Anno 2004

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Usa-Russia, missili strategici e corsa agli armamenti

Franco Apicella, 21 dicembre 2004

Verso la fine di novembre il ministro della Difesa russo Sergei Ivanov annunciava il lancio avvenuto con successo di un nuovo vettore balistico con capacità anti-missile da un poligono del Kazakhstan. Dopo due settimane è fallito invece l'ottavo test del sistema di difesa missilistica Usa condotto dalla Mda (Missile Defense Agency). Un missile bersaglio è stato lanciato da Kodiak in Alaska ma l'intercettore che doveva partire da Kwajalein, un atollo nell'Oceano Pacifico, si è bloccato poco prima di essere lanciato.

I risultati tecnici, in entrambi i casi, dovranno essere approfonditi al di là dei comunicati ufficiali più o meno lacunosi. Per gli Usa si tratta del terzo insuccesso su un totale di otto test; molto di meno si sa del programma russo. Ciò che conta tuttavia è il fatto che, nonostante la dichiarata priorità della guerra al terrorismo, sembrano riproporsi le condizioni per uno confronto bipolare. Ai commenti in questo senso della Bbc dopo il lancio russo sono seguiti il 15 dicembre quelli ancora più graffianti della Pravda sull'insuccesso del test Usa.

Se a nulla servono i missili balistici contro i terroristi ceceni, lo schieramento di un sistema anti-missile a difesa della minaccia nucleare nord coreana (questo sarebbe lo scopo secondo la Pravda) appare un investimento del tutto sproporzionato rispetto ad altre più concrete possibilità di intervento. Per quanto immanente, la minaccia missilistica da parte di Stati canaglia - effettivi o potenziali - rimane per sua natura puntiforme e occasionale. Con un minimo sforzo di quell'intelligence già avviata a una riforma che si auspica efficace, gli Usa avrebbero la possibilità di pianificare e condurre un intervento preventivo, mirato e molto meno costoso di qualsiasi scudo stellare.

La dottrina lo consente (National Security Strategy del settembre 2002) e non mancano sistemi d'arma idonei e precedenti favorevoli come il raid aereo sulla Libia del 1986. Sul piano tecnico militare l'opzione di uno strike preventivo sarebbe la più efficace; sul piano politico sarebbe la più indolore dopo i primi inevitabili momenti di sconcerto pacifista. Non potendo fare diversamente, anche agli israeliani è stato perdonato il bombardamento sul reattore nucleare iracheno di Osirak nel 1981.

E' evidente quindi che i programmi anti-missile russo e americano, per quanto diversi tra loro, non sono dettati dalla instabilità planetaria, dal terrorismo e dalla diffusione incontrollata delle armi di distruzione di massa. Si possono formulare ipotesi che, anche se partono dalle diverse situazioni in Russia e negli Usa, convergono su un unico scenario: il ritorno al bipolarismo. Per assurdo è la stessa paura di questo ritorno a ricrearne le condizioni.

Gli Usa sanno che prima o poi il terrorismo esaurirà la sua follia distruttiva, nonostante i ripetuti avvertimenti della propria amministrazione sulla durata lunga della guerra in atto. Allora il mondo sarà molto diverso da quello di oggi. Nel frattempo dovrà essere definitivamente superata la fase di recessione economica che è stato possibile attribuire all'11 settembre. Lo sviluppo di programmi avanzati - come la difesa anti-missile - che coinvolgono ampi settori della ricerca e dell'industria è determinante per la ripresa. Tutto questo in presenza di India e Cina che potranno anche diventare enormi mercati, ma di fatto rimangono economie aggressive.

Ma il vero tarlo nella mente dell'amministrazione Usa è la Russia di Putin. Ciò che preoccupa non sono i sintomi di autoritarismo, definiti pericolosi solo a uso e consumo della scena politica, quanto piuttosto la ripresa esplicita di quel processo di emulazione nello sviluppo degli armamenti che aveva caratterizzato tutto il periodo della guerra fredda. In questo la Russia sta facendo tesoro delle lezioni apprese dal capitalismo, trasformando la sua industria della difesa per renderla competitiva e farla diventare un tassello utile a ricomporre il puzzle dell'economia.

Come se non bastasse, a fomentare la paranoia americana c'è anche la politica estera ambiziosa di Putin che accetta magnanimo una parvenza di autodeterminazione dell'Ucraina solo perché le sue priorità sono nel Caucaso e nel centro Asia. Anche i rapporti di Mosca con la Cina non sono del tutto tranquillizzanti per Washington. Dopo una recente visita del ministro Sergei Ivanov a Pechino, il 14 dicembre scorso sono state annunciate per il prossimo anno manovre congiunte tra le forze armate cinesi e russe.

La portata dell'evento sul piano militare è ancora tutta da verificare, ma il significato politico di riavvicinamento tra Russia e Cina è chiaro. Ancora più preoccupante per gli Usa sarebbe quella convergenza tra Russia, Cina e India per ora solo ipotizzata da Putin nel suo recente viaggio a Nuova Delhi. Il termine "competitore strategico" con cui oggi l'amministrazione Usa etichetta la Cina potrebbe essere un diversivo; il vero competitore ha tutta l'aria di essere la Russia.

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