Anno 2004

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Intervista, la situazione in Iraq

Giovanni Bernardi, 12 dicembre 2004

Pagine di Difesa ha deciso di intervistare in condizione di anonimato una persona che ha avuto una recente esperienza nel teatro operativo iracheno. La condizione di anonimato consente di liberarsi dei vincoli imposti dal proprio ruolo nella società e quindi si può supporre che l'intervistato abbia detto quello che pensa veramente. Lo scopo della intervista è quello di verificare se esiste corrispondenza o contraddizione tra la verità che emerge dalle dichiarazioni ufficiali e dagli organi di stampa da un lato e le opinioni espresse dall'intervistato dall'altro. L'affidabilità della fonte è garantita da PdD. Il giudizio ai lettori.

La situazione in Iraq adesso. Tutti scrivono che gli americani si sono infilati in un pantano. Tutti si aspettano che il secondo mandato di Bush riesca a tirare fuori gli americani da questo pantano. Qual è la situazione adesso in Iraq?

La situazione attuale vede una coalizione di forze - composta da contingenti di una trentina di nazioni - che è guidata dagli americani e supporta un governo iracheno ad interim. La filosofia attuale dell'intervento è quella di supportare una autorità che sta nascendo. La situazione vede attualmente da una parte una coalizione che vuole aiutare l'Iraq a progredire verso la democrazia e dall'altra chi ha una volontà esattamente opposta: elementi che cercano di contrastare questa azione democratizzatrice. Quello che sembra un pantano è in realtà una situazione in cui la coalizione e il governo iracheno stanno cercando di acquisire il controllo del territorio, che è la pre-condizione perché le elezioni previste a gennaio possano avere luogo. Il controllo del territorio presuppone il controllo di quindici città, in alcune delle quali si annida il terrorismo estremista o di fedeli al vecchio regime, come si è visto a Falluja. Purtroppo controllare questo tipo di città ha richiesto da parte della coalizione un intervento forte perché a Falluja, come tutti sanno, si annidavano i peggiori elementi del terrorismo internazionale e di quello baathista.

Quali sono queste città e, se sono concentrate, dove sono?

Una buona parte sono concentrate nel triangolo sunnita e sono quelle più difficili da controllare (Falluja, Ramadi, Tikrit, Balad, Bakuba). Nel nord abbiamo Mosul, che è un'altra zona abbastanza critica e che, forse, delle città nella parte nord dell'Iraq è quella più dura da controllare. Poi c'è Baghdad, che è il cuore di tutto e che è una città attualmente non ancora sotto controllo ma che la coalizione e il governo contano di poter controllare sufficientemente bene per la data delle elezioni, cercando di aumentare il numero degli effettivi - sia da un punto di vista numerico sia qualitativo - delle forze di sicurezza irachene. Queste sono divise fra quelle che dipendono dal ministero dell'Interno, soprattutto la polizia, e quelle che dipendono dal ministero della Difesa, soprattutto la Guardia Nazionale, che è attualmente la spina dorsale delle forze di sicurezza.

Quante unità attualmente possono essere considerate operative nella polizia e nelle forze armate?

Secondo gli ultimi dati a mia disposizione, circa 110.000 uomini.

Tra questi ci sono degli ex militari che vestivano l'uniforme con Saddam?

Sì, parte di questi vestivano già l'uniforme e parte sono stati reclutati ex novo. Uno dei problemi maggiori per quanto riguarda la polizia è che ha un numero di effettivi adeguati ma la gran parte di questi non sono addestrati. In questo periodo si sta cercando di addestrare nel tempo minore possibile una consistente parte di questi poliziotti, in modo che siano in grado di supportare adeguatamente le elezioni. Secondo i piani, infatti, il processo delle elezioni dovrà essere gestito dal governo iracheno.

Per quanto riguarda le forze armate qual è il livello di addestramento?

Per quanto riguarda le forze armate ci si può intanto focalizzare sulla Guardia Nazionale che è la parte più consistente delle forze armate, sia dal punto di vista tradizionale che da un punto di vista pratico. Entro il settembre 2005 dovrebbero essere addestrati circa 65 battaglioni e il progetto finale prevede la costituzione di due divisioni. Attualmente, però, per le elezioni i piani prevedono 45 battaglioni che saranno concentrati principalmente nelle quindici città che abbiamo detto. Il problema più importante di queste forze è quello di un equipaggiamento adeguato per fronteggiare la minaccia. Per equipaggiamento si intende tutto ciò che fornisce ai militari protezione e mobilità, quindi giubbetti antiproiettile e mezzi di trasporto. Finché l'equipaggiamento non arriva questi battaglioni dipendono, in termini di supporto, dalle forze della coalizione. La Guardia Nazionale è addestrata dalla coalizione. Ogni divisione della coalizione ha un suo centro dove conduce un addestramento di base alle unità ma non c'è molto tempo a disposizione fra l'addestramento di base e l'impiego operativo.

