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| Anno 2004 | |
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Il tenente generale Mauro Del Vecchio dal 20 febbraio 2004 è comandante del Nato Rapid Deployable Corps, Italy (corpo d'armata di reazione rapida Nato a guida italiana) che ha sede a Solbiate Olona. Romano di nascita, ha frequentato i corsi regolari dell'Accademia militare di Modena e della Scuola d'applicazione di Torino con il 22° (147°) corso dal 1965 al 1969. Al termine del ciclo formativo è stato promosso tenente nella specialità bersaglieri.
Ha partecipato, come comandante dei contingenti italiani, a più operazioni nel teatro operativo dei Balcani. Una prima volta in Bosnia-Erzegovina (25 marzo - 15 ottobre 1997), nel settore comprendente la città di Sarajevo, Goradze e Pale. Per l'operazione in Bosnia-Erzegovina, é stato insignito dal Presidente della Repubblica Italiana della onorificenza di Grande Ufficiale al Merito della Repubblica e dal ministro della Difesa nazionale portoghese della medaglia al Merito Militare di 1^ classe. Successivamente ha comandato il contingente italiano, prima nella ex Repubblica Yugoslava di Macedonia, nel soccorso umanitario ai profughi albanesi, poi in Kosovo, nell'area comprendente le città di Pec, Dakovica, Decane e Klina (22 marzo - 7 settembre 1999). Per l'operazione in Kosovo, é stato insignito dal Presidente della Repubblica Italiana della decorazione di cavaliere dell'Ordine Militare d'Italia e dall'Esercito spagnolo della onorificenza di Cavaliere Legionario d'Onore. Generale, l'anno scorso il Nato Rapid Deployable Corps di Solbiate Olona è stato validato dalla Nato come comando operativo. Quest'anno, con la Destined Glory 2004, è stato il pilastro su cui si è basata la Nato Response Force per raggiungere la Initial Operational Capability. Un cammino non facile. Può delineare i tratti più significativi di questo impegno? Certo, è un cammino non facile che ha avuto anche dei momenti basilari che vanno ricordati. Questo comando ha ricevuto la validazione della capacità operativa nel mese di dicembre del 2002, dopo un anno di attività di preparazione. Si è costituito infatti nel novembre del 2001. E' stato un successo notevole per la Forza armata e per l'Italia perché nel corso di un anno, partendo da zero, ha raggiunto i requisiti previsti per poter assumere la fisionomia e le funzioni di un comando di reazione rapida della Nato. Ha rappresentato in quel periodo la priorità principale per l'Esercito italiano e a questa priorità è stata devoluta tutta una serie di risorse finanziarie, di personale e di materiali, affinché la sua collocazione nell'ambito della struttura della Nato potesse avvenire con successo. La Destined Glory ha costituito il momento conclusivo di un periodo di intensa attività addestrativa, perché ha determinato la Initial Operational Capability del progetto della Nato Response Force, che è il progetto su cui la Nato sta fondando i suoi lineamenti d'impiego. Si tratta di forze che la Nato tiene pronte per l'impiego immediato in qualsiasi teatro operativo su una vasta gamma di possibili opzioni d'impiego. Il corpo d'armata ha assolto questo compito dal 1° luglio 2004 al 15 gennaio 2005. Sei mesi in cui il nostro corpo d'armata - come struttura di comando - e una serie di unità dipendenti nazionali (comando della brigata Taurinense, 183° reggimento paracadutisti, 3° reggimento alpini, 8° reggimento bersaglieri, 8° reggimento artiglieria e altre unità di supporto) hanno rappresentato la struttura terrestre della Nato Response Force. Un impegno di sei mesi che è stato preceduto da una attività addestrativa specifica. Per arrivare ad assumere questa responsabilità il primo luglio del 2004, la fase addestrativa precedente è stata molto intensa e ha visto il corpo d'armata - e quei reparti che ho menzionato - impegnati in seminari ed esercitazioni che hanno scandito l'avvicinamento al momento operativo più significativo. Desidero ricordare che per quanto riguarda il comando ci sono state varie attività esercitative, in particolare l'esercitazione Allied Action nel maggio del 2004 in cui tutto il pacchetto è stato validato e riconosciuto pronto per assumere la responsabilità di cui ho detto. L'impegno è stato intenso, anche perché andavano verificati vari aspetti, come la capacità della linea di comando di esercitare le funzioni di comando e controllo, ma è stato anche complesso perché bisognava verificare la disponibilità degli assetti logistici e la possibilità di trasporti strategici. Tutte attività estremamente complesse che hanno comportato un approccio di alto livello professionale, non solo da parte del comando ma anche da parte di tutte le unità operative e soprattutto da parte dell'Esercito italiano, che ha dato e sta dando un supporto logistico importantissimo per questo risultato. Questi sono gli elementi più importanti del primo aspetto della domanda. C'è da aggiungere un'altro aspetto importante. Le unità che ho menzionato - assieme al comando del corpo d'armata - costituiscono la base, il cuore della componente terrestre della Nato Response Force. Però, assieme alla componente italiana ci sono anche unità di altre nazioni (unità greche, spagnole, un battaglione multinazionale per la difesa nucleare, biologica, radiologica e chimica) che in questa fase dipendono dal corpo d'armata. Queste unità non sono assegnate. No, non sono assegnate. Anche quelle italiane non sono unità assegnate. Ci sono delle "affiliazioni" di grandi unità che all'emergenza sono poste sotto il comando del corpo d'armata di reazione rapida italiano per poter condurre una determinata operazione. Però molto dipende dalla situazione contingente e dai vari impegni che ha assunto la nazione alla quale appartengono le unità. Per cui può succedere - com'è successo in questo caso con le italiane - che non tutte le unità siano quelle inizialmente assegnate. La stessa cosa vale per le unità non italiane. Questa è la caratteristica più importante del corpo d'armata di reazione rapida italiano, come peraltro degli altri cinque corpi d'armata della Nato. Cioè quella di avere una struttura di comando e controllo in grado di sviluppare le sue funzioni anche avendo alle sue dipendenze un numero consistente e sempre diverso di unità che vengono assegnate all'occorrenza. Ma comunque ci sono delle unità italiane e non italiane che sono orientate a essere impiegate alle dipendenze del corpo d'armata. Quindi il comando sa quali unità sono disponibili per lo sviluppo della pianificazione. Si, e questo è un vantaggio. Quando ci riuniamo per la conferenza dei comandanti - l'ultima è avvenuta nel mese di settembre - convochiamo le unità orientate a lavorare con noi. Quindi approfondiamo tutti gli aspetti della pianificazione e cominciamo a lavorare anche sulla carta insieme. Poi all'occorrenza potrà succedere che delle quattro divisioni orientate a favore del corpo d'armata ce ne siano solo due disponibili e due diverse da quelle previste. Dipende dalla situazione contingente e non costituisce un problema. Tendenzialmente però le unità sono orientate. La multinazionalità è la caratteristica principale di questo comando. Quali sono le difficoltà nell'esercizio dell'azione di comando? Intanto credo che sia giusto e opportuno dire che questa multinazionalità, che può essere intesa come una difficoltà nella gestione del comando, ha invece una funzione estremamente positiva. E' un valore aggiunto che viene dato a una struttura, perché ci consente di mettere a confronto esperienze operative diverse, maturate in situazioni operative diverse e sviluppate da nazioni diverse. Ormai è una prassi comune operare con comandi che non siano espressione di una sola nazione ma di più nazioni. Personalmente ho già avuto modo di vivere questa esperienza in tre circostanze: Bosnia, Macedonia, Kosovo. Posso affermare con certezza che la forza di queste strutture - costituite in momenti difficili - era proprio data dall'insieme delle varie nazioni che partecipavano a queste attività. Quindi sicuramente un valore aggiunto, caratterizzato da alcuni aspetti fondamentali che agevolano il lavoro in comune. La multinazionalità si sviluppa infatti attraverso la implementazione delle procedure Nato, che sono comuni a tutte le nazioni partecipanti. Questo vuol dire comprendersi, ragionare, parlare secondo dei criteri noti a tutti. Le difficoltà che possono nascere in strutture di questo genere sono dovute alla necessità di integrazione delle varie nazionalità. Questo va sempre tenuto presente. Il comandante e tutta la struttura del comando deve avere un particolare riguardo per questo aspetto. Le nazionalità diverse sono portatrici di esperienze diverse e devono essere anche tra loro integrate. Questa è un'azione che noi cerchiamo di sviluppare nel nostro ambito. Mi sembra che un vantaggio di questo comando è dato dal fatto che la struttura principale è italiana. Sì, e questo rende più veloci le decisioni. Questa però è una caratteristica in comune con gli altri corpi d'armata di reazione rapida. Esiste una nazione leader e la sua componente nella struttura è superiore rispetto a quella delle altre nazioni. Ed è sicuramente una cosa importante, perché è vero che questi comandi dipendono dalla struttura Nato per quanto attiene all'impiego (io dipendo dal comandante supremo in Europa), ma tutti i comandi sono strettamente legati anche alla componente nazionale per quanto attiene agli aspetti logistici e di supporto. Quindi questa connotazione nazionale è essenziale proprio perché possano svilupparsi anche una serie di sostegni e supporti logistici che sono indispensabili per il funzionamento del comando. Nella base di Solbiate Olona fervono ancora lavori di ampliamento delle infrastrutture. Quale sarà il volto della base al termine dei lavori? Fervono e credo che continueranno ancora per un po' di tempo perché il progetto, che è stato ideato dagli stati maggiori dell'Esercito e della Difesa, è complesso e impegnativo e vede questa struttura completamente trasformata rispeto a quando era occupata dal 33° reggimento logistico. Attualmente nella base trova