Anno 2004

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Russia, le dimissioni del capo di stato maggiore

Franco Apicella, 28 luglio 2004

Come era nelle previsioni (cfr. articolo del 3 giugno), per le forze armate russe è arrivata la sostituzione del capo di stato maggiore generale, Anatoly Kvashin, con il suo vice, Yurii Baluevskii. Moscow News, nel dare notizia delle dimissioni di Kvashnin il 18 luglio scorso, afferma che fonti vicine allo stesso capo di stato maggiore attribuirebbero la decisione alla presunta inerzia delle unità russe durante i sanguinosi attacchi di giugno in Inghushetia.

La motivazione di fondo è in realtà da ricercare nel riequilibrio dei poteri tra il capo di stato maggiore generale e il ministro della difesa, a favore di quest'ultimo. Il capo di stato maggiore generale era finora responsabile della gestione strategica delle forze armate sotto il controllo del ministro della difesa, cui risaliva la gestione politica. I tentativi di Kvashnin, perseguiti fino dalla metà degli anni '90, di ritagliarsi un ruolo sempre più autonomo rispetto al ministro della difesa sono stati vanificati da una legge approvata dalla Duma ai primi di giugno con cui si limitano le competenze dello stato maggiore generale alla mobilitazione e alla pianificazione operativa.

La campagna che Putin sta conducendo contro le oligarchie ha dunque investito in pieno anche le forze armate, di cui il presidente è comandante in capo. Il ridimensionamento del ruolo del capo di stato maggiore generale, reso ancora più concreto con la sostituzione della persona in carica, può così diventare il punto di partenza per il nuovo corso delle forze armate russe. Nella economia generale della politica di Putin sta diventando determinante poter contare su uno strumento militare affidabile e credibile.

Trattati e organizzazioni internazionali, protagonisti dell'attuale era del multilateralismo, funzionano in ragione del peso politico, economico e - non ultimo - militare delle parti in causa. La Russia, proprio nelle ultime settimane, ha mostrato di volere rimettere in campo il suo peso con maggiore determinazione in almeno due circostanze. Sullo sfondo aleggia sempre la diffidenza ancestrale verso la NATO che, volente o nolente, continua a evocare agli occhi dei russi la sconfitta incruenta dell'Armata Rossa.

In questa chiave si può leggere la dichiarazione che sei membri della Organizzazione per il trattato di sicurezza collettiva della CIS (Comunità di Stati Indipendenti) hanno sottoscritto a Vienna l'8 luglio su proposta della Russia, unitamente a Moldova, Ucraina e Uzbekistan, per criticare l'operato dell'OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) e chiederne una ridefinizione di competenze e priorità.

Alla OSCE viene fatto carico di imparzialità nell'esercitare il suo mandato di controllo sul rispetto dei diritti umanitari, dimostrando "attenzione selettiva in alcuni Stati e ignorando i problemi in altri". L'argomento è controverso, ma si presta a evidenziare gli opposti atteggiamenti dei quattro paesi aspiranti a entrare nella NATO, delusi nelle loro aspettative dal recente vertice di Istanbul. Mentre Ucraina e Uzbekistan hanno firmato la dichiarazione di Vienna, Azerbaijan e Georgia ne hanno proposta una affatto diversa, che pone l'accento sulla prevenzione dei conflitti, della pulizia etnica e della occupazione di territori di Stati sovrani.

Di fronte alle posizioni contrastanti di questi ex stati dell'Unione Sovietica, pronti a gettarsi tra le braccia sempre più ampie dell'Alleanza atlantica, la Russia di Putin reagisce con le armi della politica ricorrendo all'OSCE per arrivare al cuore del problema: la NATO.

Stessa tecnica viene adoperata con il trattato CFE (Conventional Forces Europe) avviato tra NATO e Patto di Varsavia al tramonto dell'era bipolare. Il 20 luglio Putin ha firmato l'atto di ratifica da parte della Russia e ha chiesto formalmente di fare altrettanto ai paesi partecipanti ai negoziati, incluse le nazioni baltiche di recente entrate nella NATO. La ratifica del trattato da parte di Lituania, Lettonia ed Estonia implicherebbe la loro sostanziale demilitarizzazione, neutralizzando così la loro partecipazione all'Alleanza atlantica.

E' evidente che questi interventi politici, ben orchestrati anche nella tempistica, sarebbero velleitari se alle loro spalle non ci fosse uno strumento militare credibile non tanto agli occhi della NATO quanto a quelli di ex affiliati e satelliti, soprattutto nella instabile area caucasica e centro asiatica detentrice del petrolio alternativo al medio oriente.

Era dunque necessario dare un segnale importante, anche se in parte scontato, che andasse oltre le solite dichiarazioni di intenti come quella, ormai ripetitiva, fatta all'International Institute for Strategic Studies di Londra il 13 luglio dal ministro della difesa Sergei Ivanov sulla scelta del sistema misto per l'alimentazione delle forze armate con leva e volontari. Le dimissioni o, più realisticamente, il siluramento di Kvashnin e la nuova legge sulle competenze dello stato maggiore generale sembrano indicare che Putin sta facendo sul serio. Resta da vedere se il tutto si risolverà in un conflitto di poteri o se effettivamente sta nascendo una nuova "Armata Russa".

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