Anno 2004

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Un metodo italiano nella gestione delle crisi

Giovanni Bernardi, 26 settembre 2004

Domenica 19 e lunedì 20 settembre l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, capo di stato magggiore della Difesa (SMD), si è recato in visita alle truppe italiane schierate rispettivamente in Iraq e in Afghanistan. Due Stati che la comunità internazionale sta indirizzando verso modelli democratici che, pur se non fotocopia di quelli occidentali, rispettino però i principi dettati dalla Carta costituzionale delle Nazioni Unite.

A Nassiriya l'ammiraglio di Paola è stato ricevuto dal brigadier generale Enzo Stefanini, comandante della brigata aeromobile Friuli e in operazioni comandante della Italian Joint Combined Task Force Iraq, una forza multiarma e multinazionale a guida italiana composta da circa tremila militari. A Kabul a riceverlo è stato il colonnello Maurizio Collavoli, in operazioni comandante di Italfor Kabul, aliquota italiana inquadrata nella International Security Assistance Force (ISAF) a guida NATO..

In tutte e due le occasioni il capo di SMD era accompagnato dal tenente generale Filiberto Cecchi, comandante operativo interforze. Il Comando Operativo di vertice Interforze (COI), con sede a Roma, è lo strumento attraverso il quale il capo di stato maggiore della Difesa esercita il comando operativo sulle missioni militari italiane condotte fuori area. Questo è il motivo della presenza del generale Cecchi.

A Nassiriya, commentando positivamente le impressioni ricevute nel corso della sua visita al contingente italiano, l'ammiraglio Di Paola ha detto: "Il metodo Nassiriya, che cerca di valorizzare il dialogo, il confronto, il rispetto per le autorità locali che sono sovrane funziona; i fatti ci danno ragione e il trend è positivo".

A Kabul è stato ancora più esplicito: "Oggi siamo presenti in Iraq, Afghanistan, Bosnia, Albania, Kosovo, Eritrea, tutte realtà completamente diverse tra loro ma caratterizzate da un'unica costante: l'impegno, la dedizione, l'entusiasmo e la professionalità che hanno spinto molti paesi stranieri a individuare un metodo italiano nella gestione delle crisi". E ha aggiunto: "Il nostro è un metodo che non si basa sul buonismo come stereotipo ma sul senso della misura e della capacità di adattarsi all'ambiente operativo, cercando di non imporre la nostra presenza ma di farla ben volere con fermezza, equilibrio e decisione. Siamo buoni e non buonisti".

Alcuni mesi orsono, dopo le due cosiddette battaglie di Nassiriya (quella dei tre ponti dei primi di aprile e quella di metà maggio 2004) venne mossa da oltreoceano una sorta di campagna denigratoria delle capacità militari italiane. Sulla prima battaglia c'era poco da dire perché la fermezza, la determinazione e il volume di fuoco espresso delle truppe guidate dal generale Chiarini furono tali da riprendere il controllo dei ponti sull'Eufrate in un tempo ragionevolmente breve.

L'episodio sul quale invece si concentrarono i commenti di una parte della stampa americana fu quello della seconda battaglia, dopo la quale fu distribuita anche una registrazione video su disco nella quale si vedevano armi e mezzi italiani abbandonati e le immagini inducevano a pensare che piuttosto che di un ripiegamento si fosse trattato in realtà di una fuga da parte delle truppe italiane.

I commenti americani sulle capacità militari italiane facevano notare che, mentre nelle dichiarazioni ufficiali da parte di alti gradi Usa veniva elogiato il comportamento delle unità della Italian Joint Joint Task Force, dall'altra nelle dichiarazioni off-the-record gli stessi ufficiali sottolineavano con un certo disappunto che sembrava che alle truppe italiane fossero giunti ordini dall'alto che imponevano di fare di tutto per avere meno perdite possibile.

A sostegno della tesi, in un articolo della stampa americana si mettevano in luce le qualità guerriere delle truppe britanniche che in una serie di scontri a fuoco con gli insorti avevano avuto un numero significativo di perdite ma ne avevano procurate molte di più agli avversari. La tesi fu ripresa anche dalla nostra stampa specializzata che in almeno una occasione invocò il ritiro degli italiani dall'Iraq perché, se non erano in grado di combattere in modo almeno pari a quello americano e inglese, tanto valeva che facessero ritorno nelle loro caserme.

Ora ci sarebbero da fare alcune considerazioni su tanti analisti militari che sono emersi dall'undici settembre in poi e - ancor di più - dall'inizio della prima campagna militare contro il terrorismo condotta in Afghanistan. La caccia all'analista condotta da radio, televisione e carta stampata ha messo in luce da una parte alcuni commentatori esperti e con alle spalle una ragionevole esperienza di politica internazionale e di operazioni militari, dall'altra una serie di personaggi ammantati del nome roboante di istituti di studi strategici o che giocavano a Risiko in televisione o che addirittura non avevano fatto nemmeno il servizio militare.

Si possono immaginare i sorrisi di commiserazione di colonnelli e generali, in servizio presso gli stati maggiori o in attività di comando, che hanno frequentato staff college in Italia e all'estero e che sanno di operazioni, logistica, intelligence e che conoscono la differenza fra i termini tattica e strategia e li usano in modo appropriato. Ma non è questo il punto.

