Anno 2004

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Iran, vittoria dei conservatori e scenari futuri

Giovanni Bernardi, 25 febbraio 2004

A cinque giorni dalla data in cui i cittadini iraniani hanno esercitato il diritto di voto, l'agenzia di stampa IRNA pubblica in modo molto asettico i dati parziali degli spogli riferiti alle 24:00 del 24 febbraio e relativi a 2.505 sezioni su 3.452: un elenco di persone con i voti ricevuti. Al di là degli aridi numeri, la vittoria schiacciante dei conservatori si profila in modo netto, tanto da fare pronunciare all'ayatollah Khamenei parole di vittoria: "Con elezioni libere, corrette e giuste, il popolo iraniano ha sventato il complotto di quelli che volevano fare credere che il fossato tra il popolo e il regime islamico si stava allargando; il popolo è andato in massa ed esce vincitore da queste elezioni e gli americani, i sionisti e i nemici dell'Iran sono i perdenti".

Il Consiglio dei ministri degli Esteri europei, riunito a Bruxelles, ha sottoscritto una dura dichiarazione sulle elezioni legislative di venerdì 20 febbraio, nella quale si parla di "passo indietro" e di "delusione e rincrescimento". Il ministro Frattini si esprime dicendo: "Guardiamo a questo risultato con un punto interrogativo". Il portavoce del Dipartimento di Stato americano lancia una ipotesi drammatica sul futuro dell'Iran quando afferma: "Siamo convinti che il popolo iraniano continuerà a esprimere la sua volontà in diversi modi".

Le elezioni iraniane sono state condizionate dalla decisione del Consiglio dei Guardiani di escludere dalle liste circa tremila candidati su ottomila, gran parte dei quali riformatori, per una non sufficiente fede nell'Islam. La calma e la moderazione espresse dopo la decisione del Consiglio dal presidente Khatami hanno impedito che scoppiassero disordini prima delle elezioni. Quelli invece che si sono verificati dopo il primo annuncio dei risultati parziali hanno causato una decina di morti. Con la vittoria dei conservatori alle legislative, l'Assemblea consultiva islamica (il Parlamento) cambia volto. Al governo del presidente Khatami si prospettano sedici mesi (quelli che mancano al termine del mandato) di stallo politico.

Sul futuro immediato dell'Iran si disegnano due scenari: il controllo e la rivolta. Da una parte si può prevedere che la forza del partito degli ayatollah sia in grado di controllare le aspirazioni democratiche espresse da una certa parte della cittadinanza più colta e impegnata politicamente. Peraltro, la campagna antiriformista è già iniziata su Internet, impedendo l'accesso dal territorio iraniano ad alcuni siti simpatizzanti riformisti. La penetrazione capillare della polizia segreta e la diffusione territoriale dei Pasdaran (Guardiani della rivoluzione) potrebbero soffocare sul nascere le iniziative di protesta, procedendo anche ad arresti preventivi di persone già segnalate o schedate.

Il governo di Khatami, privato del potere effettivo a causa della perdita della maggioranza parlamentare, potrebbe dimettersi, anche per evitare che, nella ipotesi che scoppino disordini, la responsabilità della gestione di questi cada sul ministro dell'Interno riformista e quindi sul governo. I presidenti di gran parte delle ventotto province potrebbero anch'essi dimettersi (hanno già minacciato di farlo dopo la decisione del Consiglio dei Guardiani).

La decisione potrebbe essere presa dopo la comunicazione ufficiale dei risultati definitivi delle elezioni o dopo l'insediamento del nuovo Parlamento. Anche questa decisione metterebbe al riparo le autorità periferiche riformiste dalla responsabilità di dovere fronteggiare disordini locali. L'Iran, soffocata la voce della opposizione da parte dei conservatori, nonostante le aperture all'Occidente favorite dalla pur prudente politica del presidente Khatami, si avvierebbe verso l'implosione.

Rimarrebbero drammaticamente aperte però alcune questioni per le quali la Repubblica islamica ancora deve rendere conto pienamente alle democrazie occidentali. In primo luogo la politica nucleare, avviata e proseguita fino alla realizzazioni di centrali atomiche usufruendo di tecnologie e mezzi fornite da Pakistan e Russia. Le dichiarazioni fornite dalla dirigenza iraniana non bastano a rassicurare l'Occidente - e tantomeno Israele - sulla possibilità di produrre ordigni atomici.

L'Aeronautica militare dello Stato ebraico disporrà tra breve di una flotta di F-16I in grado di colpire qualunque obiettivo dislocato nell'area mediorientale senza la necessità di rifornimento in volo. Non si può escludere che valutazioni sulla sicurezza possano fare decidere al governo israeliano una ripetizione del raid contro il reattore nucleare iracheno, compiuto nel 1988, questa volta contro i reattori iraniani. Per evitare l'aggravamento della tensione mediorientale nei confronti di Israele, gli USA, che hanno il dispositivo militare già schierato, potrebbero decidere l'impiego dei loro B-2 Spirit.

Lo scenario "rivolta" (più drammatico dal punto di vista interno, ma tutto sommato meno preoccupante dal punto di vista della politica estera) ipotizza una energica presa di posizione da parte di quegli stessi studenti universitari che già alla fine del 2002 inscenarono manifestazioni di protesta contro il governo del riformista Khatami, colpevole - a loro dire - di non avere attuato le riforme promesse. La chiusura totale alle riforme del futuro governo riformatore (ipotesi più probabile) potrebbe fare uscire dalla clandestinità la rete di rivoltosi che avrebbe avuto più di un anno di tempo per organizzarsi e ramificarsi sul territorio nazionale. Sarebbe la guerra civile.

L'Iran, grazie alla prudente politica del presidente Khatami, aveva avviato un processo di distensione con l'Occidente. Lo stesso intervento umanitario degli Stati Uniti, dopo il recente terremoto che ha colpito la città di Bam, aveva lo scopo di dare concretezza alle dichiarazioni del segretario di Stato americano Colin Powell che aveva parlato di: "Riaprire il dialogo con l'Iran, in considerazione dell'atteggiamento incoraggiante dimostrato dalla Repubblica islamica negli ultimi tempi".

La recente dichiarazione trionfalistica dell'ayatollah Khamenei (gli americani, i sionisti e i nemici dell'Iran sono i perdenti) chiude la porta a qualunque ipotesi di dialogo sia con gli americani sia con l'Occidente in genere sia con la International Atomic Energy Agency. O comunque il prezzo del dialogo sale. Sale anche il prezzo della stabilità in Iraq, in virtù del possibile sviluppo di una maggiore pressione da parte della comunità sciita del sud, che peraltro aveva già cominciato a farsi sentire nel mese di gennaio tramite la presa di posizione del grande Ayatollah Ali Sistani (evidentemente coordinata con la decisione del Consiglio dei Guardiani), che aveva provocato l'inutile intervento di una commissione mediatrice dell'ONU.

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