Anno 2004

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Nassiriya, italiani guerrieri di pace

Giovanni Bernardi, 30 maggio 2004

L'attentato di novembre, la battaglia di aprile e quella di maggio danno l'idea di costituire tre tappe nell'evolversi dell'atteggiamento italiano a Nassiriya. La missione, partita con genuini propositi di pace e ricostruzione, e come tale impostata anche dal punto di vista dell'armamento in dotazione, oltre che dal punto di vista dell'atteggiamento nei confronti della popolazione, ha dovuto fronteggiare un sostanziale cambiamento della situazione politica mediorientale in generale e irachena in particolare.

L'impressione che si trae osservando l'evoluzione degli eventi è che tre siano stati i fattori di cambiamento: il terrorismo a tutto campo di al-Qaeda; la svolta di politica interna iraniana; l'atteggiamento del popolo iracheno nei confronti delle forze straniere. Il primo scelse verosimilmente come obiettivo dell'attacco terroristico quello che riteneva fianco debole della coalizione: la replica di una stazione carabinieri cittadina, presidiata da un reparto italiano che, fra tutti gli altri schierati nell'area, aveva l'atteggiamento meno offensivo.

Il secondo fattore ha fatto sì che il sud dell'Iraq si trasformasse in terreno di scontro armato di una lotta politica internazionale che tende al controllo dell'Iraq post-occupazione e che vorrebbe farlo diventare uno Stato islamico - se non vassallo - almeno di ispirazione e sotto il controllo dell'Iran. Il terzo fattore è la coltura nell'ambito della quale si sviluppano i batteri della rivolta: l'inesistenza dell'apparato statale, lo scioglimento delle forze armate, la mancanza di concrete prospettive di stabilità futura da parte della gente del posto.

I tre fattori hanno contribuito a rendere a mano a mano sempre più instabile la situazione nel sud dell'Iraq, la cui popolazione in un primo tempo sembrava adeguarsi con facilità e disponibilità al nuovo status quo e consentiva la progressione di adeguate operazioni umanitarie. I tre attacchi alle forze italiane hanno segnato i tempi del progredire della instabilità. In parallelo, si ha l'idea che abbiano segnato un mutamento nell'atteggiamento italiano: a novembre lo sgomento; ad aprile la reazione; a maggio la rinuncia.

L'attacco di novembre, pur se terroristico e quindi non convenzionale, è stato condotto secondo i dettami dell'arte della guerra: con alta concentrazione di fuoco (massa), contro un avversario che non l'aveva previsto (sorpresa), preparato senza fare trapelare le intenzioni (sicurezza), messo in atto con mezzi rapidi (manovra). Le due cosiddette battaglie di Nassiriya, anche se condotte da forze equivalenti a poco più che bande armate, hanno avuto una caratteristica molto più convenzionale e, almeno in teoria, più facili da contrastare.

Se lo sgomento che ha fatto seguito all'attentato di novembre può sembrare giustificato in reparti militari che si volevano presentare come vera forza di pace - con atteggiamento pro-popolazione e privi di armamento pesante che desse l'impressione dell'aggressione - altrettanto giustificata sembra la presa di coscienza del pericolo che ne ha fatto seguito e la conseguente reazione nella battaglia dei ponti. Per quanto si è riusciti a sapere, questa sembra sia stata condotta con equilibrio, perizia e saggezza, ma con una determinazione degna dei migliori reparti scelti e che ha espresso un volume di fuoco così elevato da rendere necessari più rifornimenti di munizioni.

Non si hanno immagini dell'evento e non si conosce l'esatto numero di miliziani uccisi, ma fonti non ufficiali assicurano che i dati emersi sulla stampa (da venticinque a cinquanta) siano sottostimati rispetto a quelli reali. In sostanza, la reazione delle forze italiane, pur essendo stata capace di risparmiare vite di civili non armati, sarebbe stata violenta e impressionante.

Non se ne hanno immagini però, e il motivo potrebbe essere quello di non volere mostrare alla opinione pubblica i militari italiani che fanno la guerra, visto che la politica comunicativa è quella di accreditarli come soldati di pace. E' solo una ipotesi naturalmente, da verificare se e quando a qualcuno converrà che queste immagini - se ci sono - vengano pubblicate.

La reazione delle forze italiane all'attacco di maggio sembra invece sia stata più conforme a quella che avrebbero potuto avere degli osservatori delle Nazioni Unite che non simile a quella delle stesse truppe il mese precedente. Sembra strano: i soldati erano gli stessi e il comandante era lo stesso. La prima ipotesi che si può fare è che siano cambiati gli ordini. Del resto, non si potrebbe spiegare altrimenti quanto si è visto nelle immagini - questa volta c'erano - diramate sul luogo e riportate dalla televisione italiana, che mostrano una base abbandonata, sembra, in fretta e furia.

La notizia da fonte non ufficiale che il comandante avrebbe atteso quattro ore e mezza l'autorizzazione all'impiego di armi pesanti (Centauro, con bocca da fuoco da 105/52) contro la vecchia base dei carabinieri a Nassiriya, da cui provenivano colpi di mortaio, darebbe credito alla ipotesi della mutazione degli ordini. Secondo una seconda ipotesi, potrebbe essere cambiata la dipendenza operativa; nella prima battaglia, da Bassora; nella seconda, da Roma.

Nel caso siano mutati gli ordini, quelli nuovi potrebbero essere di farsi ingaggiare in combattimenti il meno possibile, al fine di ridurre al minimo i rischi di perdite. Potrebbe venire dall'alto, da molto in alto. Se una volta nelle operazioni di guerra occorrevano dei morti da mettere sul tavolo della pace, oggi nelle operazioni di pace i morti possono essere molto dannosi per la stabilità dei governi (vedi Aznar). Nel caso in cui il controllo dell'impiego delle armi pesanti sia stato assunto da Roma, il sospetto è che si sia ritornati a una vecchia abitudine di Supermarina durante la seconda guerra mondiale.

La realtà che si vive in area di operazioni non è solo diversa da quella virtuale che si vede in televisione, ma anche diversa da quella della quale si viene a conoscenza leggendo i rapporti dei reparti in teatro. L'unico che conosce la realtà - quella vera e non virtuale - è il comandante delle truppe. A lui onori e oneri, capacità decisionale e responsabilità. Il colpo di mortaio che ha ucciso Matteo Vanzan potrebbe essere partito durante quelle quattro ore e mezza.

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