Può essere considerato soddisfacente il livello di addestramento sia della polizia sia delle forze armate per potere fare fronte alle elezioni del gennaio 2005?

Per quanto riguarda la Guardia Nazionale, sì. Il livello di addestramento medio è buono. Per quanto riguarda la polizia invece ancora no. Moltissimi poliziotti devono essere addestrati ex novo. Tuttavia, negli ultimi 4-5 mesi è stata imposta una notevole accelerazione all'attività addestrativa e i risultati ottenuti finora sono superiori alle aspettative. Anche se i giorni a disposizione sono pochi, ritengo che in un mese e mezzo si possa riuscire a portare le forze di sicurezza (sia la polizia sia la Guardia Nazionale) a un livello addestrativo tale che consenta di condurre il processo elettorale con un buon margine di sicurezza.

Stando a quanto emerge dai media, sembra che a Baghdad non si riesca a controllare il territorio. Qual è la situazione effettiva?

Questa è una bella domanda perché mi porta a parlare di quello che è l'effetto mediatico delle immagini. Attraverso le immagini si arriva a percepire una parte per il tutto e quindi, anche se Baghdad è una città che per una buona parte si può considerare blindata (soprattutto nella zona internazionale, che è protetta perché lì risiedono le istituzioni), in realtà ha molti settori che non costituiscono problema per quanto riguarda il controllo del territorio. Ci sono alcune zone che invece sono difficilmente controllabili, come Sadr City. Però anche lì si stanno cercando dei modi per controllarla. In sintesi si può dire che quello che appare nei media può veramente falsificare la realtà perché ci sono degli attentati cruenti e violenti, così violenti da far sembrare che sia tutta Baghdad in quella condizione. In realtà si tratta di alcune zone che vengono fatte oggetto di attentati in alcuni momenti, quando cioè l'obiettivo è più premiante dal punto di vista della spettacolarità e quindi dell'effetto mediatico e di quello che ne consegue. Quindi la perdita del consenso, l'idea che non ci sia niente da fare e che non si arriverà mai a un futuro. Non è così. Per buona parte Baghdad è controllata. Fra l'altro c'è anche da notare un fatto: l'aumento di attentati nel periodo estivo ha coinciso con la nascita della Assemblea nazionale che ha portato alla costituzione del Consiglio nazionale iracheno, uno dei passi fondamentali per arrivare al processo elettorale.

Quindi c'è un nesso tra gli eventi politici e gli attentati.

Sì, ogni volta che si verificano eventi che possono portare a un progresso nella situazione politica, secondo il piano contenuto nella risoluzione 1546 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, c'è una recrudescenza degli attacchi.

Qual è la situazione nell'area curda?

L'area curda attualmente non crea particolari problemi, anche se ci sono delle tensioni nella zona nord, che però sono più a livello latente che effettivo e che vanno sicuramente tenute sotto controllo specie in prospettiva futura.

Sono tensioni che riguardano questioni locali?

A Kirkuk c'è una forte minoranza turca che convive con i locali di etnia curda, però anche lì devo dire che la coalizione sta cercando sia di prevenire fenomeni violenti sia che la situazione possa degenerare e andare fuori controllo. Attualmente la zona curda non dà problemi, anche per quanto riguarda le forze di sicurezza. Quelle reclutate a nord - che quindi hanno degli elementi che sono di etnia diversa da quelli reclutati a sud - finora non hanno creato problemi.

Nell'area curda vengono reclutati solo curdi?

C'è una forte componente di curdi.

Si prevede un incremento della tensione nell'area nord per le elezioni di gennaio?

No, al momento non ci sono elementi che possano destare particolare preoccupazione. Però questi elementi potrebbero venire fuori, quindi nella pianificazione si cerca di stare molto attenti a prevenire il rischio che le tensioni degenerino.

Il triangolo sunnita è quello che dà maggiori problemi. Quali sono i più importanti e quali gli strumenti per risolverli?

