Anno 2004

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La liberazione degli ostaggi italiani in Iraq

Giovanni Bernardi, 9 giugno 2004

Per quanto si è riuscito a capire, sulla base delle informazioni fornite alla pubblica opinione, alla liberazione degli ostaggi italiani in Iraq si è arrivati grazie alla politica del silenzio da parte del governo italiano, a una attività diplomatica estesa alle nazioni arabe confinanti con l'Iraq, a una continua azione umanitaria della Croce Rossa Italiana, a collegamenti con autorità religiose e tribali locali, a una attività di intelligence che ha saputo bene impiegare i contatti politico-diplomatici, religiosi, tribali, umanitari e che è stata coordinata con le forze della coalizione e infine alla operazione sul terreno condotta da forze speciali americane nel settore polacco.

Il primo periodo successivo al rapimento fu caratterizzato da un eccessivo volume di dichiarazioni fatte alla stampa da parte di esponenti del governo, che dimostrò con l'evidenza dei fatti di non avere esperienza di gestione delle crisi. La dimostrazione di questo si è avuta quando, sulla base di informazioni riservate che davano per imminente il rilascio degli ostaggi, fu impiegata l'espressione "cauto ottimismo". Poi qualcosa deve essere successo; probabilmente una presa di posizione da parte del vertice del Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militari (SISMI) e da parte dei professionisti del ministero degli Esteri, che hanno fatto pressioni affinché attorno alla attività politico-diplomatica e di intelligence non ci fossero elementi di disturbo.

Non si fa fatica a pensare che nella attività diplomatica un ruolo importante lo abbiano avuto le relazioni con l'Iran, la Giordania e l'Arabia Saudita. La leadership religiosa della prima nazione non nasconde l'intenzione di avere una influenza sul futuro iracheno e di diventare l'interlocutore privilegiato dell'Occidente per le questioni mediorientali. La Giordania ha una lunga tradizione di moderazione e predisposizione alla mediazione; anche nel recente miglioramento dei rapporti tra USA e Iran si è attribuita un ruolo importante. L'Arabia Saudita ha la necessità di combattere essa stessa il terrorismo integralista islamico, dal quale è stata più volte colpita di recente. A fattor comune vi è l'interesse a porre la collaborazione con l'Occidente sui tavoli delle trattative che dovranno disegnare i futuri equilibri in Medio Oriente.

La continua azione umanitaria della Croce Rossa Italiana è stata in grado di creare attorno ai rapitori una sorta di terra bruciata grazie al consenso della popolazione locale, sviluppatosi in virtù degli aiuti che, anche nei momenti di maggiore crisi militare, sono pervenuti con continuità. Non va dimenticata tuttavia l'altrettanto continua azione umanitaria che è stata condotta dalle forze militari nell'area di Nassiriya. Anche se in un settore diverso da quello dove si sono maturati il sequestro e la liberazione, che è di competenza polacca, nondimeno ha contribuito a favorire il consenso e la diffusione di questo per contagio fra le tribu irachene.

Ma non solo. Non si può scartare l'ipotesi che proprio la presenza della Croce Rossa Italiana abbia consentito l'infiltrazione di elementi dei Servizi nell'area del sequestro; alla intelligence strategica sviluppata attraverso canali politici e diplomatici si sarebbe quindi affiancata quella tattica di agenti del SISMI inseriti nella organizzazione della CRI. Con questo si spiega la disponibilità di risorse fornite dal ministero degli Esteri, che ha consentito l'afflusso di ingenti quantitativi di aiuti alle popolazioni con le quali la Croce Rossa ha avuto contatti.

L'efficacia dei contatti con le autorità religiose e tribali - e l'atteggiamento di queste - sono confermati da un recente comunicato ufficiale dello stato maggiore della Difesa che riporta in breve la cronaca della consegna di aiuti umanitari operata dal CIMIC (cooperazione civile militare) agli abitanti del villaggio di Al Husseinat, ad est di Nassiriyah. Il comunicato dimostra anche come la presenza del comandante del contingente italiano, generale Corrado Dalzini, non sia stata casuale ma rientri nel disegno di una politica di relazioni di vertici locali. Particolari approfonditi sui colloqui non se ne hanno, ma non è difficile pensare che anche questi rientrino nella attività di intelligence.

