Anno 2004

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La decisione di Zapatero e la lezione appresa

Giovanni Bernardi, 21 aprile 2004

Sulla decisione di Zapatero di ritirare il contingente spagnolo dall'Iraq si misureranno verosimilmente gli inchiostri di commentatori di politica interna, internazionale e di istituzioni democratiche. All'apparenza può sembrare una decisione frettolosa presa sull'onda del successo alle recenti elezioni. In realtà, più che dal capo del governo la decisione è stata presa dagli elettori a seguito di quello che è sembrato più un referendum di politica estera che non una consultazione di politica interna.

I fatti. Al tempo della campagna Iraqi Freedom, Aznar decide di intervenire al fianco degli Stati Uniti, contando sulla maggioranza parlamentare ma non tenendo in alcun conto il fatto che i sondaggi d'opinione dicono che la maggioranza del paese è contraria. Nel suo programma elettorale Zapatero afferma che, se vince, ritira il contingente militare dall'Iraq. A tre giorni dalle elezioni gli attentati di Madrid scuotono l'opinione pubblica. Aznar afferma che gli attentati sono stati portati da ETA. Le indagini fanno deviare i sospetti su al Qaeda. La nazione avverte come bugie le affermazioni di Aznar e alle elezioni premia il Partito socialista. Zapatero decide il ritiro del contingente.

Come in tutti i riepiloghi sintetici dei fatti, anche in questo ci sono mille buchi, ma qualche volta - come in matematica - vale la pena semplificare numeratore e denominatore e i termini della equazione per cercare di avere le idee più chiare. Se la semplificazione è stata fatta in modo corretto, il risultato della equazione può essere considerato affidabile. L'equazione di cui si parla pone a confronto stato democratico e stato totalitario, o meglio i modi di gestire le due realtà. Nel primo, l'uomo politico deve tenere conto della opinione pubblica interna per arrivare al potere e quindi per gestirlo. Nel secondo, al potere c'è già e tende a scaricare le tensioni interne con una spiccata politica estera.

Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione moderni e le istituzioni democratiche hanno fatto sì che l'uomo della strada (el hombre de la calle, per rimanere in ambito spagnolo) si senta sempre più coinvolto nelle decisioni dei governi e che desideri partecipare sempre più alla gestione della cosa pubblica. Perfino le decisioni prese in ambito parlamentare - teoricamente rappresentative della volontà popolare - possono non corrispondere alle effettive opinioni dei cittadini su temi specifici. Il rischio è che la politica di governo e le decisioni parlamentari si allontanino dalla opinione pubblica.

Poco male se lo Stato è totalitario: non ci sono elezioni e, se ci sono, non sono indicative della volontà del popolo che - tra l'altro - è imbottito di propaganda. Se invece lo Stato è democratico, alle elezioni si rendono i conti. Se i conti riguardano la politica interna, ancora poco male: si fanno nuove leggi, si correggono quelle approvate dalla legislazione precedente e così via. Se i conti riguardano invece la politica estera, le ripercussioni internazionali rischiano di avere conseguenze gravi su alleanze, trattati internazionali, accordi commerciali e - infine - sulla immagine della nazione all'estero.

Questo è il motivo per cui, anche se i governi cambiano, la tradizione vuole che la sostanza della politica estera non cambi. Nel caso della Spagna - invece - gli effetti del cambio radicale di politica estera nell'evento più importante dell'anno (la stabilità dell'Iraq, lì dove si giocano i rapporti tra civiltà occidentale e civiltà islamica) potrebbero avere ripercussioni non solo sugli equilibri della Unione Europea e della NATO, ma perfino sulle elezioni americane, considerando che la comunità ispano-americana potrebbe prendere una posizione filo-spagnola.

Una valutazione immediata e forse superficiale della situazione potrebbe indirizzare verso Zapatero la responsabilità di quelli che saranno gli eventi futuri. Ma Zapatero l'aveva detto che avrebbe ritirato il contingente dall'Iraq e i cittadini votanti lo sapevano. Non è quindi - e non deve essere - una sorpresa per nessuno. Zapatero semplicemente mette in atto una promessa politica. Si possono anche discutere i tempi e i modi, ma la sostanza è questa: promette che in caso di vittoria alle elezioni ritira il contingente; vince le elezioni; ritira il contingente.

Se all'epoca della campagna Iraqi Freedom i sondaggi spagnoli davano effettivamente il settanta percento dei cittadini contrari all'intervento al fianco degli americani (qualcuno dà cifre più elevate), allora è stato Aznar a non tenere conto della opinione pubblica e a decidere una politica estera più di tipo totalitario che democratico. Avrebbe avuto ragione se la questione irachena si fosse chiusa positivamente prima delle elezioni. Non è stato così ed è stato punito.

Forse da questo evento si può apprendere una lezione sul modo di gestire la cosa pubblica. La democrazia e i mezzi di comunicazione fanno sì che i cittadini siano sempre più coinvolti negli eventi politici. Per quelli interni è solo una questione di politica interna. Per quelli internazionali, ai governi può essere più conveniente scavalcare il Parlamento e chiedere l'opinione ai cittadini. Senza volere indire un referendum ogni volta che si debba decidere di questioni di carattere internazionale, la tecnologia moderna dà già gli strumenti per farlo e di avere risposte attendibili con buona approssimazione. Potrebbe essere un ulteriore passo avanti della democrazia occidentale.

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