Anno 2004

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Esercito, i piloti ammutinati e il suicidio dell'Aves

Giovanni Bernardi, 6 marzo 2004

Quello che più disturba nella questione degli elicotteristi italiani dell'Aviazione dell'Esercito (Aves) - che di per sé sembra partita come una nota tecnica sulla sicurezza del volo in operazioni - è che si sia trasformata prima in una questione disciplinare, poi in una questione penale, quindi in scontro politico.

Rimasta dormiente per due mesi, è stata fatta esplodere proprio nel momento in cui in Parlamento è in atto uno scontro politico sul rifinanziamento della missione in Iraq. Un tempismo migliore sarebbe stato difficile immaginarlo. Conclusione: ancora una volta i militari sono diventati strumento di scontro politico.

La storia della politica interna italiana è talmente piena di esempi di strumentalizzazione delle forze armate per scopi politici, che non vale nemmeno la pena ricordarli. E le forze armate non lo hanno ancora capito, tanto che, se mancano le occasioni o se l'opinione pubblica è tutta schierata a favore, il caso lo creano.

Da quanto si riesce a capire dalle cronache (prima fonte: Corriere della Sera, che ha sollevato il caso), due ufficiali e due sottufficiali, partiti per l'Iraq per prestare servizio nella Italian Task Force della operazione Antica Babilonia, hanno presentato una nota tecnica nella quale si evidenziava un basso livello di sicurezza dei voli operativi nel contesto iracheno.

Sommando le cronache del Corriere e quelle degli altri quotidiani che hanno ripreso l'argomento, non è chiaro se i membri dell'equipaggio si siano rifiutati di volare. In una intervista al Corriere un pilota afferma di avere svolto regolarmente i suoi voli e quindi di avere inviato un rapporto al proprio comandante.

A questo punto vi sono alcuni dati di fatto sui quali vale la pena di soffermarsi, anche eventualmente senza commento. Lo scarso livello di sicurezza non può riferirsi ad altro che alla ipotesi di impiego dei missili terra-aria spalleggiabili (Stinger, SA-7, RPG-7).

Questo tipo di missile è quanto di più pericoloso ci possa essere sul mercato delle armi contro voli a bassa quota. In particolare, se usato a scopi terroristici, la minaccia può riguardare anche voli di linea in atterraggio o al decollo. Il missile è del tipo fire and forget e si autoguida verso le fonti di calore.

Come contromisura nei confronti degli Stinger - e altri - sono stati studiati dei sistemi automatici di protezione per l'inganno. L'inganno consiste nel lancio di fonti di calore che disorientano il sistema di autoguida del missile. Un'altra misura è quella di ridurre l'emissione di calore da parte dei motori.

Le stime dicono che l'esercito iracheno disponesse di 3.000 Stinger. Di recente ne sono stati trovati e sequestrati 500. Ce ne sarebbero perciò 2.500 ancora in circolazione. La minaccia è quindi reale. Del resto, oltre una dozzina di elicotteri americani (che dispongono di sistemi automatici d'inganno) è già stata abbattuta.

Anche gli elicotteri HH-3F dell'Aeronautica e gli SH-3D della Marina, rischierati dall'inizio delle operazioni, dispongono di sistemi automatici. Questi si avvalgono di un radar per l'individuazione della minaccia. Gli elicotteri dell'Esercito non ne disponevano, ma sono stati dotati di sistemi manuali (i tempi di reazione sono molto più lunghi) prima di essere inviati in Iraq.

Se da una parte l'essere dotati di sistemi d'inganno antimissile consente di compiere missioni con un livello di sicurezza più elevato, dall'altra il fatto che quelli in dotazione degli elicotteri dell'Esercito italiano siano manuali costringe l'equipaggio a una continua e stressante attenzione per cercare di individuare la minaccia a vista. Ne conseguono: rischio di errore o di sottostima della minaccia e tempi di reazione lunghi. Quindi, maggiore vulnerabilità.

Se a questo si aggiunge il fatto che delle centottanta ore di volo all'anno previste dagli standard NATO i piloti riescono a farne in media trenta, si comprende come possa essere credibile la buona fede di chi stende una relazione tecnica sulla sicurezza nell'impiego di aeromobili in situazione di conflitto a bassa intensità come quello dell'Iraq. E' credibile cioè che un pilota possa non ritenersi addestrato a sufficienza per svolgere una determinata missione e che non si ritenga preparato per impiegare tutti i mezzi tecnici di cui dispone.

Se il punto di partenza della questione che ha portato alla denuncia dei piloti è effettivamente ed esclusivamente la presentazione di un rapporto tecnico, allora si può ritenere che la questione sia stata presa di petto e radicalizzata da uno dei livelli della catena di comando. Se invece si tratta di insubordinazione e - come dice il generale Chiavarelli - sono ottimi piloti ma cattivi soldati (così è riportata la dichiarazione dai quotidiani) allora è una questione di attitudine militare.

Ma se un pilota militare ha scarsa attitudine militare, non diventa nemmeno pilota. Anzi, non diventa nemmeno militare. La valutazione più importante presso le scuole e le accademie, infatti, è proprio il voto di attitudine militare. Se questo è insufficiente non si diventa né ufficiale né sottufficiale.

In ogni caso, si è portati a pensare che la questione avrebbe potuto essere risolta "in famiglia", così come si fa di solito con i panni, senza esibire in piazza quelle che - comunque si giri il problema - si rivelano deficienze della organizzazione (selezione, addestramento, impiego del personale, dotazione di mezzi tecnici…). Il caso dei piloti ammutinati si potrebbe rivelare il primo caso di suicidio mediatico istituzionale: il suicidio dell'Aves.

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