Anno 2004

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USA-Russia, non più nemici, non ancora alleati

Franco Apicella, 20 agosto 2004

Domenica 15 agosto, al termine di due giorni di colloqui avuti a S. Pietroburgo con il suo corrispondente USA Donald Rumsfeld, il ministro della difesa russo Sergei Ivanov ha dichiarato che Stati Uniti e Russia "non sono certamente nemici ma, probabilmente, non ancora alleati." La parola nemici (enemies) è stata sfumata nella traduzione di ITAR-Tass in avversari (adversaries), ma la sostanza cambia poco. Quello che conta invece è il contesto in cui la frase è stata pronunciata.

La settimana precedente la Russia aveva invitato 50 osservatori NATO ad assistere nei pressi di Murmansk alla esercitazione Accident 2004 (cfr. PdD 13 agosto) incentrata sulla verifica delle misure di protezione contro attacchi a siti nucleari. Lo stesso ministro Ivanov coglieva l'occasione per ammettere che gli standard russi non sono ancora all'altezza di quelli NATO, lamentando però il diffondersi di voci a suo avviso ingiustificate sulle condizioni precarie di sicurezza dell'arsenale nucleare russo. Alla domanda di un cronista aveva risposto seccamente: "Non abbiamo mai avuto attacchi terroristici in alcuno dei nostri siti."

Ivanov si era anche dilungato sulla trasparenza in materia nucleare, distinguendo tra procedure di sicurezza dimostrate nel corso dell'esercitazione e ispezioni ai siti che non verranno mai concesse. Alle recriminazioni del ministro sul fatto che l'Alleanza non avesse ancora reso note a rappresentanti russi le sue misure di sicurezza, la NATO in realtà aveva già risposto con un invito per il 2005, considerato peraltro da Ivanov condizione sine qua non per la partecipazione degli osservatori alla Accident 2004.

Se la materia non fosse così seria, si potrebbe parlare di un gioco delle parti abilmente recitato, con seguito nelle dichiarazioni del 15 agosto (not enemies, not yet allies) e lieto fine nell'annuncio, sempre durante i colloqui Ivanov Rumsfeld, di una esercitazione navale congiunta USA-Russia programmata per il prossimo mese di settembre nel mare di Norvegia con la partecipazione della flotta russa del Mare del Nord.

La fase di stallo nei rapporti USA-Russia è confermata anche da un altro argomento dei colloqui, la situazione in Georgia. Apparentemente l'ex repubblica sovietica potrebbe costituire terreno di scontro tra la Russia - che intende mantenere il controllo nelle provincie separatiste dell'Abkazia e della Sud Ossezia (specialmente quest'ultima) - e gli USA che vedrebbero con maggiore tranquillità il paese riunificato sotto la guida del presidente Saakashvili, le cui propensioni filo occidentali sono state dimostrate tra l'altro dal contributo di truppe offerto alla coalizione in Iraq.

Anche in questo caso però nessuno sembra intenzionato forzare la mano. Agli USA conviene accontentarsi di una situazione relativamente stabile per garantire la sicurezza dell'oleodotto della British Petroleum che da Baku sul mar Caspio attraverso Tbilisi ed Erzurum arriva a Ceyhan sulla sponda mediterranea sud orientale della Turchia (cfr. Apicella 27 gennaio). Alla Russia conviene lo status quo nelle provincie separatiste che controlla già di fatto con proprie truppe, nominalmente di peacekeeping. Una recrudescenza di conflittualità, oltre a essere potenzialmente foriera di presenze indesiderate (ONU, OSCE), sarebbe destinata a replicare una situazione cecena insostenibile per Mosca.

