Anno 2004

Cerca in PdD


Iraq, un intermezzo recitato da comparse

Franco Apicella, 3 settembre 2004

Edward Luttwak ha voluto puntualizzare su Panorama (n. 36) il senso di un suo articolo pubblicato il 18 agosto sul New York Times, intitolato " Time to Quit Iraq (Sort Of)", che lo stesso autore traduce "E' ora di abbandonare l'Iraq (o qualcosa del genere)". Luttwak ribadisce la sua convinzione che la guerra contro Saddam sia stata una decisione giusta ma afferma che adesso la minaccia di un disimpegno militare USA, tempestivamente e ordinatamente programmato, funzionerebbe come deterrente nei confronti delle fazioni e dei governi più turbolenti nell'area, inducendoli a ridurre la conflittualità.

Tra quanti in Medio Oriente avrebbero valide ragioni per paventare il ritiro delle forze USA schierate in Iraq, Luttwak pone in primo piano e per diverse ragioni Iran e Turchia. Per l'Iran in particolare "si infrangerebbe il sogno … di uno stato satellite sciita e si materializzerebbe l'incubo di una nazione frammentata sotto il dominio sunnita".

E' difficile dire se questa previsione andrà a segno o meno, come quella dell'effetto domino di stabilizzazione dell'area mediorientale che era servita a fornire buone motivazioni per l'intervento armato contro Saddam. Intanto però l'Iran continua a guardare molto da vicino al suo ex nemico. Domenica 29 agosto il vice primo ministro iracheno Barham Saleh si è recato in visita a Teheran dove ha incontrato il segretario del Consiglio supremo nazionale di sicurezza Hasan Rowhani con l'intento, tra l'altro, di preparare una successiva visita del primo ministro Allawi.

Nonostante la dichiarazione del ministro della Difesa iracheno, che aveva accusato l'Iran di interferire negli affari interni di Bagdad, Rowhani ha sottolineato il fatto che le buone relazioni tra i due paesi sono utili sia agli interessi nazionali sia ad assicurare stabilità all'intera regione. Anche le positive conseguenze del ritorno in Iraq dell'Ayatollah Ali al-Sistani sono state accolte con particolare calore della stampa e dal governo iraniani, che vedono nel ritiro delle forze USA e nelle elezioni generali la sola soluzione ai problemi iracheni.

Da parte iraniana dunque il disimpegno americano non è così temuto come pensa invece Luttwak. Il punto di convergenza tra USA e Iran sembra piuttosto costituito dalla fretta di tenere le elezioni e di affidare le sorti dell'Iraq a quello che si profila come un governo a maggioranza sciita, con legami più o meno stretti con l'Iran. Poco importa se il grado della effettiva autorità di questo governo sarà equivalente a quello del controllo del territorio dell'attuale coalizione: è sufficiente che ci sia una autorità nominale su cui far ricadere ogni responsabilità.

Nel frattempo sunniti e curdi ne approfitteranno per riordinare il proprio dispositivo, come dice la terminologia militare, trasformando in opportunità questo loro temporaneo calo di potere. Queste però sono prospettive a lungo termine, consone in questo caso alla pazienza e ai giochi di astuzia mediorientali, meno comode da prendere in considerazione per l'Occidente ansioso di risolvere in qualsiasi modo il problema immediato. Realisticamente la sola soluzione è quella fisiologica data dal decorso completo delle conflittualità locali fino al loro esaurimento.

Parlare esplicitamente di disimpegno durante la campagna elettorale USA sarebbe improponibile; forse anche per questo ci ha pensato Luttwak, evitando pericolose esposizioni all'establishment repubblicano. Pochi sono i dubbi sul fatto che entrambi i candidati, Bush e Kerry, stiano studiando la migliore exit strategy. Kerry da parte sua ha indicato l'intento di farla passare proprio attraverso l'Iran. Secondo il Washington Post del 30 agosto, che riporta dichiarazioni del candidato alla vice presidenza Edwards, "Kerry would offer Iran nuke 'bargain'" (Kerry offrirebbe all'Iran un compromesso nucleare). La proposta Kerry, afferma Edwards, costringerebbe Teheran a venire allo scoperto e a rivelare la vera natura dei suoi programmi nucleari.

Ovviamente il giorno prima, 29 agosto, lo stesso presidente iraniano Khatami aveva ribadito il diritto del suo paese a proseguire nei programmi per l'arricchimento dell'uranio, dicendosi fiducioso di poter trovare "una soluzione logica" nei negoziati in corso con l'AIEA, l'agenzia internazionale per l'energia atomica. Il prossimo 13 settembre l'Agenzia riprenderà un nuovo ciclo di discussioni sulle attività nucleari dell'Iran ed esaminerà i progressi delle ispezioni. Dunque il bargain di Kerry sembra proprio annunciato a proposito, anche se gli scopi potrebbero andare oltre la pur importante questione nucleare ed estendersi ai problemi del vicino Iraq.

Quello che accade in questi giorni in Iraq, per quanto violento ed esecrabile, sembra più un intermezzo recitato da comparse che una vera e propria scena del dramma. Per capire qualcosa del futuro di quel paese bisognerà guardare con attenzione al grande vicino: l'Iran. Manca all'appello la voce più intransigente, quella dell'Ayatollah Khamenei, il leader religioso integralista che ha condizionato le elezioni dello scorso febbraio. Il successo del bargain allargato di Kerry, che potrebbe essere anche preso in prestito da Bush, dipenderà dalla propensione al compromesso dell'Ayatollah.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM