Anno 2004

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Putin e il fondamentalismo della democrazia

Franco Apicella, 8 ottobre 2004

La fiducia inossidabile nei poteri taumaturgici della democrazia - o meglio dell'idea di democrazia che ciascuno si è costruita - anima il mondo occidentale e lo induce ad avvicinarsi alle altre realtà cadendo in grossolani errori di valutazione. Come se non bastassero quelli già commessi nell'approccio con l'universo islamico, sia fondamentalista sia moderato, sembra ora che si vogliano riversare ansie tipicamente euroaltantiche su una realtà del tutto diversa: la Russia di Putin.

Negli ultimi giorni di settembre centoquindici leader europei e americani hanno firmato una lettera aperta che esordisce con questa dichiarazione: "I leader occidentali devono riconoscere che la nostra attuale strategia verso la Russia sta fallendo". Il resto però è solo una lettura della realtà russa in chiave occidentale. Tra le preoccupazioni spicca il rafforzamento del potere centrale, quindi di Putin, anche a scapito delle autonomie locali con la nomina dall'alto dei governatori delle regioni. Insomma una svolta autoritaria che sembra far riapparire il fantasma della Unione Sovietica.

E' dello stesso tono un articolo pubblicato il 5 ottobre da Christian Science Monitor (Csm) che indica il partito Russia Unita, sponsorizzato dal Cremlino anche se Putin non ne fa parte, come candidato ad assumere un ruolo molto simile a quello del Pcus (Partito comunista della Unione Sovietica). Secondo Sergei Komokov, vice presidente a Mosca della fondazione indipendente per lo sviluppo del parlamentarismo, i burocrati sarebbero pronti a saltare sul carro del potere e le élite di tutte le parti politiche disponibili a entrare nel partito.

A quel punto il problema delle autonomie locali perderebbe ogni interesse. Forse l'ansia per un modello occidentale di democrazia non è poi così sentita nel mondo russo che, proprio per le sue dimensioni e caratteristiche, ha bisogno di una struttura di potere forte e centralizzata per funzionare o almeno non andare al collasso. Queste però sono opinioni dalle quali sarebbe poco prudente lasciarsi influenzare, come dopo la tragedia di Beslan, quando si dava Putin sull'orlo del fallimento, mentre ora se ne critica l'eccessivo potere. Meglio dunque attenersi ai fatti, che solo in parte sembrano dare ragione alle preoccupazioni dei centoquindici, a meno che non si tratti della solita allergia al potere … degli altri.

Nello stesso giorno in cui Csm pubblicava il suo articolo, terminava una esercitazione congiunta Russia-Usa iniziata venerdì 1° ottobre nel Nord Atlantico con la partecipazione di unità della flotta russa del Mare del Nord e dell'incrociatore Uss Hue City. Non è poco se si pensa che al vertice Nato di Istanbul Putin ha fatto mancare la sua presenza, raffreddando per un momento i rapporti sul piano militare con la Nato e con gli Usa.

E' evidente che Putin intende giocare a tutto campo con Usa e Nato, anche all'attacco. Lo dimostra, sia pure in maniera indiretta, la richiesta di tre miliardi di dollari avanzata alle tre repubbliche baltiche in risarcimento soprattutto dei beni lasciati nei loro territori dall'Unione Sovietica. Si tratta di una ritorsione per l'analoga richiesta della controparte che vorrebbe un compenso per le vittime della repressione sovietica e per i danni materiali ed ecologici causati dallo stazionamento delle truppe dell'Armata Rossa nel periodo dell'occupazione. Ma più probabilmente è un segnale alla Nato, concreto più delle proteste formali, per il rischieramento dei suoi assetti di difesa aerea nelle tre repubbliche.

I nuovi orientamenti della Russia in campo militare hanno trovato sanzione formale con l'annuncio dato il 29 settembre dal segretario del Consiglio russo per la sicurezza, Igor Ivanov, di una prossima revisione del concetto di sicurezza nazionale alla luce della guerra contro il terrorismo. Troverebbero così collocazione in una nuova dottrina le affermazioni fatte a più riprese nelle scorse settimane sul diritto che la Russia si riserva di intervenire in qualsiasi parte del mondo. E' ovvio che quanti si erano scandalizzati per la cosiddetta dottrina della guerra preventiva di Bush non possano fare a meno ora di dissentire da Putin sullo stesso argomento.

Ma se veramente la comunità internazionale avesse deciso di mettere all'indice Putin non si comprende come siano stati possibili nelle ultime settimane i passi verso l'adesione della Russia alla organizzazione mondiale per il commercio (Wto). Proprio lo scorso 3 ottobre il ministro delle Finanze Alexei Kudrin annunciava la possibilità che entro la fine dell'anno vengano finalizzati i colloqui con gli Usa per l'ingresso della Russia nella Wto, dopo che si sono già conclusi favorevolemente quelli con l'Europa.

A quest'ultimo esito favorevole potrebbe avere contribuito anche la decisione del governo di Mosca di aderire al protocollo di Kyoto per la limitazione delle emissioni di gas che provocano l'effetto serra. Va notata però una anomalia: il governo, tacciato di autoritarismo, è più vicino alle posizioni dell'Europa rispetto alla Duma. Il parlamento infatti dovrebbe ratificare la decisione ma i suoi membri sono seriamente preoccupati che le condizioni poste dal protocollo possano rallentare lo sviluppo economico e industriale.

Che lo sviluppo sia una priorità per Putin lo dimostrano le recenti vicende delle compagnie petrolifere russe, il cui comune denominatore è il rientro nell'ambito di un controllo statale più o meno stretto. La mossa più recente è l'acquisizione da parte della compagnia statale Rosneft del gigante Gazprom. Il riassetto del settore energetico - che al momento offre i maggiori potenziali all'economia russa - va di pari passo con la riconfigurazione della rete di distribuzione, dai terminali orientali verso Cina e Giappone a quelli occidentali verso il Baltico. (Cfr. Apicella 16.04.2004)

Riposizionamento della politica di difesa su un piano di parità con l'Occidente, ingresso nel Wto, adesione al protocollo di Kyoto e riassetto del settore energetico sono fatti che possono piacere o meno ai centoquindici firmatari della lettera aperta, attenti solo ai pericoli che corre la democrazia. Ci sarebbe da chiedersi se all'Occidente e al mondo intero convenga accettare una Russia stabile sotto il pugno di ferro di Putin o sbracciarsi in un nuovo tentativo di esportare democrazia, pacifico questa volta ma forse anch'esso destinato al fallimento. L'importante sarebbe evitare di cadere nel fondamentalismo della democrazia.

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