Anno 2004

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I futuri equilibri geostrategici di Vladimir Putin

Franco Apicella, 4 dicembre 2004

Il recente annuncio del ministro della Difesa russo Sergei Ivanov relativo al test di un nuovo missile anti-missile balistico avvenuto con successo in Kazakhstan è uno degli ultimi segnali in ordine di tempo che il Cremlino sta lanciando in maniera solo apparentemente contraddittoria. Secondo Jonathan Marcus della Bbc questo test indicherebbe che "Russia e America vedono il mondo in modi abbastanza simili". In realtà, dice però il corrispondente della Bbc, non si comprende perché Putin debba impegnare risorse tanto considerevoli in questo progetto quando si trova a dovere affrontare problemi di sicurezza molto più pressanti.

C'è forse una spiegazione plausibile, che vale anche a comprendere altri segnali, come l'annucio della cancellazione del debito iracheno, le trattative con la Cina per le forniture di greggio o, più di recente, la concessione del visto al Dalai Lama per una visita iniziata lunedì 29 novembre nella regione russa buddista della Kalmykia. Anche l'atteggiamento nella crisi Ucraina e il ritiro di 2.400 paracadutisti dalla Cecenia rientrano in questa visione. Occorre semplicemente distinguere tra le esigenze contingenti connesse con la sicurezza e la lotta al terrorismo e un disegno geopolitico di lungo termine che rappresentano le due facce di una unica medaglia.

Il disegno di lungo termine non può che essere il ritorno della Russia al rango effettivo di superpotenza mondiale. Paradossalmente una conferma viene dalla dichiarazione fatta proprio dal ministro Ivanov il 6 ottobre scorso, quando con toni rassicuranti affermava che lo schieramento in Alaska delle nuove componenti del sistema anti-missile Usa non rappresentava una minaccia per la Russia. A meno di due mesi di distanza, con il recente test, ora Mosca ha tutto il diritto di aspettarsi una dichiarazione analoga da parte di Washington, ritrovandosi così su un piano di parità anche se per ora solo nominale.

Non mancherà chi si strapperà le vesti gridando a una nuova corsa al riarmo, ma l'unica prospettiva concreta di controbilanciare l'egemonia USA, identificata simbolicamente nella cosiddetta dottrina della guerra preventiva, è proprio la ricerca di una parità strategica. In realtà la guerra preventiva è solo una costruzione dottrinale con cui fronteggiare l'emergenza contingente del terrorismo planetario e della diffusione della armi di distruzione di massa. I veri equilibri geostrategici saranno quelli che emergeranno una volta superata l'emergenza.

A questo sta lavorando Putin, mentre l'occidente - Europa e Usa - sembrano miopi o al massimo preoccupati del regredire del processo democratico a causa di un nuovo totalitarismo post sovietico. Lo strumento militare che serve alla Russia per tornare su un piano di parità strategica con gli Usa è quello di una effettiva e affidabile capacità balistica nucleare, con l'indispensabile corollario della difesa antimissile. Può spaventare l'idea di un ritorno all'Armageddon nucleare, ma forse è l'unica strada per chi pensa di dover contenere l'impero americano.

A corollario di questo progetto di fondo ci sono le diverse politiche regionali che si manifestano attraverso iniziative all'apparenza estemporanee. I rapporti con la Cina sono un esempio illuminante in questo senso. C'è una sapiente politica del contagocce che Mosca sta conducendo per saziare la sete di energia di Pechino, mantenendo comunque il colosso asiatico in soggezione di quota. Così si spiega da un lato la preferenza accordata al Giappone nella progettazione dell'oleodotto che arriverà nel lontano est russo e non in Cina, dall'altro la recente concessione delle consistenti forniture per via ferroviaria.

Anche la concessione del visto al Dalai Lama è un chiaro segnale verso la Cina e oltretutto, essendo una mossa politically correct secondo gli standard occidentali correnti, può solo essere approvata. Sono di questo tenore anche altri due provvedimenti recenti, la cancellazione del debito iracheno e il ritiro delle truppe dalla Cecenia. Per il primo a dire il vero si tratta di una carità abbastanza pelosa, viste le scarse probabilità che Mosca nella attuale situazione avrebbe avuto di recuperare i suoi crediti verso Bagdad. Più sottile la mossa del ritiro - forse una semplice rotazione - ma che conferma indirettamente l'assoluta autonomia che Putin rivendica nel gestire la crisi in quella che per lui è casa propria.

L'Ucraina non è più una provincia dell'impero russo, ma forse nel progetto di Putin potrebbe tornare a esserlo. La determinazione di Mosca nella gestione tuttora aperta della crisi è un sintomo abbastanza chiaro. Le pressioni degli Usa e quelle ancora più insistenti dell'Europa fanno buon gioco a Putin, consentendogli di rivendicare pari diritto a dire la sua in una situazione che lo riguarda molto da vicino.

E' abbastanza evidente che il nuovo impero russo dovrà avere dimensioni anche geografiche più ampia, contenendo a ovest l'espansionismo della Nato e dell'Ue che di per sé sono più pericolosi per l'occidente stesso che per la Russia e comunque rappresentano nell'ottica di Mosca una turbativa. Ma è soprattutto verso il sud est che dovranno essere riportate nei confini della Russia quelle parti delle ragioni caspiche e caucasiche essenziali al controllo delle risorse energetiche, la vera arma con cui Putin sta ricostruendo il suo impero.

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