Il vero problema del triangolo sunnita è che contiene elementi sia del terrorismo non locale, che vengono dall'esterno (Siria, Iran, Afghanistan, Giordania…) e costituiscono un terrorismo importato del quale è difficile stimare l'entità numerica, sia locali. Con la dicitura Former Regime Elements si indicano gli elementi provenienti dal passato regime (baathisti, nostalgici, nocciolo duro di Saddam Hussein) e anche tutti quelli scontenti che a un certo punto ne sono entrati a far parte perché stavano meglio quando c'era Saddam, perché facevano parte delle forze armate o della struttura statale. Dentro questi sono confluiti elementi esterni ed è difficile distinguerli.

Si può parlare di errore grave fatto da Bremer quando decise di sciogliere l'esercito?

Credo di sì. Credo che sia stato un errore grave. Migliaia di persone si trovarono all'improvviso senza lavoro e senza dignità sociale. Possiamo quindi imputare allo scioglimento dell'esercito non tanto l'ideologia quanto la dimensione del fenomeno terroristico. La disoccupazione è uno dei problemi cruciali in Iraq. Chi non era più nell'esercito si è trovato a dovere comunque trovare il modo per sopravvivere. Molti locali sono sicuramente pagati per compiere atti terroristici o criminali. E lo fanno per sopravvivere. Uno dei meriti della coalizione oggi è quello di avere capito questo. Con la svolta di giugno il nuovo comandante della Forza ha cercato di concentrarsi sul fatto che bisogna ingaggiare tutte quelle persone che si trovano sul "bordo della siepe" e che potrebbero andare da una parte (legalità) o dall'altra (terrorismo) perché hanno bisogno di vivere. Quindi, prima ancora di parlare di valori umani da interiorizzare, si tratta di dare loro un lavoro, fare loro capire che è possibile un futuro migliore e che questo si può ottenere senza attentati. A Baghdad molti sono contro gli americani. Molti supportano gli attentati contro gli americani, anche solo per una "questione di pelle". Ma è tutto legato a un fattore fondamentale: la mancanza di lavoro. A Najaf è stato varato un modello di operazione che prevede, unitamente al raggiungimento del controllo della città e quindi la liberazione della città dagli elementi negativi, di ricostruire immediatamente o fare quei lavori che consentono alla popolazione di vivere meglio. Faccio un esempio: collegamento delle fognature, fornitura dell'acqua, elettricità, e farlo con la mano d'opera locale coinvolgendo la popolazione.

Questo è uno degli strumenti attraverso i quali la coalizione sta cercando di risolvere la questione del terrorismo nel triangolo sunnita?

Questo è uno degli strumenti. Prima però cercando di liberarsi una volta per tutte di tutte le frange con le quali non c'è possibilità di dialogo impiegando lo strumento militare. Gli americani hanno attaccato Falluja quando hanno constatato che non c'erano più margini di dialogo con i terroristi. Tra l'altro la popolazione era vittima della occupazione degli estremisti. Era ricattata, torturata e lo si sta scoprendo anche con prove molto concrete. Successivamente si cerca di coinvolgere tutta la popolazione con la ricostruzione, dare soldi a chi li ha perduti, indennizzare chi ha perduto dei cari e dare loro quello che non avevano prima. Appena Falluja sarà controllata comincerà la ricostruzione. Non sarà facile perché è una città grande. Bisogna però tenere anche conto di un altro fatto molto importante: non è che prima l'Iraq fosse tutto un fiore. Alcune strutture di base già mancavano perché non facevano parte o della cultura oppure - parlando di strutture elettriche e legate al petrolio - molte di queste erano in uno stato di cattivissima manutenzione. Quindi alcuni dei problemi che la coalizione e il governo attuale stanno affrontando è cercare di rinnovare quelle strutture che per anni erano state abbandonate o male manutenzionate. Per questo c'è una organizzazione complessa che si sta adoperando con l'aiuto della ambasciata americana e di tutti i paesi partecipanti.

Nella parte sciita, quanto è efficace l'azione della coalizione, in particolare quella italiana?

