Anno 2004

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Terrorismo, dal rischio alla minaccia

Franco Apicella, 7 settembre 2004

Alla fine della guerra fredda nel glossario della comunità intelligence NATO il termine minaccia venne sostituito con rischio. Il rischio non è facilmente riconducibile a parametri di tempo e di spazio e a categorie di qualità e quantità come invece si può fare con la minaccia. Si è dunque finito per associare al rischio il concetto di imprevedibilità. Ma se la minaccia incute timore e genera concrete misure di contrasto, l'imprevedibilità del rischio finisce per rimuoverne più o meno consciamente l'immanenza, nella speranza o addirittura convinzione che il problema debba riguardare altri. Così sono andate avanti le cose fino all'11 settembre 2001 e oltre.

Oggi, anche se si torna a parlare di minaccia terroristica, si è creata una frattura tra quanti la percepiscono concretamente come tale e quanti invece ne avvertono solo il rischio in maniera indeterminata, rifiutando l'ipotesi di un coinvolgimento diretto. C'è chi rimuove il problema, come la Spagna con l'elezione di Zapatero e il ritiro dei suoi militari dall'Iraq. Oppure la Francia, che pensa di poter contare sul suo Islam moderato (incluso Hamas) per salvare gli ostaggi a suon di dollari. Il terrorismo internazionale sta capitalizzando a piene mani su questi equivoci che dividono il mondo occidentale e lo rendono ancora più vulnerabile.

L'esempio più eclatante viene dalle reazioni alla strage di Beslan, nella Ossezia del Nord. A un certo punto si è creata la sensazione che il problema stesse nella caccia agli errori del governo russo. Le richieste di chiarimenti a nome della presidenza UE dell'olandese Bernard Bot, ribadite nella sostanza da Prodi, si sono così trasformate in un vero obiettivo strategico raggiunto dai terroristi. E' indicativo il fatto che tra i primi media a dare voce alla UE già il 4 settembre ci sia stata Al Jazeera.

Nella concitazione dell'immediato finisce dunque sotto inchiesta la Russia di Putin per ogni possibile motivo: decisioni politico-militari sbagliate, carenza delle infrastrutture, inadeguatezza delle forze di sicurezza. Passata l'emozione del momento pochi però avranno voglia di capire, ad esempio, che una azione di forze speciali degne di questo nome - e quelle russe lo sono - non viene di solito condotta in pieno giorno, rendendo del tutto improbabile l'ipotesi di un blitz deliberatamente lanciato.

L'attacco alla Russia è il nuovo salto di qualità del terrorismo internazionale di matrice islamica. Il grande satana USA, neutralizzato anche dai suoi stessi errori sul terreno dell'Iraq, fino alle elezioni di novembre avrà altro a cui pensare e poi forse si ritirerà dal Medio Oriente. L'UE, nonostante le dichiarazioni velleitarie dei suoi esponenti - difficile che Putin risponda alla richiesta di spiegazioni - provvede da sola a mantenere il suo cronico stato di impotenza e ad approfondire le divisioni con gli USA. Il nuovo vero obiettivo del terrore è dunque quello di abbattere un altro impero del male, quello che Putin sta costruendo pazientemente anche con il petrolio.

Il terrorismo locale ceceno era già lì, pronto all'uso; anzi, è stato abilmente strumentalizzato con il doppio attentato ai Tupolev del 24 agosto e quello alla stazione Rizhskaya della metropolitana di Mosca del 31 agosto. Tutto sembrava ricondurre alla matrice cecena, a cominciare dalle donne in nero, perché a questo si voleva far credere. Addirittura nelle prime cronache da Beslan qualcuno, rendendo un omaggio più macabro che fazioso al pluralismo dell'informazione, ha parlato di resistenza cecena. Forse non si era ancora reso conto che la causa dell'indipendenza di quel paese, per quanto giusta possa essere considerata, aveva tutto da perdere con quel massacro.

La linea cosiddetta dura di Putin potrebbe tuttavia realizzare una singolare quanto pericolosa convergenza di vedute tra il fanatismo antimperialista e islamico del terrorismo internazionale e quella insofferenza verso il concetto di autorità cui oggi la cultura occidentale più diffusa offre alimento e protezione. Putin si troverebbe dunque tra due fuochi: quello dei terroristi e quello degli oppositori alla sua intransigenza. In genere questi ultimi hanno una percezione molto labile, prossima alla negazione, della minaccia e quindi finirebbero indirettamente per fare il gioco dei terroristi. E' molto probabile che Putin continui per la sua strada; gli altri dovranno scegliersela.

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