Anno 2004

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La vera asimmetria delle guerre di oggi

Franco Apicella, 5 agosto 2004

"Non potrò mai dimenticare quello sguardo". Questa stessa frase è stata detta da due soldati accomunati solo dal fatto di avere combattuto, ma su fronti opposti, nella seconda guerra mondiale: un generale russo, eroe dell'Unione Sovietica, comandante di plotone nell'assedio di Stalingrado; un sottufficiale italiano di Savoia, a cavallo con il suo reggimento nella carica di Isbuschenskij.

Entrambi hanno pronunciato quelle parole ricordando l'attimo in cui avevano fissato negli occhi il nemico prima di colpirlo. Forse la frase serviva per esorcizzare il ricordo di un gesto terribile - il dare la morte a un altro uomo - ma non c'era traccia di turbamento nel volto dei due reduci. Anzi, il loro narrare, pure tra le sofferenze e le atrocità della guerra, è rimasto sempre sereno.

Era quindi chiara a loro la regola con cui il soldato si pone di fronte alla morte: sono legittimato a darla in quanto so di poterla ricevere. Questa chiarezza era anche istituzionale; basta leggere alcune parole nella motivazione della medaglia d'argento al valor militare conferita il 3 luglio 1945 a un sottufficiale italiano dello Squadrone F che ha partecipato all'operazione Herring, l'aviolancio a tergo delle linee tedesche effettuato nella pianura padana il 20 aprile 1945.

"…disceso entro la sede di un comando tedesco senza essere scoperto, attaccava e uccideva tre sentinelle…". Oggi queste parole ben difficilmente comparirebbero sulla pergamena di una qualunque onorificenza per un soldato italiano, tanto lontana dalla cultura dominante è l'idea che il dare la morte, per quanto legittimo possa essere l'atto, sia un gesto da premiare.

L'alternanza tra conflitti più o meno estesi e sanguinosi e i tentativi politici, sociali e religiosi di mantenere la pace hanno contraddistinto per secoli la civiltà occidentale ma lo ius ad bellum, il diritto a fare la guerra, è rimasto radicato fino alla seconda guerra mondiale. Con la guerra fredda, la minaccia dell'olocausto nucleare, la MAD (Mutual Assured Distruction) e i tentativi di risposta più o meno flessibile, si è forse arrivati al parossismo dello ius ad bellum, con l'implicita legittimazione della distruzione totale: la volontà fortunatamente è mancata, i mezzi c'erano in abbondanza.

Cessato il terrore nucleare, nelle società avanzate e che più da vicino lo avevano avvertito e compreso, si è fatto fisiologico il rifiuto generalizzato verso l'idea della guerra. Diversamente è accaduto in altre società in cui l'idea o addirittura la cultura della conflittualità continuava a essere radicata. Si è così determinata una prima forma di asimmetria, inizialmente inosservata come tale in mancanza di confronto diretto, tra le diverse culture di fronte alla morte per guerra.

All'inizio c'era solo lo stupore e l'impotenza dell'Occidente per i massacri nei Balcani. Quando poi gli interventi cosiddetti di ingerenza umanitaria hanno avuto successo, per il mondo occidentale il binomio guerra soldato ha assunto una diversa dimensione e con esso le "regole di ingaggio" con la morte. I bombardamenti della NATO sulla Serbia dovevano essere giustificati con lo scopo dichiarato di salvare la vita alle popolazioni vittime della pulizia etnica. Da questo ai soldati di pace il passo è stato breve.

E' pur vero che sul piano giuridico il soldato è legittimato a dare la morte anche nelle operazioni di supporto alla pace, pure se entro limiti molto ristretti. Il meccanismo a livello individuale non cambia; se mai diventa più selettivo e rischioso, viste le difficoltà nella individuazione del nemico, quello da guardare negli occhi e uccidere prima che lo faccia lui.

Ma, oltre alle complicazioni e ai rischi che sottendono la legittimazione sul piano puramente giuridico, si fa sempre più sfuggente la giustificazione morale e culturale che buona parte della società dell'occidente avanzato e satollo è oggi disposta a concedere al soldato che uccide facendo ciò che quella stessa società lo aveva chiamato a fare.

In questo sta, prima ancora che nella tecnologia e nelle dimensioni degli strumenti militari, la vera asimmetria delle guerre di oggi. Non si tratta di regredire sulla strada del rispetto della vita umana, ma per non essere sopraffatti è necessario che l'intera società si faccia carico con lucidità del rapporto che lega il soldato alla morte. Anche i soldati di oggi dovranno essere in grado di dire "non potrò mai dimenticare quello sguardo" senza turbamento sui loro volti. Se così non accadesse la società avrebbe espresso solo ipocrisia.

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