Anno 2004

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Iraq, perché il disimpegno USA esclude l'ipotesi NATO

Franco Apicella, 23 maggio 2004

Nel suo intervento del 17 maggio scorso al meeting New Defense Agenda di Brusselles il segretario generale della NATO ha fatto solo un accenno molto prudente al'Iraq, dopo avere confermato che la priorità numero uno dell'Alleanza rimane la missione ISAF in Afganistan. Pochi giorni prima, il 13 maggio, durante la sua visita a Bucarest, Scheffer non aveva neppure parlato di Iraq, pur pronunciando un discorso davanti al Senato e alla Camera dei deputati con cui tra l'altro intendeva gratificare la Romania a suo tempo delusa per non essere stata ammessa nella NATO insieme con Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria.

Anche nella breve dichiarazione rilasciata il 19 maggio scorso in occasione della visita del ministro degli Esteri australiano al Consiglio Nord Atlantico, pur sottolineando gli interessi comuni nella lotta al terrorismo e alla proliferazione delle armi di distruzione di massa, il segretario generale non fa menzione dell'Iraq dove pure le forze armate australiane sono presenti. C'era stato tuttavia un momento, in coincidenza con la visita in Polonia del 4 marzo scorso, in cui Scheffer sembrava avere superato le iniziali prudenze del suo mandato e dichiarava apertamente che l'Alleanza non avrebbe potuto sottrarsi alle sue responsabilità se chiamata in causa.

Gli sviluppi di queste ultime settimane rendono comprensibile un ritorno su posizioni più caute, addirittura defilate; la NATO, a differenza dell'ONU, non può permettersi di fallire e in Iraq le incertezze sono ancora troppe. E' dunque ragionevole pensare che l'Alleanza atlantica si stia ricondizionando, dopo la crisi del 2003, concentrandosi su missioni comunque impegnative come quelle in Afganistan e nei Balcani.

In Afganistan il problema maggiore è la parsimonia dei paesi contributori - non solo quelli NATO - nel fornire gli assetti necessari alla costituzioni di altri Provincial Reconstruction Team (PRT) che possano garantire un controllo del territorio più esteso. Nei Balcani, contrariamente alle previsioni più ottimistiche di qualche mese fa, la transizione verso la gestione delle operazioni militari da parte della Unione Europea per ora si limita alla Bosnia, in cui tuttavia rimarrà una robusta forma di tutorship NATO, nominalmente per assistere il paese nel programma Partnership for Peace. Per il Kosovo, riportato alla realtà dai recenti incidenti, la presenza di KFOR sotto comando NATO si dimostra ancora indispensabile anche se non è in grado di coprire un pericoloso vuoto politico.

Tutto questo basterebbe di per sé a motivare l'attuale atteggiamento di Scheffer nei confronti dell'Iraq. Potrebbe esserci però un'altra spiegazione, complementare ma non secondaria. L'altalena della disponibilità della NATO verso un impegno in Iraq, per ora limitato al sostegno verso la divisione multinazionale a guida polacca, è stata nel tempo in sintonia con le fasi alterne in cui l'amministrazione Bush ha sollecitato o trascurato l'ipotesi di un intervento dell'Alleanza. Oggi potrebbe sembrare strano che gli USA, per salvare capra e cavoli in Iraq, non giochino con decisione la carta della NATO. Un intervento dell'Alleanza offrirebbe tutti i possibili éscamotage politici e tecnico militari per mantenere il sostanziale controllo delle forze della coalizione in mano USA, pur nel rispetto del tabù multilateralista onusiano.

Se gli USA non intendono imboccare questa strada - l'unica pragmaticamente percorribile sul piano politico-militare - vuol dire che non vogliono precludersi la possibilità di mettere in atto una exit strategy. Le dichiarazioni politiche, anche quelle rilasciate in occasione della visita del presidente Berlusconi, hanno una loro logica di facciata prima ancora che di sostanza. Altra cosa sono i dati di esperienza e i fatti che bisognerà verificare nel loro divenire. La NATO non ha mai operato senza la sostanziale partecipazione - meglio sarebbe dire predominanza - degli USA. Una ipotesi di impiego dell'Alleanza in Iraq non sarebbe concepibile e tanto meno sostenibile senza l'apporto del Pentagono, soprattutto per quegli assetti strategici di cui gli altri alleati sono tuttora carenti.

E' evidente che una NATO impegnata o anche solo disponibile all'impegno in Iraq vincolerebbe gli USA rendendo improponibile un loro eventuale ritiro. Questo, nella attuale situazione di estrema fluidità, non può essere accettato né dall'amministrazione Bush, né tanto meno dal suo eventuale successore.

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