Anno 2004

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Corea del Nord, si sente odore di Korean Freedom

Carlo Biffani [Start Sicurezza], 05 febbraio 2004

In alcuni ambienti militari statunitensi si vocifera di una fantomatica operazione Korean Freedom, volta a spodestare una volta per tutte l'ultimo dei dittatori degli stati canaglia individuati da Bush nel suo ormai celebre discorso sull'asse del male: Kim Jong-Il.

L'atteggiamento tenuto anche di recente dalla Corea del Nord, che ha voluto mostrare le unghie con nuovi test missilistici e l'allontanamento degli ispettori dell'AIEA, avrebbe scatenato le ire dei vertici operativi americani. Altri più moderati premono perché gli USA si facciano artefici di meccanismi di pressione internazionali per far cadere definitivamente un regime già delegittimato da fame e povertà, ma senza un'operazione militare in quell'area del mondo.

Certo, il recente caso iraniano ha dimostrato la bontà e la possibilità di un'azione diplomatica: il 21 ottobre 2003, Teheran ha annunciato la sospensione delle proprie attività di arricchimento dell'uranio e si è detta disponibile ad aprire le porte a rappresentanti AIEA. Non vi è dubbio, dall'altro lato, che la guerra in Iraq abbia spodestato definitivamente un feroce dittatore. Ma a che prezzo? Centinaia di soldati caduti, uno stillicidio di attentati e un peso di quasi novanta miliardi dollari per i contribuenti americani.

Quali potrebbero essere quindi le conseguenze non intenzionali di un attacco alla Corea del Nord? Teoricamente un conflitto potrebbe condurre a un rapido cambio di regime e all'ascesa al potere di un leader più vicino a Washington, cosa che potrebbe condurre a una accelerazione nel dialogo con Seul e alla prospettiva di una rapida riunificazione della penisola coreana. Questo scenario però appare piuttosto utopistico.

Altri scenari, più inquietanti, hanno maggiori probabilità di realizzarsi. Vediamone alcuni. Di fronte alla prospettiva della "ultima spiaggia", Kim Jong-Il potrebbe decidere di rispondere all'attacco e magari di estendere l'azione offensiva al Giappone e alla Corea del Sud. Se Pyongyang possiede davvero armi nucleari, il regime potrebbe decidere di usarle, con conseguenze catastrofiche per l'intera area. Altrimenti, con la caduta del dittatore, potrebbe scatenarsi un conflitto civile nel Paese, in cui due o più fazioni si contendono il potere.

Situazione, questa, estremamente pericolosa, poiché il controllo sulle armi di distruzione di massa potrebbe passare a piccoli gruppi di fanatici o le stesse potrebbero essere vendute all'estero rapidamente. Vi sarebbero inoltre inarrestabili e incontrollabili flussi di profughi dal paese verso Cina e Corea del Sud. Questo scenario con ogni probabilità costringerebbe gli USA a invadere la Corea del Nord.

Un terzo scenario è quello dell'avvento progressivo al potere di un regime peggiore di quello attuale, forse ancora più retrivo e nazionalistico. Anche in questo caso Washington e i suoi alleati dovrebbero prendere in considerazione l'ipotesi di una invasione.

Sono tutti scenari pericolosi e che portano a suggerire l'opportunità per gli USA, in virtù del loro enorme leverage negoziale, di riprendere in maniera dura i negoziati con l'appoggio anche di Cina e Giappone, oltre che della Corea del Sud.

E' indubbio che un cambio di regime a Pyongyang condurrebbe in tempi relativamente brevi a una riunificazione della penisola coreana. Ecco perché Washington non dovrebbe sacrificare questo obiettivo di medio-lungo termine alla voglia di sbarazzarsi di un terribile dittatore.

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