Prima una precisazione. Il triangolo sunnita è una zona grande con molti centri abitati e la cui popolazione è fortemente ideologizzata. I sunniti sono impregnati di una ideologia che prevede un Islam non moderato e quindi con poca possibilità di dialogo. Mentre fra gli sciiti si può constatare che la mediazione è sempre possibile. Dialogo è una parola concreta, una parola che funziona. La situazione nella zona sciita, soprattutto dopo la presa di Najaf, si è distesa enormemente. Ad agosto ci sono stati dei problemi anche nella zona sciita, proprio a causa di Najaf e della presa di posizione di Al Sadr. Grazie all'intervento di Al Sistani, che ultimamente ha chiamato il mondo sciita a cercare di vedere nelle elezioni un momento di svolta, tutta l'area centro-sud si è tranquillizzata. Il travaso delle milizie estremiste si è fermato. Quindi la zona di Najaf è ora tranquilla, come pure la zona di Al Kut e quella di Nassiriya, dove sono gli italiani. Il problema della zona sud è che è molto povera. Lì si devono usare leve più importanti dal punto di vista economico. I lavori che si stanno compiendo, dal punto di vista della ricostruzione e umanitari, si stanno rivelando efficaci e molto ben visti dai locali. Le truppe della coalizione non americane sono concentrate nel centro-sud e gran parte di queste truppe non ha un mandato di war operations ma di peace-keeping peace-supporting operations o ricostruzione. Lì funziona. I giapponesi lavorano molto bene a contatto con la popolazione. Gli italiani lavorano molto bene. Tutti quelli che si occupano di ricostruzione al centro-sud stanno dimostrando che una integrazione con i locali è possibile. Ci sono dei segnali molto incoraggianti da questo punto di vista.

Quanti gruppi terroristici sono stati individuati e a quanti livelli?

Quantificarli è difficile. Una delle difficoltà sta proprio nell'entrare nei meccanismi con i quali queste frange si manifestano, cambiano nome, cambiano etichetta, si alleano ora con una ora con un'altra. Quantificare è difficile. Molte nascono. Altre che non hanno acquisito abbastanza visibilità spariscono. Si può dire che chi riesce a farsi più pubblicità sopravvive e ha più potere. Questo è un po' il meccanismo principale. Anche qui distinguere fra quelli che compiono atti criminali in virtù di una ideologia e altri che invece lo fanno solo in cambio di denaro non è facile.

Se però c'è una strategia nell'impiego dei media vuole dire che c'è anche una mente che disegna la strategia e che guida. Una o più menti.

Sì, ma è difficile rispondere alla domanda. Fra i terroristi c'è una individualità molto forte, Zarkawi, ma che è forte perché riesce sempre per primo ad assumersi la paternità di tutto quello che avviene e probabilmente anche di quello che non dipende da lui. Perché padroneggia i media. Soldi sicuramente ne hanno. Chi glieli dà? La risposta è probabilmente il cardine attorno al quale si muove tutto. Forse chi fornisce denaro è anche chi muove gli interessi nella zona mediorientale e di tutto quello che è collegato al petrolio, all'energia. Qui però si apre un discorso molto ampio per il quale di riscontri concreti ce ne sono veramente pochi.

Quali sono le incidenze esterne (organizzazioni o Stati) che influiscono sull'Iraq e favoriscono la resistenza?

Sicuramente uno è la Siria, nonostante alcuni segnali incoraggianti per il controllo della frontiera. Dalla Siria provengono spinte terroritiche per evitare che in Iraq si stabilisca un regime democratico. Ma una certa preoccupazione viene dall'Iran, da dove c'è stata una migrazione di terroristi che cercavano di costituire in Iraq il regime che c'è in Iran. Lo stesso Al Sadr voleva creare una repubblica islamica a immagine dell'Iran. Però lo voleva fare a modo suo. Forse questo è uno dei motivi per cui non ha avuto tutto il supporto che pensava di ottenere. Certamente l'Iran è interessato a che in Iraq non si stabilisca un regime democratico. Anche il problema delle frontiere è importante. Iran e Iraq condividono centinaia di chilometri di frontiera e questo è uno dei problemi più seri per la coalizione, che sta cercando di costituire in tempi brevi la Border Police attraverso dei corsi molto rapidi. Non esisteva una capacità di questo tipo. Ora si sta cercando di porre rimedio a questa mancanza anche costruendo strutture permanenti, che possano garantire un controllo a porzioni del confine. E anche lì c'è mancanza di equipaggiamento perché per controllare i confini servono veicoli, visori, equipaggiamento in genere. Uno dei motivi della recrudescenza del terrorismo è dato dalla impossibilità di controllare le frontiere.

Anche l'Arabia Saudita condivide una lunga fascia di confine con l'Iraq.

