Anno 2004

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Russia, esercito di leva e lotte di potere

Franco Apicella, 3 giugno 2004

Secondo un sondaggio pubblicato da Ria-Novosti lo scorso 13 maggio, solo il 23 percento dei russi sarebbe favorevole al mantenimento della leva mentre il 55 percento avrebbe manifestato consenso per la transizione verso forze armate formate da professionisti. Lo stesso sondaggio, effettuato dal centro indipendente di analisi sociologica di Yury Levada, rivela però che il 51 percento dei russi vorrebbe che gli studenti prestassero il servizio militare senza godere di alcun rinvio, mentre di avviso contrario è il 44 percento della popolazione.

Per una coincidenza - forse non del tutto casuale - il 1° giugno il ministro della difesa Ivanov ha dichiarato in una conferenza a San Pietroburgo che "in Russia è stato scelto un sistema misto per la composizione delle forze armate" escludendo la possibilità che il sistema di coscrizione obbligatoria venga abolito. Il ministro ha chiarito che nessuno ancora ha stabilito di procedere alla completa professionalizzazione dell'esercito e della marina. Questo lascerebbe supporre che l'aeronautica possa invece essere costituita solo da personale volontario.

La professionalizzazione, ancorché parziale, rappresenta oggi un passaggio obbligato in ogni processo di ammodernamento delle forze armate, ma non è di per sé sufficiente. Il risultato finale può essere conseguito solo con la chiara individuazione delle competenze a livello politico e con l'aggiornamento degli stati maggiori cui va riservata la funzione di pianificazione, delegando quella di condotta a strutture dedicate di comando e controllo. Anche nelle democrazie occidentali questo problema non è ancora compiutamente risolto.

A livello tecnico militare in Italia è stato laborioso il passaggio delle competenze dagli stati maggiori della difesa e di forza armata ai rispettivi comandi operativi. A livello politico poi rimane sempre la sensazione di una certa ingerenza del ministero degli esteri nelle competenze della difesa; si ricorderà per esempio che l'entità della nostra partecipazione militare ad IFOR in Bosnia fu annunciata - se non decisa - dall'allora ministro degli esteri Susanna Agnelli.

Non vanno meglio le cose negli USA, dove alla chiarezza della linea di comando militare - il presidente è comandante in capo - fa riscontro una triade politica che anche in tempi recenti ha rischiato di mettere in crisi l'amministrazione. Le divergenze tra esteri (Powell), difesa (Rumsfeld) e sicurezza nazionale (Rice) hanno influito non poco anche sulla vicenda recente dell'Iraq.

Queste alchimie hanno la possibilità di essere mantenute in equilibrio stabile con limitazione dei danni in una democrazia avanzata; anzi, a volere essere ottimisti, contribuiscono a rafforzarla. Nell'ancora fragile sistema post-comunista il discorso è molto più difficile e rischia di trasformarsi esclusivamente in lotta di potere. Ne dà conto un articolo pubblicato il 19 maggio scorso sul Moscow Times che esordisce con il gioco della buona e della cattiva notizia. La buona notizia sarebbe costituita dal fatto che per la prima volta in 12 anni il governo si sarebbe deciso a varare riforme militari significative. La cattiva nasce dalla possibilità che questo passo in avanti nasca non da una "pianificazione strategica" ma da un contrasto tra fazioni di burocrati.

L'idea era già stata adombrata, proprio da queste pagine, quando il 30 marzo scorso si diede conto dei contrasti in atto nei palazzi della marina russa seguiti alle dichiarazioni sulle condizioni di degrado dell'incrociatore nucleare Pietro il Grande. Oggi, secondo il Moscow Times, dietro la decisione di limitare le competenze dello stato maggiore generale alla pianificazione politico militare, lasciando ad altri la condotta delle operazioni, si nasconderebbe in realtà una manovra di Putin e Ivanov per liberarsi del generale Anatoly Kvashnin, capo dello stato maggiore generale, uomo giudicato tanto limitato quanto ambizioso.

Si tratterebbe dunque non di una riforma, peraltro necessaria sul piano funzionale, ma solo di una manovra di potere suscettibile di ripensamento una volta raggiunto lo scopo di eliminare Kvashnin. Si porta come esempio la decisione presa nel 1997 quando furono unificate le forze missilistiche strategiche con quelle spaziali e venne eliminato il comando centrale delle forze terrestri. Le stesse persone che l'avevano sostenuta, tre anni dopo e in ossequio a una nuova leadership, diventavano fautrici di un ritorno allo status quo ante.

E' comprensibile quindi che, ricorrendo all'argomento sempre di grande effetto del servizio militare obbligatorio o meno, si cerchi di creare una cortina fumogena sui veri giochi di potere nelle forze armate. E' anche verosimile che Putin lasci filtrare l'idea della coscrizione come elemento di continuità sulla scia di quelle nostalgie per il passato mai sopite in una certa parte del popolo russo. Putin d'altro canto sa benissimo che le vere riforme militari richiedono tempi lunghi e soprattutto cambi di mentalità. Molto più facile e rapido è invece cambiare le persone.

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