Anno 2004

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Iraq, Stati Uniti, NATO e il gioco di prestigio britannico

Giovanni Bernardi, 24 giugno 2004

Il primo ministro iracheno Iyad Allawi, in una lettera fatta pervenire a Bruxelles martedì scorso, ha formalmente chiesto alla NATO di addestrare le proprie forze di sicurezza. Nella stessa lettera ha anche chiesto assistenza tecnica in altri campi, dei quali però non si conosce la natura. La lettera non dovrebbe cadere nel vuoto, stando a quanto affermato dal segretario generale Jaap de Hoop Scheffer la scorsa settimana: "Se avessimo una richiesta di aiuto, la NATO non sbatterebbe la porta in faccia all'Iraq".

Anche il presidente Chirac aveva assunto una posizione possibilista nella ipotesi di una specifica esigenza di assistenza da parte del governo iracheno dopo il 30 giugno. La lettera di Allawi avvicinerebbe quindi le posizioni di Francia e USA: durante il G-8 il presidente Bush aveva auspicato l'assunzione di responsabilità di una forza NATO in Iraq, ma era stato ridimensionato dalle affermazioni francesi con l'appoggio dei tedeschi, che hanno già fatto sapere che forze in Iraq non ne mandano.

Non è chiara la partita che si sta giocando a sei (governo iracheno, NATO, Francia, Germania, Usa e Regno Unito). Quest'ultimo aveva fatto circolare la voce di un possibile schieramento in Iraq del corpo d'armata di reazione rapida ARRC (Allied Rapid Reaction Corps). Secondo la voce, il comando di corpo d'armata sarebbe "estratto" dalla responsabilità della NATO per essere impiegato alle dipendenze UK come forza multinazionale. L'idea era sembrata alquanto bizzarra ma non impossibile da realizzare, tenuto conto del fatto che il Regno Unito potrebbe essere disposto a qualunque gioco di prestigio per mantenere la propria influenza nell'area mediorientale, cercando di spendere il meno possibile.

ARRC è già il risultato di un gioco di prestigio inglese. Dopo il crollo del comunismo sovietico le forze USA, francesi e britanniche schierate in Germania, essendo venuta a mancare l'esigenza di risposta immediata alla minaccia proveniente da est, dovettero essere drasticamente ridotte. Il gioco britannico fu quello di convertire il proprio comando di corpo d'armata da nazionale a NATO, inserendo nella struttora (tuttora al 60% britannica) ufficiali e sottufficiali provenienti da altre nazioni. In effetti ARRC, anche se con bandiera NATO, ha continuato a essere una strruttura UK, con mentalità UK, con procedure UK e soprattutto con comandante UK.

L'idea, fatta circolare, che quel comando avrebbe potuto essere impiegato in Iraq sotto bandiera britannica non sembra - a ben guardare - soltanto una boutade, ma piuttosto una opzione da discutere al summit di Istambul a fine mese. Summit che potrebbe rivelarsi uno dei più animati della storia dell'Alleanza, tenuto conto dei problemi che si stanno accumulando in agenda. Innanzitutto è il primo vertice che si terrà a ventisei - dopo l'ingresso recente di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia - e non si fa fatica a pensare che si dovranno prima di tutto fare degli aggiustamenti del tiro, se non altro per chiarire le procedure ai newcomers, a meno che questi ultimi non siano già rassegnati a recitare la parte degli spettatori.

Poi la lettera di Allawi che invoca assistenza NATO per l'Iraq e che, se pure dai giocatori era già stata prevista, quanto meno non si era ancora concretizzata. Quindi l'Afghanistan, dove la situazione è tutt'altro che ridente, così come i comunicati ufficiali dell'Alleanza vogliono far credere. Una recente lettera di cinquantatré NGO (Non Governmental Organization, Organizzazioni Non Governative) al segretario generale della Nato richiede l'invio di ulteriori truppe per fare fronte alla immanente minaccia terroristica alla quale si rischia in breve tempo di dovere fare fronte. Già solo quest'anno - scrivono le NGO nella lettera - trenta operatori sono rimasti uccisi a seguito di attentati e quindici feriti.

Il controllo del territorio è limitato all'area immediatamente circostante Kabul. Il resto dell'Afghanistan continua a essere sotto il dominio dei signorotti locali, i quali dispongono di eserciti privati, alimentati dai favolosi introiti del commercio del papavero. Nonostante l'invio in alcune province di Provisional Reconstruction Team, per cercare di controllare alcune aree, non è certo sicuro che le elezioni politiche previste per il mese di settembre potranno essere tenute in quel periodo. In ogni caso, se pure fosse, i rischi da assumere per garantirne la regolarità sarebbero altissimi e non si avrebbe alcuna garanzia contro l'ipotesi di attentati.

Il segretario generale della NATO, già all'inizio del suo mandato ai primi di quest'anno, ha fissato come priorità uno la sicurezza e l'espansione della forza ISAF in Afghanistan, invocando allo stesso tempo un incremento delle forze militari. Attualmente sotto il comando NATO ci sono 6.500 militari. Ne servirebbero, secondo stime della stessa Alleanza, almeno 15.000. Ma le nazioni contributrici non sembra abbiano alcuna intenzione di assumere altri impegni con l'invio di nuove forze. Le nazioni hanno già denunciato da tempo di avere le forze armate overstretched.

La lettera di Allawi aggiunge quindi problema a problemi, non tutti facilmente risolvibili, anche perché quando si parla di NATO necessariamente si parla di forze armate delle nazioni che la costituiscono e che sono già impegnate su più fronti. La sola Italia ha formazioni militari schierate in Bosnia, Kosovo, Albania, Iraq, Afghanistan, senza contare gli altri impegni in missioni sotto egida ONU. E ognuna di queste richiede un impegno di comando e controllo e logistico che non lascia spazio alle improvvisazioni. Sommate insieme, tengono stati maggiori e comandi operativi impegnati h-24. Solo per una Medevac dall'Afghanistan (per esempio) occorre organizzare un volo tattico fino allo scalo sicuro di Al Bateen (Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti) e quindi l'invio di un aereo attrezzato dall'Italia.

Ora, sembra che la lettera del primo ministro iracheno possa rientrare in un disegno che, orchestrato da USA e UK, coinvolge Allawi e tira dentro il gioco de Hoop Sheffer, che pure non aveva nessuna intenzione di aggiungere la grana Iraq alla già grande grana Afghanistan. A recitare la parte dei salvatori della patria giungerebbero gli inglesi con il settimo cavalleggeri, vestito da ARRC, che consentirà - se ne verrà approvato l'impiego durante il vertice del 28-29 giugno a Istambul - di continuare a curare gli interessi britannici nell'area a spese della NATO. Con buona pace di Francia e Germania che resterebbero al tavolo da gioco con delle scartine in mano.

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