Anno 2004

Cerca in PdD


Forze armate, dal nonnismo ai volontari

Franco Apicella, 21 ottobre 2004

Nei giorni scorsi il ministero della Difesa ha inviato al parlamento la " Relazione sullo stato della disciplina militare e sullo stato dell'organizzazione delle Forze armate" relativa al 2003. Se ne è occupato Avvenire, forse unica eccezione tra le testate, con due articoli dedicati al nonnismo e ai decessi dei militari. Gli argomenti sono quelli di maggiore impatto mediatico ma non certo gli unici che andrebbero approfonditi, anche se l'abitudine alla notizia in tempo reale rende di scarso interesse dati statistici riferiti allo scorso anno.

Il nonnismo si è esaurito in proprio con la fine della leva; i dati ormai riguardano sociologi e psicologi, ma non servono certo per indicare eventuali azioni da intraprendere da parte delle Forze armate. I decessi dei militari sono invece un argomento ancora attuale ma che, impostato sul piano statistico, offre il destro alle più svariate interpretazioni. Avvenire sottolinea la possibilità che un certo numero di casi possa essere connesso con l'uranio impoverito.

Proprio per la delicatezza dell'argomento non sembra una operazione del tutto corretta evincere dall'aumento dei decessi per malattia una supposta recrudescenza delle patologie connesse con l'esposizione a sostanze nocive. Il rispetto dovuto a quanti sono rimasti coinvolti in questo problema suggerirebbe di astenersi da giudizi che non abbiano basi scientifiche più che solide. Se poi si vuole fare demagogia, allora il discorso è diverso ma non ha nulla a che vedere con lo stato della disciplina militare e dell'organizzazione delle Forze armate.

Con un esercizio più di logica che di fantasia si potrebbero invece considerare altri aspetti di attualità con cui le Forze armate oggi si stanno confrontando e che riguardano il loro patrimonio primario: il personale. Se la fine della leva ha risolto il problema del nonnismo, la progressiva professionalizzazione ne ha portati altri, specifici per i quadri e per la truppa.

Per l'Esercito i recenti anni di modello misto - leva e volontari - e di unità diversificate nell'impiego - missioni all'estero e operazioni in madrepatria - hanno rischiato di creare se non fratture almeno qualche difficoltà nei quadri. Ora la massima aspirazione professionale, la missione all'estero, è praticamente alla portata di tutti, ma forse a questo punto quanti per primi hanno cominciato nei Balcani e poi continuato negli altri teatri cominciano a sentirsi overstretched.

Un altro problema per i quadri, soprattutto meno giovani, è l'approccio del tutto diverso da adottare nei confronti dei volontari rispetto a quello tenuto per lunga consuetudine verso la leva. Ormai si è fatta strada la convinzione di dover trattare col volontario che vuole vedere riconosciuta la sua competenza e di riflesso riconosce nel superiore la professionalità prima ancora dell'autorità. Con buona pace delle nostalgie più o meno velate per i bei tempi della leva, solleticate anche da certi movimenti di opinione e politici. Oltretutto anche i soldati di leva, per istinto naturale o per cultura, sapevano giudicare benissimo la professionalità dei loro superiori.

Particolare attenzione meritano invece i quadri che dagli istituti di formazione arrivano alle unità di impiego, dove si trovano alla loro prima esperienza di comando con soldati che hanno al loro attivo trascorsi operativi di tutto rilievo. Sicuramente gli istituti si sono dotati dei necessari strumenti per preparare i giovani quadri a questo impatto, ma non è da sottovalutare neppure quanto può e deve fare l'ambiente dell'unità che riceve il nuovo arrivato.

Le problematiche dei volontari possono essere ricondotte semplificandole alle loro categorie di appartenenza, sostanzialmente la ferma prefissata e il servizio permanente. Nel primo caso l'aspettativa più sentita è quella del passaggio al servizio permanente. Ciò garantisce in linea di massima un rendimento elevato che i volontari tendono a esprimere negli impieghi in missione all'estero, visti come opportunità per acquisire titoli utili all'impiego definitivo nell'ambito delle Forze armate.

In termini di comportamenti individuali e di effettivi ritorni per l'Esercito rimane tutto da esplorare il primo anno di ferma, propedeutico all'immissione in altre Forze armate e Corpi armati. E' auspicabile che le rilevazioni e i bilanci vengano fatti in tempi quanto più possibile contenuti per consentire l'adozione tempestiva di eventuali correttivi.

Infine i volontari in servizio permanente, che ormai costituiscono la parte più cospicua delle unità da cui è iniziata la professionalizzazione. I più anziani, appartenenti ai primi blocchi incorporati, stanno raggiungendo una età non sempre compatibile con incarichi operativi che richiedono pesante impegno fisico. Come soluzione più logica si può pensare a un cambio di incarico, ovviamente preceduto da adeguata riqualificazione.

E' necessario però individuare e regolamentare l'iter dei volontari in servizio permanente anche in funzione dei volumi organici che si vogliono o possono mantenere per la categoria, alla stregua di quanto avviene per ufficiali e sottufficiali. Una prospettiva sicura e regolamentata risponderebbe anche alle aspettative individuali che, nel caso di questa categoria, diventano col tempo del tutto analoghe al resto del personale in servizio permanente.

Non ci si poteva aspettare che Avvenire o altre testate versassero il loro inchiostro su questi argomenti, che pare interessino solo le Forze armate e quanti fanno il militare di professione. Loro - i militari - se hanno dei problemi in fin dei conti il mestiere se lo sono scelto da soli e nessuno li ha obbligati.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM