Anno 2004

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Sicurezza all'estero dopo l'attentato in Arabia Saudita

Carlo Biffani [Start Sicurezza], 5 giugno 2004

Le vicende irachene continuano a essere costantemente sotto i riflettori internazionali e ad attirare l'attenzione dell'opinione pubblica di tutto il mondo. Se da un lato preme conoscere il destino del lento, sofferto ma continuo processo di avvicinamento al passaggio dei poteri a un governo iracheno legittimo e autonomo, dall'altro lato, l'escalation della violenza armata e degli atti terroristici, inclusi i rapimenti e le detenzioni degli ostaggi, mantiene alto il grado di allerta sull'insicurezza regnante nel paese.

L'assorbimento generale per gli eventi in Iraq ha così amplificato l'effetto shock causato dalla notizia dell'azione terroristica nel residence The Oasis nella città di Al Khobar, in Arabia Saudita, recante l'ennesimo bollettino di vittime. Il blitz è stato rivendicato dal numero uno di Al Qaeda a Riad, Abdulaziz Al Muqrin, vice di Bin Laden per quanto riguarda l'organizzazione della rete terroristica nella penisola arabica e in alcune aree africane.

Nonostante l'intervento di un reparto di forze speciali della marina militare saudita, che ha liberato 25 civili tenuti in ostaggio dal commando di 6 persone, il numero totale delle vittime è stato di 22 persone, tra le quali ancora un cittadino italiano, Antonio Amato. L'azione terroristica aveva come obiettivo un complesso che ospita gli uffici di varie compagnie petrolifere, tra le quali la statunitense Halliburton.

Mentre la resistenza in Iraq ha obiettivi direttamente politici ed è diretta contro la presenza militare statunitense e dei paesi alleati con l'amministrazione Bush, la strategia della rete terroristica del miliardario saudita nel resto del pianeta continua a colpire gli interessi economici non solo occidentali ma di altre nazioni.

Mancando la giustificazione politica del conflitto unilaterale quale fattore scatenante del terrorismo, torna prepotentemente alla ribalta la questione dell'insicurezza che minaccia strutture, impianti e personale che operano all'estero.

L'ennesima conferma di un disegno volto ad indebolire se non annientare le strutture economiche mondiali, evidenzia che, vista l'impossibilità di azzerare istantaneamente il sistema su cui si reggono non solo le relazioni internazionali, ma la stessa sopravvivenza di miliardi di persone, la riflessione va spostata sugli strumenti per contrastarne la violenza.

Non vi è dubbio, infatti, che il principale risultato delle azioni terroristiche organizzate è quello di minare alla base il senso di sicurezza dei popoli, sottolineandone marcatamente la precarietà del sistema in cui essi si sono organizzati: non solo il sistema liberista-capitalista, bensì qualsiasi forma di organizzazione politica, sociale e soprattutto economica esistente.

Quello che viene definito fanatismo, radicalismo o estremismo non è altro che una "globalizzazione alternativa", una globalizzazione del terrore che è sinonimo di instabilità, insicurezza e permea la società internazionale con la negatività totalizzante della sua accezione.

L'insicurezza è diventata un sistema nelle relazioni internazionali ed è supportata da una teoria che, agendo sui punti deboli, e perciò nevralgici, di una società in piena crisi nei confronti della propria evoluzione, trova la sua giustificazione e il suo successo.

La vittima principale è così la società internazionale stessa e il sistema di relazioni dinamiche attraverso le quali si manifesta e progredisce. Tra queste l'economia, basata sugli scambi commerciali, sui mercati di beni e persone e sulle relazioni tra Stati e popoli.

L'opera di Al Qaeda e dei vari gruppi terroristici è oggi sempre più indirizzata a colpire le attività economiche di uno o più paesi all'estero: ciò ha proprio l'obiettivo di affermare questo senso di debolezza e precarietà dell'attuale sistema in cui l'essere umano si è organizzato, per abbatterne principalmente il senso di fiducia e, conseguentemente, di necessità. Colpire gli interessi economici, per colpire l'espressione razionale e materiale di una società.

Per questo, la gestione della sicurezza è sempre più un "affare globalizzato" del quale sono responsabili non solo gli Stati, le Istituzioni Governative e le Organizzazioni Internazionali, ma anche la società civile, ossia l'espressione "privata" della Comunità Internazionale.

La guerra al terrorismo non consiste, o non deve consistere in una reazione militare, bellica nel senso tradizionale (ottocentesco) del termine, bensì in una presa di consapevolezza generale che senza sicurezza non si può dare vita a nessuna attività produttiva, sia essa economica, sociale, politica o culturale.

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