Anno 2004

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E' melina sul campo del Greater Middle East

Franco Apicella, 22 luglio 2004

Secondo un articolo pubblicato da International Herald Tribune il 19 luglio scorso, il motivo del mancato coinvolgimento diretto della NATO in Iraq è da ricercare nell'atteggiamento di quei paesi europei che, dopo avere deliberato in vario modo a livello governativo e talora in contrasto con la pubblica opinione l'intervento delle proprie forze, ora sono riluttanti a "raddoppiare la loro scommessa in Iraq attraverso un nuovo impegno NATO."

Più che una ipotesi questa sembra essere una concausa, sicuramente plausibile, nel generalizzato gioco al disimpegno dal Medio Oriente che sta coinvolgendo tutto il mondo occidentale. Ci sono conferme indirette ma concrete: i tagli nel bilancio della difesa in Italia (non sarebbero una novità) e la riduzione dello strumento militare in Gran Bretagna. Paradossalmente poi il disimpegno trova conferma anche nella sentenza della corte de L'Aia contro il muro voluto dal governo Sharon: nulla di meglio di un proclama tanto solenne quanto privo di effettive conseguenze per purificare le coscienze e lasciare che le cose vadano come devono andare.

Anche l'articolo di International Herald Tribune si conclude con una sorta di proclama, una esortazione per il mondo occidentale il quale "deve dimostrare che la sua civiltà politica è pluralistica e aperta, non monolitica." In questo senso l'impegno della NATO, simbolo del monolitismo occidentale, sarebbe stato un disastro in quanto percepito come la lotta "dell'Occidente contro tutti". Pur dovendo necessariamente dare credito di buona fede a chi fa queste affermazioni, non si può trascurare la possibilità che consistenti frange del mondo islamico - destinatario del multilateralismo occidentale - lo imitino e lo ricambino con una interpretazione distorta, il doppiogiochismo, congeniale alla loro indole e ai loro scopi.

Il consiglio elargito da International Herald Tribune, posto che risponda alle istanze di una fascia significativa della opinione pubblica americana, appare peloso come la carità di manzoniana memoria. Potrebbe infatti rientrare nel gioco di quella exit strategy dalla politica del Greater Middle East che sarà con buona probabilità perseguita dall'amministrazione USA dopo le prossime elezioni presidenziali, chiunque sia il vincitore.

Restano ormai pochi dubbi sul fatto che la politica estera USA si sia già presa una pausa di riflessione che durerà almeno fino alle elezioni in Iraq nel gennaio 2005, ammesso che si riesca a tenerle. Ovviamente questa pausa non deve essere turbata da alzate di ingegno, peraltro del tutto improbabili, di qualche alleato o amico animato da smanie di protagonismo. L'Europa per ora su tutto sembra puntare meno che sulla concreta possibilità di assumere ruoli significativi sulla scena politica mondiale; a scanso di equivoci comunque un richiamo al multilateralismo, preludio all'impotenza politica, non guasta.

D'altra parte l'Europa, proprio per la sua natura politica, anche se non lo volesse finirà per seguire il consiglio, presentando una realtà frastagliata, con qualche scoglio ma tanti approdi sicuri, per il mondo islamico che sarà così libero di scegliere dove andarsi a rifugiare (o insediare) indisturbato. Una pausa di riflessione troppo lunga della politica USA favorirebbe indirettamente il processo di islamizzazione del continente europeo.

Senza spingersi troppo oltre, si deve intanto constatare che uno dei pilastri dell'Occidente, la NATO, è stato messo in disparte per fare posto al multilateralismo. L'Alleanza Atlantica era riuscita a trovare una nuova dimensione perfino nel momento in cui era venuta meno la sua stessa ragione di essere, l'impero sovietico. Addirittura la sua coesione (il monolitismo non fa parte del glossario NATO) si era rafforzata con la Partnership for Peace e con l'allargamento. Erano un esempio raro di coesione le decisioni prese collegialmente dal North Atlantic Council.

Ora, dopo il vertice di Istanbul, la coesione della NATO sembra essere stata contagiata dal multilateralismo di schietta marca europea, quello che decide di non decidere. Gli USA, che storicamente vedono la NATO e l'Europa in ragione dei loro interessi geostrategici, oggi hanno trovato in questo nuovo modo di fare politica l'éscamotage più elegante per ricucire quanto basta lo strappo con Francia e Germania e per passare all'Europa la palla di un gioco che a loro più non interessa ma che deve comunque continuare, con un po' di melina, sul campo del Greater Middle East.

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