Il nocciolo della questione sta nella capacità che viene richiesta ai comandanti in teatro di operazioni di tradurre in pratica le direttive politico-militari che provengono dal vertice della Difesa. Quelle politiche - di livello governativo - sono emanate dal ministro della Difesa e vengono tradotte in direttive politico-militari dal capo di stato maggiore della Difesa.

L'ammiraglio Di Paola - che è un ufficiale che quando parla sa quello che dice e che quindi sa anche che le sue parole, se ritrasmesse da fogli d'ordine, potrebbero essere fraintese - prima che il generale Enzo Stefanini partisse per l'Iraq lo ha convocato nel suo ufficio a Roma. Lì gli ha dato di persona le proprie direttive. Così fece con i generali Dalzini, Chiarini, Stano e Lops. Si può essere sicuri quindi che quanto messo in atto in teatro, se bene intrepretato dal comandante militare, corrisponde alla volontà di vertice.

Se il vertice dà come indicazione di massima quella di cercare di non avere perdite, non lo si può certo biasimare. Un mezzo da trasporto o da combattimento perso può essere reintegrato. Una vita umana no. Le altre nazioni impieghino pure il proprio personale secondo quelle che sono le loro tradizioni guerriere. L'Italia lo fa secondo quelle che sono le proprie tradizioni e la propria coscienza. In questa politica dello scontro armato c'è quella di limitare non solo le proprie, ma anche le perdite avversarie al minimo indispensabile, così come ci è stato confermato da ufficiali che hanno fatto servizio in Iraq insieme con il generale Chiarini.

Il 19 agosto lungo una rotabile a nord di Nassiriya una pattuglia del 9° reggimento d'assalto Col Moschin fu fatta segno di colpi d'arma da fuoco e lancio di razzi RPG. Dal comunicato emesso dal comando italiano risulta che la pattuglia chiese l'intervento dell'elicottero HH-3F in pattuglia con loro. Il comunicato specifica: "Il pronto intervento dell'equipaggio del vettore dell'Aeronautica, che effettuava un sorvolo a bassa quota senza necessità di intervenire con le armi di bordo, metteva in fuga gli assalitori." In un altro recente comunicato si parla di "uso proporzionato e selettivo della forza". Questo dell'impiego proporzionato della forza - e quindi del fuoco - è uno degli elementi che danno la misura delle parole dell'ammiraglio Di Paola quando dice "metodo italiano".

Un secondo elemento è quello della cooperazione civile militare (CIMIC, Civil Military Co-operation). Intervenire nella ricostruzione di un paese sofferente per i danni prodotti da una guerra o da una dittatura durata un quarto di secolo significa intervenire sui cittadini, sulla loro capacità di sopravvivere ai disagi, alle malattie, agli stenti. Significa ridare la fiducia verso un futuro migliore. La cellula CIMIC del contingente italiano in Iraq ha svolto questa opera anche in condizioni di sicurezza molto precarie, nel quadro di una politica rivolta ai cittadini iracheni: quelli che possono essere amici, perché gli si è ridata l'acqua, la luce o si è restaurata la scuola, o nemici, perché gli si è ucciso un parente sparando nel mucchio in modo non discriminato per cercare di colpire un presunto terrorista. Dicendo poi che si tratta di danni collaterali.

Valga come esempio di un saggio impiego della cellula CIMIC quanto riportato di seguito, che è tratto da un comunicato stampa di Italfor Kabul: "Dal 31 agosto i bambini della scuola Udkheyl, situata nel cuore dell'omonimo villaggio alle porte della capitale, possono contare su quattro nuove aule scolastiche, un'infermeria, dove settimanalmente i medici del contingente presteranno assistenza sanitaria, e un'aula didattica per l'informatica, completa di quattro computer e relative stampanti. I fondi investiti, circa seimila euro, sono stati raccolti in Italia grazie a una sottoscrizione avviata dal 5° reggimento artiglieria Superga per sostenere il proprio programma umanitario denominato: Riaccendi una speranza per Kabul".

Il terzo elemento è nei rapporti con le autorità politiche locali, con i capi religiosi e con i capi tribù. Tre punti cardine di una società - quella irachena - che, seppure rivolta verso un processo di democratizzazione di tipo moderno, ha tuttavia una storica matrice religiosa e tribale che ne costituisce il tessuto sociale e dalla quale non si può prescindere, se si desidera avere qualche probabilità di successo nella opera di intervento militare e di ricostruzione. Questo è il motivo per il quale il generale Dalzini e il generale Stefanini - il primo cedente, il secondo subentrante - il 4 settembre hanno incontrato gli sceicchi della provincia di Dhi Qar.

Ai comandanti in teatro - in particolare al comandante del contingente in Iraq, la cui competenza comprende un'area importante sia per estensione sia dal punto di vista politico e religioso - non viene solo richiesto di essere un buon militare, capace di condurre i propri uomini in battaglia - in un contesto profondamente diverso da quello italiano- e vincere. Viene chiesto anche di essere un buon politico e un buon diplomatico, ricercando e sviluppando proficui contatti con le autorità politiche, civili e religiose del luogo.

E se costretto a usare la forza, essere anche in grado di dare ordini ai propri dipendenti tali per cui il loro intervento sia proporzionato alla situazione e selettivo nei confronti dei reali avversari, cercando di mantenere a zero il cosiddetto rischio di danni collaterali. Allo stesso tempo, ridurre al minimo il rischio di perdite del proprio personale. Non è un compito facile essere allo stesso tempo militare, politico e diplomatico, ma è quello che l'ammiraglio Di Paola chiama "Metodo italiano nella gestione delle crisi".

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