Anno 2004

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Yasser Arafat, il tiranno

Franco Apicella, 16 novembre 2004

Il destino, sorprendente regista della scena planetaria, ha mandato in onda il 12 novembre i funerali di Yasser Arafat e le commemorazioni per il primo anniversario della strage di Nassiriya in contemporanea, rendendo impossibile l'ipocrisia del politically correct. Bisognava scegliere se essere presenti all'aeroporto del Cairo o a Santa Maria degli Angeli e a Camp Mittica. Forse tra gli uomini politici italiani c'è stato chi ha dovuto scegliere, chi ha voluto scegliere e chi si è macerato tra il dovere e il volere.

Poco da dire su chi era a Santa Maria degli Angeli e a Camp Mittica. Sarebbe invece interessante sapere se quelli che hanno scelto l'aeroporto del Cairo avrebbero voluto seguire la bara di Arafat fino alla Muqada. Lì si è consumato il vero evento che ha spazzato via ogni ufficialità e ha mostrato la realtà più cruda della folla palestinese in delirio. Veniva spontaneo chiedersi se fosse stato più pericoloso e colpevole il tiranno o la folla che continuava ad acclamarlo.

Tiranno forse non è il termine esatto, ma altri non ce ne sono per definire chi in quaranta anni di egemonia ha soggiogato i cuori e le menti del suo popolo per votarlo alla servitù della morte, propria e altrui. In quaranta anni c'è stato tutto il tempo per innescare il ciclo perverso del tiranno che aizzava le folle, che a loro volta lo osannavano convincendolo della sua onnipotenza. E da questa sensazione di onnipotenza ripartiva il moto perpetuo.

Si può sperare che ora, venuto meno uno dei due pezzi dell'ingranaggio, il meccanismo smetta di funzionare; ma è solo un auspicio. Sicuramente nel momento in cui lo scenario dovesse cambiare la folla delirante della Muqada sarebbe assolta da tutti i suoi peccati. Noi italiani abbiamo fatto di meglio, dopo l'otto settembre, dissolvendo miracolosamente nel nulla la folla oceanica di piazza Venezia.

Ma il paragone è improprio perché quella folla italiana non trovava la propria esaltazione nell'idea della morte ma, conservando l'istinto della sopravvivenza, ha reagito in maniera del tutto prevedibile. La folla palestinese per quanto appare dalle sue manifestazioni sembra ancora votata alla morte; in mancanza del pezzo complementare dell'ingranaggio con cui fino ad oggi è stata solidale, risponderà in maniera difficile da prevedere.

L'unica regola che il tiranno ha insegnato alla sua folla è stata quella di non osservare alcuna regola, almeno di quelle convenzionalmente definite tali dalla società civile. La vera grandezza - se è lecito definirla tale - di Arafat è stata l'abilità di porsi sempre al di fuori da ogni regola, soprattutto quando riusciva a convincere i suoi interlocutori di essere affidabile. Il mondo occidentale non era preparato e non ha trovato nessuno che sapesse e potesse affrontarlo con le sue stesse armi; questa è stata la chiave del suo successo, con il suo popolo e con il resto del mondo compiacente.

Rimangono due interrogativi dopo la sua morte. Il più immediato, limitato al futuro del popolo palestinese, è legato alla profondità con cui i quaranta anni di egemonia di Arafat hanno inciso nelle menti e nei cuori delle folle. La nuova leadership, ammesso che veramente voglia adottare una linea affidabile e moderata, dovrà fare i conti con quelle menti e con quei cuori. Abu Mazen lo ha già fatto domenica 14 novembre con l'attentato subito proprio a Ramallah.

Il secondo interrogativo coinvolge tutto il mondo islamico e più che un interrogativo è un rischio. Qualcuno potrebbe essere tentato di raccogliere l'eredità di Arafat ripercorrendone la parabola dal terrorismo alla politica. L'ultimo messaggio di quel bin Laden travestito da politico che si è fatto sentire alla vigilia delle elezioni Usa è molto inquietante.

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