Anno 2004

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USA, la creazione del National Intelligence Director

Franco Apicella, 8 agosto 2004

Nella conferenza stampa del 2 agosto scorso il presidente Bush, richiamandosi alla decisione presa mesi fa con la creazione del Department of Homeland Security (Dipartimento per la Sicurezza Interna), ha annunciato la costituzione del National Intelligence Director (Direttore Nazionale dell'Intelligence), nuova carica che dovrebbe garantire uno "sforzo unificato e integrato dell'intelligence nazionale."

La persona destinata a ricoprire il nuovo incarico verrà designata - dietro consiglio e assenso del Senato - dal presidente e opererà alle sue dipendenze, senza tuttavia fare parte del gabinetto presidenziale e senza essere dislocato nell'ufficio esecutivo del presidente. Nella stessa conferenza è stata annunciata anche la creazione di un National Counter-Terrorism Center (Centro Nazionale Anti-Terrorismo) il cui direttore sarà temporaneamente alle dipendenze del direttore della CIA prima di passare a quelle del National Intelligence Director all'atto del suo effettivo insediamento. Il presidente ha specificato anche che la CIA continuerà a fare capo a un proprio direttore.

Per quanto precisi possano essere considerati i lineamenti organizzativi, ci vorranno mesi non solo per l'effettiva attuazione dei provvedimenti ma soprattutto per il rodaggio della nuova struttura, come peraltro si sta verificando con il Department of Homeland Security ancora tutto da scoprire in termini di visibilità ed efficacia. Il National Intelligence Director potrebbe diventare una figura innovativa nella abbondante messe di strutture intelligence statunitensi e lo stesso Bush ha riconosciuto che la creazione di questo incarico richiede "una sostanziale revisione del National Security Act del 1947."

Dalle parole di Bush sono emersi due punti in apparenza contraddittori: il National Intelligence Director dovrebbe avere l'autorità di coordinare il budget complessivo delle diverse agenzie ma "quando si passa alle operazioni, la catena di comando (di ciascuna agenzia, ndr) rimarrà intatta". Quanto basta per lasciare un bel rompicapo al prossimo presidente: se sarà Kerry, saranno problemi suoi proseguire nella iniziativa; se dovesse rimanere Bush e le difficoltà concrete rivelarsi insormontabili, nulla gli impedirebbe di rimanere nel limbo delle buone intenzioni, optando per una ristrutturazione di tipo cosmetico.

E' evidente che sradicare mentalità inveterate in ambienti chiusi come quelli dell'intelligence è una impresa ardua; se poi si aggiungono gli interessi particolari e il potere da gestire, il compito potrebbe rivelarsi impossibile. Eppure un modello esisterebbe già, quello del Network Centric Warfare. Si tratterebbe di trovare il coraggio per un passaggio cruciale, quello dall'intelligence alla information (nel senso anglosassone, ovviamente).

E' nota la preoccupazione tutta americana e specialmente degli ambienti militari per la sicurezza delle informazioni, protette fino alla paranoia, anche tra persone della stessa amministrazione e della stessa struttura. Sarebbe necessario cambiare mentalità e adottare per le strutture intelligence modi di operare mutuati dal Network Centric Warfare, potenziando la presa diretta tra sensori e centri di analisi ma soprattutto ponendo in sistema i vari organismi con un giusto grado di condivisibilità e accesso.

Gli strumenti di cui oggi dispone l'intelligence - e lo dimostrano le risultanze dei rapporti sull'11 settembre - rendono disponibile una quantità enorme di informazioni. Il vero problema sta nella loro elaborazione e distribuzione, azioni che dovendo essere contraddistinte dal requisito della tempestività sono del tutto congeniali alle caratteristiche proprie del sistema Net Centrico in grado di ridurre virtualmente a zero i fattori spazio e tempo.

Anche se non citati esplicitamente dal presidente Bush, ci sono poi due fattori che possono condizionare l'efficacia dell'intelligence. Il primo, di ordine concettuale, risiede nella anomalia che si verifica quando l'organo di intelligence supera le sue competenze. Alla soluzione dei problemi operativi - e quello della sicurezza nazionale, interna ed esterna, è un problema operativo - concorrono tutte le componenti, ciascuna nel proprio ruolo.

L'intelligence raccoglie, elabora e fornisce informazioni che consentono di assegnare il compito alle forze destinate ad assolverlo. Sotto questo aspetto, l'architettura dell'intelligence italiana è ineccepibile: il SISMI (Servizio Informazioni e Sicurezza Militare) fornisce alle Forze Armate i dati di intelligence che servono loro per assolvere il compito e lo stesso fa il SISDE (Sevizio Informazioni e Sicurezza Democratica) con le Forze di Polizia.

Diverso è il caso, ad esempio, dell'FBI (Federal Bureau of Investigation) che è al tempo stesso organo di intelligence e di polizia; per non parlare della CIA (Central Intelligence Agency) quando conduce operazioni in proprio, sovrapponendosi all'attività delle Forze Armate che oltretutto dispongono di un loro organo di intelligence, la DIA (Defense Intelligence Agency). Esempi recenti, con risultati vari, si sono avuti in Afganistan e Iraq. Al di là dei risultati, si tratta comunque di un impiego improprio di risorse a cui il futuro National Intelligence Director dovrebbe forse porre rimedio.

Il secondo fattore cui Bush ha solo fatto un riferimento indiretto condiziona ormai tutti gli organi di intelligence delle democrazie avanzate ed è il grado di trasparenza imposto dal potere politico e dalla pubblica opinione. La giustificazione della protezione delle informazioni ai fini della sicurezza nazionale, talora abusata, viene sempre più sovente ricusata con il ricorso a commissioni varie, come quelle che di recente hanno ascoltato i vertici dell'amministrazione USA e che Bush ha citato nel suo intervento lamentando gli intralci che ne derivano.

Alla fine, però, la domanda di trasparenza potrebbe trasformarsi nella spinta decisiva verso il cambio di mentalità per una nuova intelligence net-centrica, fatta più di information che di security classification.

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