La situazione di stallo che negli scenari limitati trova pretesti occasionali potrebbe però essere ricondotta a motivazioni di fondo individuabili nei macro scenari. Le ambizioni di Putin trovano terreno fertile nelle nostalgie di molti russi per il passato della grande Unione Sovietica, unica possibile antagonista del capitalismo occidentale. Il presidente finora è riuscito a tradurre in fatti le sue ambizioni, con il PIL in crescita del 6,9% nel 2004 e che nel primo quadrimestre dell'anno ha superato quello di tutte le nazioni più industrializzate.

Secondo gli osservatori più scettici l'incremento del PIL sarebbe fittizio, in quanto frutto prevalentemente delle vendite di petrolio. Ma il fatto che la Toyota abbia deciso di aprire propri stabilimenti in Russia entro il 2008 è un indice non trascurabile di fiducia. Putin intanto ha già ridisegnato la mappa degli oleodotti che fanno capo alle fonti di energia della piattaforma caspica e centro asiatica in modo che la Russia abbia il controllo degli sbocchi verso l'Europa e l'estremo oriente (cfr. Apicella 16 aprile). In questo mare di petrolio, l'affare Yukos sembra più un diversivo a spese non solo della società petrolifera e del suo magnate, la cui libertà sta a cuore a molti occidentali interessati, ma soprattutto della dipendenza dal petrolio dei mercati europeo e americano.

Nonostante l'improponibilità di un confronto diretto con gli USA, la nostalgia della Russia per il ritorno al rango di superpotenza è più che evidente e lucidamente perseguita cercando di prevenire le vulnerabilità, soprattutto economiche e industriali, che avevano determinato il crollo dell'Unione Sovietica. In politica invece sono più gli atteggiamenti concilianti di quelli decisi; sembra addirittura trovare spazio un linguaggio tipicamente occidentale, come quando nella conferenza stampa congiunta del 14 agosto Ivanov ha dichiarato a proposito delle repubbliche baltiche nuovi membri della NATO: "Dopo tutto questi paesi sono consumatori, più che produttori di sicurezza." L'Alleanza dunque, secondo il ministro, oltre a non porre alcuna minaccia significativa alla Russia con i suoi aerei rischierati sul Baltico, avrebbe fatto anche un affare in perdita.

Se la Russia avverte la nostalgia per il suo passato, gli USA sembrano rendersi conto che l'onere di unica superpotenza planetaria oltre che scomodo è svantaggioso. La lezione dell'Iraq è stata determinante e lo dimostrano anche le parole di Rumsfled che, alla domanda di un giornalista sui negoziati in corso con al Sadr, ha risposto in prima battuta: "L'Iraq è un paese sovrano; il primo ministro e il governo di quel paese sono impegnati nel cercare di arrivare alle elezioni il prossimo anno." Una dichiarazione di disimpegno più chiara non poteva essere fatta proprio da chi maggiormente aveva sostenuto le ragioni dell'intervento americano.

Al disimpegno politico nell'immediato di Rumsfeld ha fatto seguito quello militare in prospettiva annunciato da Bush (cfr. PdD 18 agosto). E' pur vero che si tratta di una prospettiva talmente lontana da suscitare le critiche dell'avversario Kerry affrettatosi a parlare dallo stesso podio su cui era salito Bush: l'associazione dei veterani. La critica però era rivolta essenzialmente ai tempi e ai modi del ritiro delle forze USA dai vari scacchieri, ma nella sostanza lo stesso Kerry è ampiamente d'accordo, tant'è che ha detto " Nessuno più di quelli tra noi che hanno combattuto guerre all'estero vuole riportare a casa le truppe".

Alla crescita politica ed economica della Russia fa dunque da contro-altare una fase in cui gli USA sembrano ripiegarsi su se stessi. Probabilmente è solo l'effetto temporaneo della transizione verso la nuova presidenza, ma sono ben lontani - più nelle intenzioni che nel tempo - i momenti in cui gli USA si proponevano alla guida del mondo nella guerra al terrorismo guardando alla Russia solo come a uno dei possibili compagni di viaggio, indeciso e in difficoltà.

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