Anno 2004

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Volontari, risorse della Difesa e decorazioni

Giovanni Bernardi, 3 novembre 2004

Il 2 novembre il Presidente Ciampi ha consegnato le insegne delle decorazioni dell'Ordine Militare d'Italia [Vedi comunicato della Presidenza] conferite nell'anno 2004 a quattordici ufficiali e sottufficiali di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri. Nella stessa occasione ha pronunciato un discorso, ripreso e commentato da molte testate italiane e ripubblicato da Pagine di Difesa.

A parte le considerazioni sulla opportunità di scegliere la data del 2 novembre per onorare dei vivi (forse si è inteso accomunare l'evento alle celebrazioni del 4 novembre, oppure visto che erano croci…), l'intervento di Ciampi è stato breve, come si conviene a un Presidente, ma molto incisivo per i due argomenti trattati: la sospensione della leva obbligatoria e le risorse finanziarie della difesa.

Ha fatto bene il Presidente a precisare che la sospensione della leva obbligatoria "non fa venire meno il dovere costituzionale di difendere la Patria in armi". L'idea che la difesa dei confini nazionali debba riguardare solo i 190.000 appartenenti alle Forze armate, infatti, potrebbe essersi insinuata nelle menti di molti. Per questo motivo la legge parla di "sospensione" della leva e non di fine, nonostante i titoli dei giornali (esemplificativi per motivi tipografici) abbiano fatto pensare al contrario.

In un altro passo del suo discorso - sempre sullo stesso tema - il Presidente ha precisato che l'Italia "non ha dato vita a un esercito professionista, ma a un esercito di volontari". A dire in vero questa precisazione potrebbe sembrare un po' forzata e forse dovuta alla necessità di allontanare le Forze armate dal termine "mercenario" che da un po' di tempo a questa parte ha subito una trasformazione nel lessico corrente.

Considerarsi un professionista non dovrebbe essere - a nostro avviso - una vergogna per un appartenente alle Forze armate, anzi dovrebbe essere un auspicio per tutti coloro i quali pagano le tasse e pretendono che i loro soldi siano bene spesi non per pagare, addestrare, armare dei semplici volontari, ma dei professionisti.

Il militare professionista che guida un mezzo - per esempio - sa che c'è una grande differenza tra andare in macchina su una strada statale o autostrada italiana e condurre un VM in ambiente tattico. Nel primo caso basta che rispetti le norme del codice della strada. Nel secondo bisogna che sia addestrato e abbia maturato esperienza per osservare con continuità l'ambiente nel quale si muove, dove potrebbe essere celata una mina, da dove potrebbe provenire un agguato, se il ponte che sta per attraversare può essere minato, quale manovra fare per sfuggire a un attacco.

Sul fatto poi che l'Esercito debba essere considerato "del popolo italiano, nel solco di una tradizione nazionale che trae origine dalle guerre d'indipendenza" non c'è alcun dubbio e ancora una volta concordiamo con il Presidente per questa precisazione. Oggi però i tempi sono cambiati e se in occasione della terza guerra d'indipendenza Garibaldi riuscì a costituire una brigata con i volontari giunti da tutta Italia, oggi non basta più l'ardore di quei volontari, che al massimo potrebbero essere impiegati per fare la guardia alla guarnigione, non certo essere impiegati in operazioni.

Per quanto riguarda la disponibilità di risorse finanziarie della Difesa, è come se il Presidente avesse rimestato un coltello in una piaga aperta e sanguinante da sempre. Ogni volta che c'è da fare una riduzione di bilancio si pensa alla Difesa. Sembra ormai un ritornello cantato da un coro e al quale i militari sono chiamati ad assistere senza battere ciglio. Anche in questo - per chi avesse ancora dei dubbi - si dimostra la fedeltà alle istituzioni delle Forze armate italiane.

E' perfino inutile ricordare che la Francia spende il 2,6 per cento del Pil per la propria Difesa e che il Regno Unito vi dedica il 2,4 per cento, di fronte ai quali il poco più dell'uno per cento dell'Italia sembra una elemosina. Ma non è tanto e solo una questione di soldi: è nella credibilità delle Forze armate che l'Italia mette in gioco la propria faccia. Quella credibilità che ha consentito al senatore Kerry di affermare che l'esercito di Saddam era così mal ridotto che "perfino l'Italia l'avrebbe potuto battere".

Ce la poteva pure risparmiare Kerry questa battuta da osteria, non degna certo di un uomo che "runs for President". Bene ha fatto il ministro Martino a rispondere che "invece di dire quello che pensa, dovrebbe pensare quello che dice". Sta di fatto che c'è ancora qualcuno che, nonostante il serio impegno italiano in operazioni multinazionali, fa battute di questo genere, che si vanno a sommare a quella ormai vecchia dei carri armati italiani che hanno una marcia avanti e quattro indietro e quella degli italiani che sotto l'uniforme da combattimento portano il pigiama (questa è vera e recente, riportata a chi scrive da un tenente colonnello dell'esercito al quale l'ha detta un ufficiale inglese).

