera indo-pachistana e quella in Libano).

Così, mentre il calderone dell'Iraq continuerà a bollire - senza tracimare, si spera - gli USA avrebbero il tempo per riflettere. Se il Medio Oriente allargato e il suo petrolio non sono più affidabili diventa necessario riconsiderare la strategia delle risorse energetiche, con il rischio che la Russia abbia già acquisito un vantaggio strategico ridisegnando i flussi della distribuzione del petrolio della piattaforma caspica.

C'è poi la lotta al terrorismo, in termini più realistici lo scontro tra l'Occidente e l'Islam. Le cose sono complicate dall'esistenza nell'Occidente di due anime a loro volta contrapposte. Quella americana - non ci si illuda - rimarrà unilaterale quali che siano i risultati delle prossime elezioni presidenziali. L'anima europea è sempre più permeata da un fondamentalismo tutto suo, quello del consenso, che nella guerra vera si trasforma in impotenza. In tempi normali la ricerca del consenso a ogni costo tra un numero sempre più ampio di soggetti coinvolti genera confusione, dunque incertezza e rischio. Sicuramente la partita con il terrorismo sarà ancora molto lunga e gli USA oggi sanno che gli automatismi della solidarietà atlantica sono inceppati.

Si impone perciò anche un ripensamento su dimensioni, struttura e compiti delle forze armate USA che in futuro potranno contare sempre di meno sul concorso più o meno scontato degli alleati. Già nel dopoguerra iracheno è mancato l'elemento quantità che avrebbe potuto fare la differenza in termini di controllo del territorio e di stabilizzazione della situazione.

Nelle prime settimane dopo la caduta di Saddam, quando l'attività di guerriglieri e terroristi era ancora sporadica, con una adeguata disponibilità di forze sarebbe stata possibile l'eliminazione metodica delle sacche di resistenza. Non è pensabile che l'amministrazione e il Pentagono abbiano sottovalutato la delicatezza di questo passaggio; probabilmente alla mancanza dei numeri necessari per incrementare la presenza militare si sono aggiunte difficoltà di carattere politico, incluso il non volere ammettere di avere fatto male i conti.

Si è perso così il momentum, termine tipico del gergo militare USA, per guadagnare un controllo del territorio efficace e una conseguente conclusione positiva della campagna. Ora si parla di un possibile ritorno alla leva per le forze armate USA, anche se sembra più una trovata giornalistica ed elettorale che una seria ipotesi di lavoro. E' evidente che le dimensioni delle forze armate non sono solo un problema tecnico militare; nel futuro prossimo dell'amministrazione dovrebbero essere il risultato di una analisi che parte dalla politica per il controllo delle aree di instabilità e dalle modalità di condotta della guerra al terrorismo per arrivare a determinare gli strumenti, inclusi quelli militari, necessari a fare entrambe le cose.

Sarà determinante in questo processo il peso della lobby dell'industria della Difesa, per le dirette ripercussioni che un aumento in senso quantitativo delle forze armate potrebbe avere sulla qualità, quindi su armi, mezzi ed equipaggiamenti a elevata tecnologia che oggi sono il prodotto commercialmente più redditizio. Sembra in ogni caso che la Revolution in Military Affairs dichiarata da Rumsfeld si stia avviando, come del resto tutte le rivoluzioni, alla sua fase finale: il ritorno alla normalità. Tutto questo, qualunque cosa succeda il 30 giugno e chiunque sia il prossimo presidente a novembre.

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