Anno 2004

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Iraq, gli attacchi suicidi non fermano l'arruolamento

Giovanni Bernardi, 13 febbraio 2004

Due attacchi suicidi rivolti alla popolazione irachena hanno ucciso circa cento persone in due giorni. Nei due casi si trattava di civili in cerca di un lavoro nell'esercito o nella polizia. Gli attacchi indicano con chiarezza che la strategia della tensione applicata dai terroristi ha cambiato obiettivi primari.

Non più attacchi diretti contro le forze americane che hanno dimostrato di sapere reagire con la forza adeguata, ma contro obiettivi facili da colpire e contro quelli che secondo la resistenza sarebbero considerati collaborazionisti.

Il primo dei due attacchi è stato portato contro una stazione di polizia per il reclutamento situata a Al-Iskandariyah, una quarantina di chilometri a sud di Baghdad; il secondo nella stessa capitale contro una folla di persone in attesa delle operazioni di reclutamento dell'esercito. Due sono le organizzazioni sospettate da funzionari americani: Ansar al-Islam e al-Qaeda strettamente legate da rapporti di collaborazione tra di loro.

L'obiettivo della resistenza dovrebbe essere quello di scavare un solco tra le forze considerate occupanti e i civili il cui desiderio alla fine è solo quello di cercare di sopravvivere per mezzo di un lavoro dignitoso. Conseguenza del solco - secondo il disegno strategico - dovrebbe essere il fallimento delle operazioni di reclutamento nelle forze di polizia e dell'esercito e quindi della ricostruzione democratica della nazione.

Ancora una volta la direzione delle operazioni terroristiche - come già avvenuto in precedenza e in particolare in Afghanistan - dimostra anche in Iraq di sapere adeguare il tipo di azione alle nuove realtà e quindi necessità che si prospettano. Una direzione astuta e preparata quindi, che è in grado di applicare alle procedure terroristiche i principi della strategia militare classica.

Gli americani - da parte loro - hanno saputo però bilanciare in anticipo il cambio di strategia terrorista aumentando i salari alle forze di polizia e all'esercito. Questo anche in virtù di una serie di abbandoni che si era verificata negli ultimi mesi del 2003, in quanto i militari reclutati nel nuovo esercito lamentavano alto rischio e paga bassa. Oggi il salario di un soldato si aggira intorno ai duecento dollari al mese, mentre quello di un ufficiale inferione del grado di tenente sfiora i trecento.

Dalle testimonianze raccolte subiro dopo gli attentati sembra che questi non riescano a sortire l'effetto voluto. Infatti molti degli intervistati hanno affermato che continueranno a cercare di diventare militare. Oltre alla paga buona, sembra che il motivo sia anche quello di un certo prestigio sociale del quale i militari godono ancora.

A questo si aggiunge il fatto che l'azione delle pattuglie di polizia ha ridotto la piccola criminalità nelle strade del cinquanta per cento circa nelle ultime settimane, generando una certa gratitudine da parte della popolazione.

Se la nuova strategia della tensione scatenata dai terroristi può avere dei risultati immediati (dalle prime testimonianze sembra che non ne abbia) senz'altro alla lunga è destinata a scavare il fosso non tanto tra le forze americane e i civili, quanto fra la resistenza stessa e la popolazione di connazionali vittime degli attentati.

Un problema però sembra che persista. Secondo Phillip Mitchell, un esperto militare dell'Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra, l'approccio dei soldati americani ai civili iracheni è ancora estremamente duro, in modo particolare quando vengono circoscritte le aree dove avvengono gli attentati.

Gli aspetti puramente militari, risolti peraltro con molta professionalità dalle forze USA, sono affiancati quindi pesantemente quelli sociali. E' quello che ci si aspetta sempre da un soldato: con il fucile imbracciato sapere fare anche il gentlemen. Ma non è facile.

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