E visto che ci troviamo in argomento di operazioni internazionali, vogliamo ricordare a chi legge che la quasi dimenticata operazione Alba, condotta dall'Italia e altre dieci nazioni quasi spettatrici dall'aprile all'agosto 1997, fu un successo del quale gli americani ancora si stanno chiedendo i motivi. Pianificata in tempi brevissimi, con processo di pianificazione condotto in parallelo tra lo stato maggiore della Difesa a Roma e il terzo corpo d'armata a Milano, dopo la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu del 28 marzo, l'Italia sbarcò in Albania con i propri militari il 15 aprile: diciotto giorni.

Il Regno Unito, che vanta le capacità militari delle proprie forze armate, non partecipò. La Germania, che si candida oggi al seggio nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non partecipò. La Francia, che pure vanta grandi tradizioni militari, restò sull'uscio, a Durazzo, e non mosse di lì i suoi uomini, pronti a riprendere la via di casa se le cose si fossero messe al peggio. Inutile dire che questo attegiamento - chiamiamolo - prudente mise in difficoltà il generale Luciano Forlani, comandante della operazione, per i limiti che la Francia opponeva all'impiego del proprio contingente.

Perché tante nazioni non aderirono alla operazione? Diciamolo francamente: perché i governi temevano di rimanere impantanati in una situazione che non era assolutamente chiara quando l'Italia decise di presentare la propria candidatura al Consiglio di sicurezza, sulla base di un richiesta scritta del governo albanese. Gran parte dei governi europei avevano paura di rischiare troppo nel tentativo di riportare la pace in una situazione che, vista nel marzo 1997, non si sapeva proprio come sarebbe andata a finire. L'Italia no. Rischiò e vinse. E siccome l'organizzazione militare si dimostrò allora - e si dimostra oggi in tutte le operazioni che conduce all'estero - decisamente all'altezza della situazione, forse è il caso di dare un po' più di fiducia alle Forze armate, e con la fiducia anche i soldi.

Fa piacere allora verificare che, pur se dopo sette anni, la Repubblica si sia ricordata della operazione Alba, concedendo la Croce di Grande Ufficiale dell'Ordine Militare d'Italia all'ammiraglio Guido Venturoni, all'epoca capo di stato maggiore della Difesa e comandante operativo. "Si distingueva in particolare per la straordinaria perizia e il grande valore dimostrati nell'azione di comando dell'operazione Alba (aprile-agosto 1997)" dice, tra l'altro, la motivazione.

Fa piacere anche sapere, leggendo la motivazione della Croce di Cavaliere concessa al colonnello pilota Giorgio Romano, che durante l'attacco alla Serbia nel 1999 i nostri piloti bombardavano: "Ufficiale superiore pilota, comandante il 13° gruppo cacciabombardieri, guidava con lucidità e determinazione il reparto impegnato nell'operazione Nato Allied Force, caratterizzata da missioni di bombardamento di obbiettivi militari, in un teatro con elevata ed attiva minaccia contraerea. Partecipava in prima persona a numerose missioni belliche in qualità di capo-formazione, in ogni condizione di tempo e luce, guidando sempre i suoi gregari con coraggio e altissima perizia aviatoria, offrendo un chiaro ed efficace esempio". Strano, a noi il avevano raccontato che i nostri piloti conducevano solo missioni di "difesa attiva" e non di bombardamento. Meno male che prima o poi la verità salta fuori. Questa volta è avvenuto con una croce di cavaliere.

Una ultima considerazione sulla concessione delle decorazioni dell'Ordine Militare d'Italia. Dal Regolamento per la disciplina delle uniformi (ed. Stato Maggiore della Difesa, Roma, 1994) risulta che questa è la massima decorazione della quale può essere insignito un militare, superiore perfino alla medaglia d'oro al valor militare. La storia infatti conta pochissime decorazioni di questo genere, concesse peraltro a grandi personalità militari.

Senza volere sminuire - per carità - il valore degli ufficiali e sottufficiali ai quali è stata concessa la decorazione il 2 novembre, la sensazione che si ha è che abbia subito una certa svalutazione negli anni. Per giunta proprio da parte del Presidente Ciampi, che dopo il suo insediamento pare abbia invece messo delle restrizioni alla concessione della croce di cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica. Croce di cavaliere che, come si suole dire, non si nega a nessuno. Al punto che chi scrive l'ha vista bene in mostra anche nel gabbiotto di un benzinaio in viale Giulio Cesare a Novara. Chissà quale presidente gliel'ha data!

Anche le motivazioni sembrano più da encomio solenne che non da decorazione che nella scala dei valori è posta a un livello superiore alla medaglia d'oro al valor militare. Se poi si scorrono tutte, ci si trova a leggere quelle dei due marescialli dei carabinieri che sono esattamente uguali. Ora, se l'Ordine Militare d'Italia deve essere concesso per una serie di azioni e decisioni che hanno carattere di eccezionalità, sembra strano che esistano due eccezionalità assolutamente uguali. Se invece anche con l'OMI siamo arrivati al ciclostile, allora incartiamo tutto e torniamocene a casa.

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