Sì. Da questo punto di vista l'Arabia Saudita è un punto interrogativo. Se cioè va considerato alleato o nemico. Ma non so dirlo. La sostanza è che non è una garanzia, come per esempio lo sono il Kuwait, la Turchia, la Giordania. Quest'ultima è una nazione che ufficialmente non dà problemi, in realtà di terroristi giordani ne sono arrivati. Il primo è Zarkawi. Però Siria e Iran sono i due Stati che creano seri problemi. Attualmente con la Siria è stato raggiunto un accordo ufficiale sul controllo delle frontiere, ma occorrerà verificare quanto verrà rispettato e se sarà messo in pratica.

Alcune nazioni hanno fatto sapere che si disimpegnano. In quale misura influirà questo sulla credibilità della coalizione?

Ci sono due livelli di partecipazione alla coalizione. Il primo è un livello significativo in termini di forze operative sul terreno. Il secondo è un livello che ha a che fare più con l'esibizione delle bandiere e quindi con l'avvallo politico alla operazione. Non è corretto dire che alcuni Stati se ne vanno, il termine corretto è dire che terminano il loro mandato. Nessuna di queste nazioni ha un mandato perenne in Iraq. Tutte hanno il mandato che dà loro il Parlamento. Quindi, come in Italia avviene che semestralmente bisogna rinnovare il mandato, anche per le altre nazioni a termine mandato bisogna vedere se viene rinnovato il contributo.

Si, però in Ungheria l'anno prossimo ci sono le elezioni politiche e il partito di maggioranza desidera vincere le elezioni. Siccome c'è una forte maggioranza contraria all'intervento in Iraq, il governo attuale per vincere le elezioni ha deciso di non rinnovare il mandato. Forse sulla base della esperienza della Spagna, quello che Aznar non ha fatto lo sta facendo il primo ministro ungherese. Il terminare il mandato è relativo, alla fine si ritirano.

Con la Spagna ci sono delle notevoli differenze perché non ha nemmeno terminato il mandato, mentre l'Ungheria, se il mandato scadeva a marzo, se ne andrà quando stabilito. Però è vero, se una nazione se ne va, è comunque un brutto colpo per la coalizione. Nessuno Stato però si comporta in modo da dare problemi dal punto di vista operativo. Il caso della Spagna è stato un problema, ma è stato un caso a parte. La Polonia ha annunciato il ritiro, ma non lo ha fatto all'improvviso. Ha annunciato un ritiro graduale, proprio per consentire alla coalizione di potere occupare il vuoto. Ora, quando una nazione è presente in modo consistente, come nel caso dell'Italia e della Polonia e di alcune altre nazioni, il problema si traduce anche in un problema operativo. Finora soltanto la Spagna ha dato questo tipo di problema: ha creato un vuoto. In altre circostanze, come quando sono andate via la Nuova Zelanda e le Filippine, il contingente era così esiguo che operativamente non dava dei problemi. Era più una questione politica. E' anche vero però che, di contro, alcune nazioni hanno chiesto di intervenire. L'ultima è l'Armenia, mentre la Georgia ha espresso la volontà di raddoppiare il contingente. L'Australia dopo le ultime elezioni ha ribadito la volontà di esserci. Finora ci sono state delle compensazioni e seri problemi operativi non se ne sono verificati, se si esclude quello causato dall'abbandono della Spagna. Quello che invece sarà determinante sarà il dopo elezioni. Trascorso il periodo delle elezioni, in presenza di un governo legittimato il problema si presenterà per tutti i contingenti perché sarà il nuovo governo a dover esprimere la volontà che le nazioni continuino a stare in Iraq. Direi che l'intero problema si riformulerà dopo le elezioni. Quindi, anche se l'Ungheria se ne va a marzo, adesso non interessa. Interessa cosa succederà a febbraio, sulla base della volontà che il governo vorrà esprimere. A quel punto avremo però più forze di sicurezza. Ciò che è importante è sapere che c'è un processo parallelo che sta andando avanti e nonostante gli attentati il reclutamento delle forze di sicurezza continua.

Quanto potrebbe influire la recente morte di Arafat nel processo di pacificazione del Medio Oriente. Vale a dire, quanto può influire sull'Iraq la questione palestinese e Hamas in particolare?

Credo che dipenda seriamente dal successore di Arafat e quindi dal suo atteggiamento. E soprattutto se riuscirà a sopravvivere.

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