"Ottima e stata l'accoglienza da parte degli abitanti di Al Husseinat, il cui sceicco, assieme agli anziani del villaggio, ha accolto calorosamente il brigadier generale Corrado Dalzini e i suoi uomini, rivolgendo loro parole di stima e apprezzamento per le importanti azioni umanitarie condotte nella provincia di Dhi Qar. Lo sceicco si e rammaricato per quanto accaduto il giorno precedente, quando un convoglio del CIMIC e stato attaccato in un'altra zona della provincia, e ha stigmatizzato questo genere di violenze, affermando che i pochi abitanti di Al Husseinat che condividevano il pensiero di Muqtada al Sadr si sono dissociati da tale linea. Un atteggiamento, questo, assai apprezzato dal generale Dalzini, che ha a sua volta ribadito l'importanza del buon rapporto tra il contingente italiano e la popolazione locale."

L'importanza della funzione del SISMI in tutta l'operazione è sottolineata da un comunicato ufficiale del Servizio pubblica informazione del ministero della Difesa con il quale si rende conto dell'apprezzamento del ministro Martino al direttore del Servizio di sicurezza militare: "Il ministro ha fatto pervenire al Direttore del SISMI, il Generale di C.A. Nicolò POLLARI, il suo vivissimo apprezzamento per l'essenziale attività svolta dal Servizio. Ne ha altresì riconosciuto, pur nel rispetto del dovuto riserbo sulle dinamiche dell'operazione, il fondamentale contributo per il positivo esito dell'intera vicenda e dell'azione conclusiva, che è stata una operazione congiunta, concordata con le Forze della Coalizione."

Alla vera e propria operazione militare, della quale non sono stati rivelati particolari, stando alle dichiarazioni ufficiali non hanno partecipato elementi delle forze speciali presenti in teatro (9° reggimento d'assalto Col Moschin, Comando Subacquei Incursori, Gruppo di Intervento Speciale dei carabinieri). In un primo momento potrebbe sembrare che le forze speciali siano state escluse dalla operazione e non se ne capirebbe il motivo. Una analisi approfondita, invece, in primo luogo suggerisce che non si può escludere che alcuni elementi di queste possano essere stati infiltrati negli organici della Croce Rossa. Inoltre, se si fosse deciso di fare intervenire le forze speciali italiane per la liberazione degli ostaggi, il loro rischieramento nell'area del sequestro sarebbe stato notato e avrebbe senz'altro destato sospetti nei sequestratori o in quelli che avrebbero potuto essere i loro informatori.

Il fatto che della operazione vera e propria non si sappia nulla è comprensibile facendo due ipotesi. La prima è che l'operazione sia stata condotta con modalità che, se rivelate, potrebbero compromettere il buon esito di future operazioni da parte delle forze della coalizione o più in generale delle forze speciali americane. La seconda è che sia ancora in atto una operazione coperta da segreto che tende a individuare e ad arrestare altri elementi e capi della organizzazione che ha organizzato il sequestro. In questo caso i sequestratori, dei quali giustamente non sono state fornite le generalità, sarebbero sotto interrogatorio serrato da parte di specialisti americani affiancati da specialisti locali di madre lingua araba. Questi ultimi, oltre che interloquire direttamente con gli arrestati, sarebbero anche capaci di individuarne l'area di provenienza - attraverso l'accento - e quindi la loro collocazione nella rete terroristica.

Sulla base degli elementi analizzati, il buon esito della operazione di liberazione degli ostaggi italiani sembrerebbe dovuto al corretto coordinamento di tutti i fattori che potevano contribuire al suo successo e cioè le attività: politico-diplomatiche internazionali, che hanno permesso di gettare le basi per lo sviluppo di una intelligence strategica; politico-diplomatiche locali, che hanno creato le condizioni per lo sviluppo della intelligence tattica; umanitarie, che hanno consentito di creare consenso nella popolazione, terra bruciata attorno ai sequestratori e sviluppare l'azione di intelligence sul terreno, anche eventualmente tramite infiltrazione di agenti italiani negli organici della Croce Rossa; di coordinamento con le forze della coalizione per l'esecuzione della operazione di liberazione degli ostaggi sulla base delle informazioni acquisite dalla intelligence sul terreno.

Il successo di questa operazione non può essere attribuito ad altro se non all'elevatissimo livello di professionalità con il quale è stata pianificata e condotta, su tutti i fronti: politico, diplomatico, militare, umanitario. Poco importa se l'opinione pubblica internazionale e italiana sanno e sapranno poco di quello che c'è dietro. L'importante è sapere che gli strumenti che lo Stato mette a disposizione del governo e il governo stesso hanno funzionato.

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