Anno 2004

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Onu, peace-keeping a rischio di fallimento

Franco Apicella, 8 dicembre 2004

"Nel mondo del 21° secolo la comunità internazionale deve essere preoccupata per l'incubo di scenari in cui si combinano terroristi, armi di distruzione di massa e Stati irresponsabili, e molte altre cose ancora, che possono ragionevolmente giustificare l'uso della forza, non solo come reazione ma preventivamente e prima che una minaccia latente diventi imminente." Non è un passaggio della dottrina della guerra preventiva dell'attuale amministrazione Usa ma una frase del paragrafo 194 del "Rapporto del gruppo di lavoro ad alto livello su minacce, sfide e cambiamento" pubblicato ufficialmente dall'Onu lo scorso 2 dicembre con la prefazione e l'approvazione del segretario generale Kofi Annan.

Ovviamente la legittimità di una eventuale azione preventiva è riconosciuta solo al Consiglio di sicurezza, quale "voce della sicurezza collettiva della comunità internazionale". Il documento tuttavia riconosce che lo stesso "Consiglio di sicurezza finora non è stato né coerente né efficace nel trattare questi casi, molto spesso agendo troppo tardi, o con troppa esitazione o per nulla affatto".

Nel trattare delle missioni di peace-keeping e peace-enforcing il documento sottolinea l'insufficienza numerica del personale attualmente impegnato (60.000 uomini in 16 missioni). "In assenza di adeguati incrementi - dice ancora il rapporto - il peace-keeping delle Nazioni Unite rischia di ripetere i suoi peggiori fallimenti degli anni '90". Le carenze sono insite nelle stesse forze armate nazionali che molti paesi mantengono ancora configurate per le esigenze della guerra fredda. Meno del 10% degli uomini in uniforme sarebbe disponibile per essere rapidamente schierato dove necessario.

E' una valutazione che richiama molto da vicino quella fatta dall'ex segretario generale della Nato lord Robertson e dal segretario alla Difesa Usa Rumsfeld nel 2003 a proposito degli strumenti militari dei paesi dell'Alleanza. Sulla stessa linea è anche il richiamo del gruppo di lavoro alle nazioni per dotarsi di assetti - personale e materiali - in grado di essere schierati con tempestività ed efficacia nelle missioni Onu. Gli Stati che possiedono capacità strategiche di trasporto navale e aereo dovrebbero inoltre renderle disponibili - eventualmente anche a pagamento - alle Nazioni Unite. Anche l'argomento del trasporto strategico era una delle maggiori preoccupazioni di lord Robertson.

Queste assonanze con la Nato sul piano delle capacità militari necessarie ad affrontare le sfide del 21° secolo, per quanto possano apparire strane, sono probabilmente una concessione inevitabile alla realtà dei fatti, ma niente di più. Se l'Onu fosse seriamente intenzionato alla reale efficacia delle sue missioni dovrebbe iniziare a dotarsi, prima ancora dei Caschi blu, dei necessari strumenti di comando e controllo. Invece lo stesso gruppo di lavoro propone di cancellare dalla Carta delle Nazioni Unite l'articolo 47, quello in cui veniva costituito "un Comitato di stato maggiore per consigliare e coadiuvare il Consiglio di sicurezza".

E' pur vero che questo comitato era costituito dai capi di stato maggiore dei membri permanenti, con tutte le conseguenti anomalie o paralisi di funzionamento facili da intuire. Nella sostanza l'Onu non ha mai avuto una propria struttura di comando e controllo militare attraverso la quale gestire le operazioni dei contingenti impegnati nelle varie missioni. Finché si è trattato di missioni di interposizione, condotte da semplici osservatori e avviate a tregua concordata e raggiunta, le cose hanno funzionato. Quando invece si è reso necessario l'uso della forza, i comandi Onu creati ad hoc per le singole missioni hanno dimostrato tutti i loro limiti. A ricordare Somalia e Bosnia si rischia di venire tacciati da Maramaldo.

Oggi il gruppo di lavoro dice giustamente che il Comitato di stato maggiore non serve così come era stato concepito nel 1945 e si limita a indicare un possibile ruolo di consulenza a favore del Consiglio di sicurezza da parte del consigliere militare del segretario generale. A dire il vero, in quasi 100 pagine di documento, un suggerimento di questo genere sembra ben poca cosa, visto soprattutto che si parla di 60.000 uomini in 16 missioni e si riconoscono esigenze ancora maggiori. Gli autorevoli componenti del gruppo di lavoro non possono ignorare che l'efficacia di una operazione militare non si basa solo sul numero degli uomini o sulla disponibilità di assetti, ma anche - forse soprattutto - sulla capacità e tempestività di azione della catena di comando.

D'altra parte il documento, come ben dimostrano le conclusioni del tutto interlocutorie in merito alla riforma del Consiglio di sicurezza, non aveva la pretesa di indicare soluzioni, per quanto fossero a portata di mano e di logica. Ci si è limitati a dichiarazioni di principio approfondite e articolate in maniera tale da non scontentare nessuno, anche rischiando di dire tutto e il contrario di tutto. E' il caso della frase sulla legittimità dell'intervento preventivo riportata all'inizio di queste brevi note, che poi nel testo è stata circostanziata e vincolata in maniera così puntigliosa da renderla sostanzialmente impraticabile.

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