Anno 2004

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NATO, lo schieramento in Iraq forse nel 2005

Giovanni Bernardi, 21 febbraio 2004

Il segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Sheffer, proseguendo il tour delle visite di dovere presso i governi delle diciannove nazioni dell'Alleanza, dopo Roma si è recato ad Ankara (18-19 febbraio) e Atene (19-20 febbraio). Ad Ankara ha incontrato il Presidente della Repubblica Ahmet Necdet Sezer, il presidente del Consiglio Recep Tayyip Erdogan, il ministro degli Esteri Abdullah Gül e il ministro della Difesa Vecdi Gönül.

L'attenzione riservata al segretario generale dalla stampa locale ha fatto si che ad Ankara fossero organizzati due incontri in conferenza congiunta, prima con il ministro degli Esteri poi con il primo ministro. La Turchia è, nonostante il governo di ispirazione islamica, particolarmente sensibile agli argomenti che riguardano la NATO: da sempre è considerata infatti tra gli alleati più affidabili, con forze armate che contano circa 500.000 uomini alle armi. Alcuni elementi ne fanno un punto focale sul quale si è concentrata l'attenzione alleata nel recente passato e si concentrerà nel prossimo futuro.

La questione dello schieramento dei missili Patriot (considerati come assetto NATO), per contrastare una eventuale ritorsione di Saddam Hussein in occasione di Iraqi Freedom, ha letteralmente spaccato in due il Consiglio Atlantico. L'opposizione di Francia e Germania ha imposto all'allora segretario generale, Lord George Robertson, di fare ricorso a tutte le sue capacità di mediatore. L'Alleanza non si era mai trovata prima di allora in una situazione di stallo così critica.

I due recenti attentati di al-Qaeda hanno ricordato alla Turchia di essere una nazione islamica, anche se da più di un cinquantennio laicizzata nelle sue istituzioni dalla lungimiranza di Mustafa Kemal Ataturk, che tolse l'obbligo di portare il velo alle donne, adottò un alfabeto a caratteri latini al posto di quelli arabi e nella nuova costituzione affidò alle forze armate la vigilanza sulla laicità dello Stato. Una nazione islamica in prima linea, ponte - com'è sempre stata la penisola anatolica - tra occidente e oriente e le rispettive culture.

La proposta turca di acquisire con le sue truppe il controllo del triangolo sunnita aveva fatto ritenere agli americani che l'azione diplomatica avesse ricucito lo strappo causato dalla mancata autorizzazione da parte del Parlamento a fare transitare le truppe USA dal territorio turco per le operazioni contro Saddam. Ma l'opposizione curda e più in generale quella del Consiglio iracheno non ha consentito lo schieramento della prevista divisione, forte di circa diecimila uomini.

Il prossimo summit del Consiglio Atlantico che si terrà a Istambul nel mese di giugno terrà il mondo occidentale con occhi e orecchie rivolti verso la Turchia, ancora una volta punto focale per i destini della NATO, che non potrà non tenere conto della esigenza di dare una veste meno americana all'itinerario verso la stabilità e il progresso che l'Iraq ha bisogno di percorrere.

Ma il segretario generale, nonostante le pressioni americane, sembra non avere intenzione di imbarcare l'Alleanza in una nuova avventura mediorientale prima di avere almeno avviato alla stabilità la traballante questione centroasiatica dell'Afghanistan. Qui le operazioni di registrazione della popolazione procedono a rilento; appena un milione di persone si è iscritto nelle liste elettorali su circa dieci milioni di aventi diritto. La scarsità delle forze militari impiegate e l'assoluta mancanza di controllo del territorio fanno ritenere che le elezioni previste per il mese di giugno dovranno essere rinviate.

Ma il punto di partenza per la creazione di uno Stato democratico è sostanzialmente diverso tra Afghanistan e Iraq. Per quanto riguarda il primo si può affermare che lo Stato non esistesse, anche a causa della totale mancanza di controllo del territorio, affidato a warlords che disponevano e dispongono tuttora di eserciti personali e di introiti dovuti alla coltivazione del papavero. In Iraq lo Stato era controllato da una sola persona ma esisteva e per quanto riguarda il controllo del territorio si può dire che la situazione fosse esattamente contraria a quella afghana.

Fa bene quindi il segretario generale a designare come priorità della NATO l'impegno in Afghanistan. Una perdita del controllo della situazione porterebbe al caos e se le nazioni atlantiche non si decidono a schierare almeno il doppio dei militari attualmente impegnati, la situazione rischia di farsi seria, molto seria. Sheffer ha affermato che per ora non ha programmi di schieramento in Iraq. Ha precisato però che la NATO non si tirerebbe indietro nel fornire alla Spagna lo stesso sostegno logistico che ora fornisce alla Polonia, quando la prima rileverà la seconda nel comando della divisione.

L'ipotesi di assunzione del controllo operativo totale o parziale in Iraq da parte della NATO è ancora da studiare, soprattutto con gli alleati francesi e tedeschi che potrebbero ancora una volta opporre un veto. In ogni caso, l'argomento dovrà necessariamente essere all'ordine del giorno nel summit di Istambul, almeno per avere una idea della via da seguire e dei piani su cui lavorare. Di comandi multinazionali validati dalla NATO oramai ce ne sono anche più del necessario. Quello di Solbiate Olona, del quale il 20 febbraio ha assunto il comando il generale Mauro Del Vecchio, è stato certificato più di un anno fa. Del Vecchio ha una lunga esperienza di operazioni internazionali nei Balcani e tutto fa pensare che l'ipotesi di vederlo impiegato in Iraq non sia del tutto campata in aria.

Anche se l'ipotesi NATO in Iraq non è verificabile prima del 2005, tuttavia non si può escludere che gli alti comandi di Bruxelles e di Mons ci stiano già lavorando. La questione che si pone è quella della dipendenza. Ridicolo pensare che un comando NATO possa dipendere da un comando americano. La soluzione potrebbe invece clonare quella afghana, in cui i comandi sono distinti: alla NATO le operazioni di peacekeeping; agli americani quelle più propriamente militari.

L'anno 2003, in virtù delle conseguenze del fatto che la campagna contro l'Iraq è stata decisa a Washington e non a New York, ha dato dei violenti scossoni di credibilità a due delle più importanti organizzazioni internazionali: la NATO e l'ONU. Se la frattura causata nella prima sembra ricomposta - almeno all'apparenza - la seconda deve essere ricollocata al posto che le compete. L'occasione è l'Iraq. Solo dopo che all'ONU sarà affidato un ruolo primario nella ricostruzione dell'Iraq la NATO potrà mettere in atto i piani per lo schieramento di un proprio comando e assumere il controllo delle operazioni di mantenimento della pace, come già fa - con pochi mezzi ma fa - in Afghanistan.

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