collocazione il comando del corpo d'armata, il comando della brigata trasmissioni e il reggimento di supporto tattico e logistico; circa 1.500 persone, ma è soltanto un passo iniziale. I lavori continueranno. Ora ci troviamo nella palazzina del comando che prima non esisteva. La palazzina del comando brigata - che è davanti a noi - nemmeno esisteva. E' stato realizzato un parcheggio per 600 posti macchina. L'ingresso della caserma è stato rivisto. I lavori che ci sono da fare sono ugualmente importanti, perché è prevista la realizzazione di un villaggio adiacente alla caserma. Un villaggio in cui potranno vivere circa 250 famiglie di militari italiani e non. Un villaggio attrezzato con tutte le comodità necessarie a una struttura di questo genere: negozi, centro commerciale, attrezzature per l'attività sportiva e altro. E' un impegno importante. Credo che però la determinazione che la nazione ha manifestato ci consentirà di raggiungere questo obiettivo finale in tempi abbastanza contenuti. Questo è un comando che ha una struttura di base, e quindi maggiore impegno finanziario, italiani. Allo stesso tempo opera con regole Nato ed è inserito nella struttura militare della Alleanza. Non si rischiano conflitti di competenze tra Roma e Bruxelles? Per l'impiego dipendiamo dalla struttura Nato, per il supporto logistico dipendiamo dalla nazione. In questo non ci sono contrasti o conflitti di competenza perché la decisione è stata presa a priori. Cioè la nazione, nel momento in cui ha aderito a questo nuovo progetto della Nato, si è resa conto di costituire una struttura che avrebbe operato sulla base di quelle che sono le direttive della Nato. Quindi non esistono conflitti di competenze. Naturalmente è facile immaginare che quando la Nato ha necessità di impiegare il corpo d'armata si rivolge agli stati maggiori, ma incontra in questi - proprio per quei motivi che abbiamo evidenziato - la massima disponibilità. Possiamo definire comando come "il migliore trait d'union" tra le procedure Nato e tutti gli altri reparti nazionali? Voglio dire: ci sono legami, oltre che con i reparti che abbiamo citato, anche con tutte le altre unità italiane? Certo, di fatto è un'azione di trascinamento di tutte le componenti dell'Esercito italiano verso questa struttura della Nato, perché è vero che ci sono delle unità orientate a operare nell'ambito del corpo d'armata - e quindi direttamente collegate alla Nato - ma in realtà lo spettro di queste unità occupa quasi tutte le grandi unità italiane. Quindi c'è effettivamente una trasmissione delle procedure della Nato fino ai livelli più bassi attraverso questo comando. Un altro aspetto è collegato con questo che abbiamo appena detto: lo scambio della conoscenza, delle informazioni, delle esperienze. Se cioè, usufruendo di questo trait d'union, avviene periodicamente uno scambio di esperienze con tutte le altre unità operative dell'Esercito - in particolare con il comando delle Forze operative terrestri. La Nato opera sulla base di linee guida ormai consolidate, in cui questi aspetti sono stati già affrontati, verificati e se ne è compresa l'importanza. Si parte dalle conferenze dei comandanti ai più alti livelli - alle quali partecipo personalmente - in cui c'è una prima individuazione delle linee guida. Queste si traducono poi in direttive fino ai livelli più bassi. Alle conferenze dei comandanti a livello corpo d'armata vengono invitate, non solo le unità che sono state orientate a operare con il corpo d'armata, ma anche le altre unità. Quindi c'è effettivamente una diffusione delle procedure, un entrare nella mentalità diversa da quella che poteva essere una volta quella strettamente limitata all'ambito nazionale. Al rientro della brigata Friuli dall'Iraq, questa inizierà il processo di revisione del proprio impiego per arrivare a definire le "lessons learned". Al processo parteciperà anche questo comando? Sicuramente sì. Non possiamo non partecipare. C'è da precisare che l'impiego della Friuli esce fuori dall'ambito della Nato, quindi non abbiamo un interesse operativo immediato, ma abbiamo interesse ad acquisire tutte quelle informazioni che potrebbero incidere e influenzare la pianificazione e l'impiego del nostro corpo d'armata. Questo comando è operativo. Gli impegni della Nato a livello internazionale si stanno facendo sempre maggiori e di sempre maggiore rilevanza. E' lecito ipotizzare l'impiego del comando corpo d'armata in una operazione Nato all'estero? Nel novembre 2004 la Nato ha stabilito una pianificazione d'impiego fino al 2007 per il soddisfacimento delle esigenze legate con la missione Isaf in Afghanistan. Nell'ambito di questa pianificazione l'Italia è stata inserita in un turno che inizierà ad agosto del 2005. C'è poi una iniziativa italo-inglese che vede questo turno collegato a quello che l'Arrc - il corpo d'armata a framework inglese - svilupperà successivamente. Quindi l'orientamento d'impiego del corpo d'armata è, a partire dal mese di agosto del 2005, in Afghanistan per un periodo di sei mesi, ma potrebbe anche essere esteso. |